Parigi, domenica 12 luglio 1998. Sono da poco trascorse le ore 23, e allo Stadio Saint-Denis una squadra ha appena mandato in delirio una Nazione intera. La Francia di Aimé Jacquet, trascinata dal suo numero 10 Zinedine Zidane, ha travolto per 3-0 il Brasile stellare del “Fenomeno” Ronaldo (in una serata per lui molto complicata), di Cafu, Roberto Carlos e Dunga, dominando la finale dei Mondiali di casa.
Dopo i festeggiamenti sul campo, e la medaglia d’argento amara consegnata ai verdeoro, il Ct., tutto lo staff tecnico e i giocatori protagonisti dell’impresa salgono rapidamente gli scalini delle tribune per raggiungere la zona delle premiazioni. Sul collo di tutti i neocampioni finisce la medaglia d’oro, poi il presidente della Fifa, João Havelange, consegna la Coppa del Mondo nelle mani del capitano deiBleusDidier Deschamps, che la solleva al cielo, mentre tutti i compagni alzano le braccia. È il momento del massimo tripudio, immortalato da una storica foto.
In quell’immagine c’è però un assente illustre, che lontano dai riflettori, mastica amaro. Il suo nome è Sabri Lamouchi. Eppure il centrocampista franco-tunisino era stato davvero vicino a quel Mondiale. Aimé Jacquet lo aveva inserito nella lista allargata dei pre-convocati e fino all’ultimo il giocatore dell’Auxerre aveva sperato di entrare nell’elenco dei 22 definitivi. Poi però era arrivata la beffa, il taglio finale: Lamouchi era stato uno dei sei esclusi alla vigilia della competizione.
La Francia avrebbe vinto il Mondiale senza di lui. Una ferita mai completamente rimarginata, come lui stesso ammetterà molti anni dopo, nel 2019:
"Non aver giocato i Mondiali del 1998 è il peggior ricordo della mia vita professionale – dirà con sincerità ai microfoni del Telegraph - Per quasi tre anni è stato difficile da accettare, l'ho vissuta come una profonda ingiustizia. Meritavo di giocarli. Poi il dolore me lo sono lasciato alle spalle. E mi ha reso più forte".
Un destino beffardo quello del calciatore che, pur avendo giocato ad alti livelli tra Francia e Italia, ha sempre sfiorato la piena consacrazione senza mai afferrarla del tutto. Molti anni dopo, però, la carriera da allenatore gli avrebbe regalato nuove occasioni: la prima nel 2014, quando ha guidato nei Mondiali in Brasile la Costa d’Avorio, la seconda nel 2026, quando dopo la delusione della Coppa d’Africa, la Tunisia, il Paese di origine della sua famiglia, lo ha scelto come successore di Trabelsi per guidare la squadra nordafricana ai Mondiali nordamericani.


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