di Alec CordolciniCosa accomuna i norvegesi del Sandnes Ulf, la nazionale degli Emirati Arabi Uniti e il piccolo club basco del Barakaldo? Risposta: il baby-prodigio Martin Ødegaard, che stasera affronterà l’Italia cercando di strappare con la sua Norvegia la qualificazione diretta a Euro 2016. Quelle sopra citate rappresentano tre tappe fondamentali nella carriera ancora tutta da costruire di questo talentuoso 16enne che rischia seriamente di venire travolto da fama, aspettative e pressione di dimensioni abnormi. Il calcio-business odierno è affamato di idoli, personaggi, facce-e-storie da copertina. Il calciatore retrocede al secondo posto, la persona ancora più indietro.
E se tra qualche anno Ødegaard sarà finito nel gruppo degli Adu, dei Lamptey o dei Bojan – tre diverse categorie di promesse eclissatesi nel corso degli anni – saranno in pochi ad accorgersene, perché in un altro angolo del mondo sarà già spuntato il nuovo fenomeno. A 16 anni la differenza tra Haruna Babangida e Lionel Messi, rispettivamente secondo e terzo più giovane debuttante di sempre con la maglia del Barcellona, è sottilissima. Già a 18 può essere abissale.
Tutto o niente, il destino di Martin Ødegaard. Difficilissima la prima opzione, anche per le scelte compiute dal ragazzo di Drammen. Il Real Madrid, ovvero il meglio sotto il profilo economico e mediatico, il peggio sotto quello puramente sportivo. Tra Raul e Jesè esiste uno sterminato buco nero sulla strada che porta dalle varie selezioni Juvenil al Primero Equipo. Canterani inghiottiti a frotte, e anche i pochi che sono riusciti ad affacciarsi al più livello del mondo merengue lo hanno fatto da semi-sconosciuti, privi dell’etichetta di next big thing.
"Ødegaard un po’ se l’è cercata, perché dopo aver peregrinato tra alcuni tra i più grandi club d’Europa, tutti con già pronto un contratto da firmare, ha scelto il Real Madrid, quello con aspettative massime e garanzie (di crescita) minime"
Ødegaard un po’ se l’è cercata, perché dopo aver peregrinato tra alcuni tra i più grandi club d’Europa, tutti con già pronto un contratto da firmare, ha scelto quello con aspettative massime e garanzie (di crescita) minime. Certo, non sarebbe stato facile nemmeno nel Bayern Monaco o nel Manchester City, ma con il Real Madrid il coefficiente di difficoltà è incrementato ulteriormente. Il modo in cui, dallo scorso gennaio, è stato gestito Ødegaard ha rappresentato una zavorra ulteriore. Allenamenti con i “grandi” da lunedì a venerdì, quindi spostamento nel weekend al Real Castilla di Zidane, dove non conosce né compagni di squadra né stile di gioco ma ovviamente è titolare, e i malumori non si contano.
“Piacerebbe anche a me guadagnare ciò che prende Ødegaard”; questa la frase di benvenuto riservatagli dal capitano della seconda squadra del Madrid, Sergio Aguza, per nulla preoccupato di mascherare di fronte ai microfoni dei media il fastidio nel dover accogliere un giocatore dallo stipendio quasi pari a quello di Isco. Il risultato è stato un disastro, sia per il Castilla che per Ødegaard. Gli uomini di Zidane, primi in solitaria in Segunda B il 25 gennaio, sono incappati in una serie nera (1 vittoria e 5 sconfitte in 10 gare) che li ha fatti sprofondare a metà classifica, con conseguente addio ai sogni di promozione; il norvegese ha avuto un impatto nullo, con un solo gol (al citato Barakaldo) e un progressivo scivolamento verso l’esclusione dall’undici titolare, che si è sommata a quella dall’under 19 del Real Madrid impegnato nella Uefa Youth League.

Sembra lontano anni luce quel pomeriggio del giugno 2014 nel Nido del cuculo, così amano definire lo stadio del Sandnes Ulf i tifosi locali in omaggio al volatile simbolo della loro città, quando Ødegaard vinse una partita praticamente da solo, entrando in tutte e tre le reti del suo Strømsgodset, e procurando pure un rigore che un compagno di squadra avrebbe poi sbagliato. Nei giorni successivi si era scatenata un’imponente campagna stampa per chiedere la convocazione del giovane in nazionale. Un avvenimento estremamente raro nel panorama calcistico norvegese, perché nel regno di re Harald V solitamente sono altri gli sportivi per i quali la piazza si esalta.
Così, dopo aver abbattuto il primato del più giovane esordiente (15 anni 118 giorni) e del più precoce marcatore della Tippeliga norvegese, Ødegaard è diventato il più giovane a indossare la maglia della Norvegia, il 27 agosto 2014 contro gli Emirati Arabi Uniti, superando di 98 giorni il record detenuto da Tormod Kjellsen dal lontano 1910. Lo Strømsgodset, club della piccola città di Drammen, 40 chilometri a sud di Oslo, era l’ambiente ideale per crescere, soprattutto perché guidato da un tecnico dalle notevoli intuizioni quali Ronny Deila. Ex insegnante, Deila è contemporaneamente allenatore e mental coach: colloqui individuali e collettivi con i giocatori, sessioni di training autogeno dove si parla di tutto tranne che di calcio, tecniche di management per incrementare autostima e prestazioni.
Il tutto unito a un gioco “verticale” di rara efficacia, che l’anno prima dell’ingresso di Ødegaard nella selezione maggiore aveva portato a Drammen un titolo nazionale che mancava da 43 anni. Quando il baby talento debutta in nazionale, Deila se ne era già andato al Celtic Glasgow, complice lo sfasamento tra le stagioni dei tornei nordici (organizzati su base annuale) e quella degli altri campionati europei. Il Celtic è una delle prime squadre che Ødegaard visita mentre sfoglia la margherita delle pretendenti. Dopo un’annata indubbiamente positiva con lo Strømsgodset, ritrovare il suo vecchio (e ottimo) maestro e iniziare un gradino alla volta la scalata verso la cima appare la scelta più logica. Il ragazzo non ha firmato.

Martin Ødegaard non è Nii Lamptey, il ghanese mvp al Mondiale under 20 del 1991 (c’erano Del Piero e Veron) ingaggiato a 17 anni dall’Anderlecht ma poi vittima di un precocissimo declino. Lamptey aveva alle spalle un background infernale, tra percosse, abusi, alcol (il padre) e fughe in auto nascosto nel bagagliaio. Demoni che non hanno mai sfiorato l’infanzia del norvegese, cresciuto nella tranquillità nordica di una famiglia medio-borghese e cristiana, con il padre che non ha esitato a investire soldi per il rifacimento con erba artificiale del campo da gioco del Drammen Strong, il club locale, al fine di consentire al figlio ed ai suoi compagni di poter giocare al meglio.
Ødegaard non è neppure Freddy Adu, perché nel suo caso l’hype non è stato antecedente al suo debutto in prima squadra, come invece avvenuto per l’americano, diventato una stella ancor prima di scendere in campo da pro. Adu è stato un grosso abbaglio: un talento nella norma, forse anche un po’ sotto, mascherato da fisicità e movenze non comuni per un teenager. Ødegaard non è (ancora) Bojan Krkic, meteora capace di qualche lampo abbagliante nei primi anni, oggi stella piccina capace comunque di ritagliarsi il suo spazio nel grande firmamento della Premier League. Non un campione, qualcosa in più di un bidone. Chissà davvero chi è Martin Ødegaard…


