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Cristian Brocchi MonzaGetty Images

Perché Cristian Brocchi non allena da due anni e mezzo: "Mi hanno appiccicato l'etichetta di lecchino, non me lo spiego"

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Aprile 2022. Ovvero due anni e mezzo fa. Da tanto Cristian Brocchi non siede su una panchina: l'ultimo lavoro dell'ex allenatore di Milan e Monza risale a una parentesi poco fortunata al Vicenza, nella stagione 2021/2022, prima di essere esonerato.

Perché Brocchi non ha più trovato una squadra? Se l'è chiesto anche lui, uno degli artefici del ritorno in Serie B del Monza con tanto di doppio salto in A sfiorato nella stagione successiva. Credenziali che non gli sono servite per mantenersi costantemente ad alti livelli.

L'ex rossonero, effettivamente, una risposta alla domanda di cui sopra ce l'avrebbe pure. E l'ha svelata in un'intervista a Radio Serie A con RDS, nella quale il dispiacere per un'etichetta difficile da togliersi di dosso è palese.

  • LE VITTORIE PIÙ IMPORTANTI DELLA CARRIERA

    "Come dico sempre, ho due vittorie che sono le più importanti per me. La Champions del 2003 con il Milan e la prima Coppa Italia con la Lazio. Uno dice: “Ma come, la Coppa Italia con la Lazio?”. Sì, perché io vado via dal Milan, da casa mia, dalla mia famiglia per far vedere quanto valessi alle persone che dicevano “eh ci credo che Brocchi ha vinto due Champions, ha vinto queste coppe, gioca nel Milan, con tutti questi fenomeni…”. È vero, quello era un Milan di fenomeni. Ma anche Brocchi aveva dato una mano importante; allora io ti faccio vedere che adesso cambio maglia e vado a vincere con un’altra".

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  • "MI HANNO APPICCICATO L'ETICHETTA DI LECCHINO"

    "Sono stato lanciato subito dopo 3 anni di settore giovanile ben fatti, mandato in prima squadra negli ultimi due mesi e mezzo con il Milan ed è stato un momento difficile, perché fino alla sera prima eri un grande allenatore, un prossimo allenatore, uno che aveva delle belle idee, un predestinato. E dalla sera alla mattina mi sono ritrovato sulla panchina del Milan, in un momento di grande difficoltà. Ma non mi faceva paura quell’aspetto. La cosa che mi ha fatto male e che ancora oggi non mi spiego, è quel termine “lecchino” che mi hanno appiccicato come un’etichetta. Non sono mai stato né il lecchino né il cocchino del presidente Berlusconi. Sono stato una persona che lui ha stimato per le mie modalità di lavoro, per il modo in cui proponevo calcio o mi sapevo comportare. Penso che gli uomini di grande potere non regalino posizioni importanti per simpatia, anzi. Anche perché in tanti avevano costruito un certo tipo di rapporto con Berlusconi, ma non io. Io non ero uno che lo chiamava, che cercava di fargli il lavaggio del cervello. Lui mi aveva seguito e mi aveva scelto come allenatore. Però io penso che ci siano stati degli altri miei compagni con lo stesso percorso. Ma loro hanno avuto contratti, due anni, tre anni. Io  sono arrivato al Milan per gli ultimi due mesi e mezzo a scadenza di contratto. Se fossi stato il suo cocchino o altro probabilmente già in quelle circostanze avrei fatto qualcosa di diverso. Era solo stima da parte sua, fine. Ancora oggi c’è gente che mi etichetta così. Questa cosa ha condizionato la mia carriera di allenatore".

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  • "QUANDO UN MILANISTA MI SMINUISCE MI FA MALISSIMO"

    "Per me il Milan è una famiglia. Quando un tifoso del Milan mi sminuisce, mi critica, mi fa malissimo. Se vuoi farmi del male, fammi quello. Perché io al Milan ho dato tutto quello che avevo da quando avevo 9 anni sino a oggi. Sempre. Un amore, una passione. Si parla tanto di bandiere, di quei giocatori che non sono legati alla propria squadra. Però poi quando ci sono dei giocatori che lo sono, vengono sminuiti. E non è bello secondo il mio punto di vista".

  • "L'ERRORE PIÙ GRANDE"

    "L’errore più grande che ho fatto da allenatore è stato quello di fare un’intervista e dire una cosa negativa nei confronti del direttore sportivo del Monza, Antonelli, sbagliando. I panni sporchi si lavano in famiglia e soprattutto era una persona con cui avevo costruito un rapporto bellissimo, ci volevamo bene. Mi pento di questo errore, non è mai più capitato, dopo. E lì mi sono un po’ spento, mi sono un po’ allontanato dalla professione di allenatore. La voglia di tornare è tantissima, se c’è una cosa bella è stare in campo, creare un rapporto con i giocatori, vincere le partite: quell’adrenalina lì è unica".

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  • L'ADDIO AL MILAN

    "Con un risultato diverso in quella finale di Coppa Italia tra Milan-Juventus nel 2016 sarebbe sicuramente cambiato qualcosa, perché quando vinci qualcosa cambia. Se Berlusconi non avesse venduto il Milan, io magari avrei continuato anche la stagione successiva: avevo già fatto le convocazioni per il ritiro e fatto il programma delle amichevoli. Poi, proprio in quel momento, Berlusconi vende il Milan. Se l'avesse venduto un mese dopo, io probabilmente avrei continuato. Abbiamo però visto altri allenatori che hanno vinto, mi viene in mente il mio amico Andrea Pirlo, ma che nonostante questo, non sono rimasti". 

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