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Abidal e il tumore: dalla grande paura alla Champions League alzata a Wembley

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Il 28 maggio del 2011, il pubblico presente a Wembley presenzia alla premiazione più insolita della storia. Ad alzare la Champions League che il Barcellona ha appena vinto, superando per 3-1 un Manchester United per nulla favorito dal fattore campo, non è il capitano. O meglio: non è il capitano de facto. Carles Puyol, da gran signore qual è sempre stato, ha ben chiaro nella mente i passi da compiere. Prende il trofeo, ma non lo solleva al cielo: a farlo al suo posto sono Tito Vilanova, il secondo di Pep Guardiola, ed Eric Abidal. Quest'ultimo il secondo capitano di quella sera, anche se soltanto per pochi minuti.

Vilanova ha già iniziato a lottare contro il tumore alla ghiandola parotide che lo ha colpito in quei mesi. In quel 2011 si è operato per rimuoverlo. Farà in tempo a prendere il posto di Guardiola sulla panchina del Barça, ma la malattia se lo porterà via nell'aprile di tre anni dopo. In quella squadra così bella, e così tremendamente segnata dai drammi della vita, anche Abidal è messo a dura prova con discreta costanza. Nel marzo del 2011, anche a lui viene diagnosticato un tumore. Al fegato. Deriva dall'epatite B che, con ogni probabilità, la madre ha contratto durante il parto. Una notizia che sconvolge il francese e l'intero spogliatoio catalano.

Abidal ha 31 anni quando scopre di essere malato. Da quasi quattro indossa la maglia del Barcellona, con cui ha già vinto praticamente tutto quel che un essere calciante possa vincere: Liga, Champions League, Mondiale per Club, Copa del Rey, Supercoppa di Spagna, Supercoppa Europea. Successi che sono andati ad aggiungersi ad altri successi, quelli del Lione del filotto di Ligue 1. Eppure, in quel momento Eric si sente più fragile che mai. Teme che la sua carriera possa essere arrivata a un bivio, certo. E soprattutto – come potrebbe essere altrimenti? – teme di morire.

L'operazione viene programmata per i giorni seguenti. 48 ore più tardi, Abidal finisce sotto i ferri. È un successo: il tumore viene asportato. E a inizio maggio, Guardiola lo convoca per la semifinale di ritorno di Champions League contro il Real Madrid. Non sono trascorsi che meno di due mesi.

“Ho due notizie da darvi – dice il Pep alla vigilia del Clásico – primo, domani giocheremo la semifinale; secondo, avremo con noi un ragazzo che è stato appena operato per un tumore. Da un punto di vista clinico sta perfettamente, dal punto di vista fisico ha perso peso e non ha i novanta minuti, però chi verrà allo stadio vedrà Abidal in panchina e potrà applaudirlo. Siamo molto felici”.

Il Barcellona lo pareggia 1-1, quel Clásico. Ma va in finale grazie al 2-0 dell'andata al Bernabeu, firmato Messi-Messi. E al primo minuto di recupero Guardiola concede la passerella ad Abidal, che fa il proprio ingresso in campo al posto di Puyol. Camp Nou tutto in piedi ad applaudirlo, lacrime che faticano a rimanere al proprio posto. Trofei a parte, è uno dei momenti più toccanti della storia recente del Barça.

Pian piano, Abidal torna a riabituarsi a tutto. Allenamenti, partite, pressioni. Guardiola lo inserisce nel finale anche nel derby contro l'Espanyol, quindi gli consegna una maglia da titolare nel 2-0 al Deportivo La Coruña e nel 3-1 di Malaga. E il 28 maggio, a sorpresa, punta su di lui dall'inizio per la finalissima di Champions League contro il Manchester United. Finisce 3-1 e il francese rimane in campo non per un tempo, non per un'ora, ma per tutti i novanta minuti. Proprio nella serata più importante possibile.

Fino a quel che accade dopo. Se possibile, è un momento ancor più emozionante e storico della gara in sé. Puyol si sfila la fascia di capitano dal braccio e la avvolge attorno a quello di Abidal. E al momento di alzare la Champions League al cielo di Londra, lascia l'incombenza al compagno e a Vilanova. Eric non vorrebbe, è un personaggio piuttosto timido, ma alla fine decide di non rovinare tutto e seguire il copione.

“Puyol mi disse che mi avrebbe ceduto la fascia di capitano – ha ricordato Abidal nel 2017 all'emittente ufficiale del Barcellona – Mi disse che aveva già parlato con i compagni e che tutti erano d'accordo. Mi disse che mi sarei sentito come in una bolla, ed in effetti è stato proprio così”.
“Il momento in cui Abidal ha sollevato la Champions League è stato il più speciale nei miei quindici anni al Barcellona – ha detto Puyol – per tutto quello che quel gesto significava, per come Eric ha lottato mentre era in squadra, è stato fantastico. È dura da spiegare. Se lo meritava”.

Almeno inizialmente, il futuro non è altrettanto roseo, ma quasi. Nel 2011 il Barcellona si mette in tasca anche Supercoppa Europea e Mondiale per Club, però manca il bis in Liga e in Champions League. Nulla in confronto a quel che, di nuovo, accade fuori dal campo. Nel marzo dell'anno successivo, la squadra ripiomba nell'incubo: Abidal dovrà operarsi di nuovo. Il tumore non è definitivamente scomparso: serve un trapianto di fegato. Però, quando i medici glielo annunciano, lui esita. Sa benissimo che la sua salvezza potrebbe coincidere con il dramma di qualcun altro. Non è un'operazione di routine, del resto. I rischi ci sono e sono alti. Lo sa anche Dani Alves, che si propone come donatore. Inutilmente.

“I medici mi dissero: 'Dobbiamo farlo rapidamente' – ha rivelato Abidal a 'La Vanguarda' – Mi spiegarono che poteva essere pericoloso per il donatore. Io non gioco con la vita degli altri. Volevo aspettare. Fu mia moglie a contattare mia madre e a chiederle se nella mia famiglia ci fossero altre persone con il mio stesso gruppo sanguigno”.

Alla fine è il cugino di Eric, Gerard, a risultare compatibile. La nuova operazione va a buon fine e a Barcellona, di nuovo, si tira un sospiro di sollievo. La convalescenza, questa volta, non è di un paio di mesi: ci mette un anno intero, Abidal, per tornare a sentirsi lentamente e progressivamente un calciatore professionista. Con la squadra si tiene sempre a contatto. Ma sono mesi duri, addirittura scioccanti per chi era abituato a vederlo in un certo modo e ora si ritrova di fronte un'altra persona.

“Prima di una partita feci un video motivazionale per la squadra – ha rivelato Abidal a 'Canal+' nel 2018 – Dicevo loro di non preoccuparsi per me, perché era come se fossi anch'io lì con loro. Messi mi rispose di non mandare più certe cose, che non voleva vedermi così. Io credevo di avere un bell'aspetto. Dicevo loro 'Dai ragazzi', cercavo di incoraggiarli. E invece loro mi vedevano come un cadavere”.

Non è un vero e proprio strappo, in ogni caso. Successivamente Abidal ha precisato che “a Messi non piaceva vedermi così, ma in nessun momento ha avuto brutte parole per me”. Anzi: lo spogliatoio lo attende a braccia aperte. E nei mesi successivi lo riaccoglie come si riaccoglierebbe un parente tornato dalla guerra. Eric torna ad allenarsi, ben conscio di non poter più essere quello di una volta. Per l'età, per gli acciacchi della malattia, perché c'è un fegato nuovo nel suo corpo. Però non può lasciare il Barça senza aver nuovamente messo piede al Camp Nou.

E così si arriva al 6 aprile 2013. Il giorno del secondo rientro in campo, se possibile ancor più emozionante del primo. Il Barcellona strapazza il Maiorca sotto il peso di cinque reti, ma a pochi sembra importare davvero del risultato: lo sguardo si dirige verso la panchina, dove siede un trentaduenne che ha appena visto la morte in faccia.

E al 70', rieccolo. Quando Guardiola ordina ad Abidal di dirigersi verso il terreno di gioco, il Camp Nou ribolle. Quando Piqué gli lascia il posto, la partita si fa pura emozione. Il pubblico presente si alza in piedi e tributa un lungo applauso al francese ritrovato, che dal canto suo cerca di onorare al meglio la ventina di minuti a disposizione. Dopo la gara, si toglie la maglia del Barcellona e ne mostra un'altra: “Merci mon cousin”. “Grazie cugino”. Ovvero Gerard, il donatore del nuovo fegato. L'uomo che gli ha consentito di donare alla storia un finale felice.

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