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Pazzini VeronaGetty Images

Pazzini: "Inter e Milan realtà pazzesche, io uno dei primi attaccanti moderni"

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Il "Pazzo". Basta questo per riportare alla mente le gesta di Giampaolo Pazzini e quella sua esultanza iconica, le due dita in corrispondenza degli occhi, dopo ogni segnatura.

Pazzini non gioca più da qualche anno, ma nel corso della carriera ne ha viste di tutti i colori: ha giocato nell'Inter e nel Milan, in Champions League e in Serie B, è diventato idolo alla Sampdoria, l'ha portata ai preliminari di Champions, ha fatto coppia con Antonio Cassano.

Una carriera che lo stesso ex attaccante ha raccontato ai microfoni di “Storie di Serie A”, su Radio TV Serie A con RDS.

  • GLI INIZI ALL'ATALANTA

    "Volevo inseguire un sogno, il mio sogno. Finita la terza media sono partito per Bergamo, per giocare nel settore giovanile dell’Atalanta. È stato bellissimo perché nessuno mi metteva troppa pressione e vivevo tutto come un sogno. Il Responsabile del settore giovanile allora era Mino Favini: un maestro di calcio nella vita, una persona che mi ha dato tanto, una figura straordinaria. Ho vissuto tutto con estrema gioia, nonostante non la difficoltà di lasciare famiglia e amici, ma era un'esperienza nuova da vivere. È stato tutto molto formativo e bello, mi ha fatto crescere in fretta e mi ha insegnato molto.
    Quando ero più piccolo ero un giocatore tutto campo, ma sempre nella zona offensiva; arrivato alla Dea mi hanno inquadrato subito come attaccante puro, mi hanno insegnato tantissimo e aiutato molto. 

    L’Atalanta ha sempre avuto un settore giovanile molto attenzionato e valorizzato, nonostante ad oggi la proprietà sia diversa rispetto a quando iniziai io, l’idea alla base era la stessa. Basti pensare che se andavi male a scuola non giocavi, lo facevano per metterti anche in difficoltà perché gli allenamenti richiedevano tempo così come lo studio per la scuola e far andare bene entrambe le cose poteva essere un modo di farti cominciare a convivere con delle difficoltà che sicuramente da grande ognuno di noi incontra".

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  • LA CHIAMATA DELLA FIORENTINA

    "A Firenze divento il “Pazzo”. Lì c’è stata la mia consacrazione, avevo già esordito a Bergamo vincendo la Serie B e giocando anche in Serie A. La piazza di Firenze era più grande e più esigente con una storia a livello di prima squadra molto importante. A 20 anni fai tutto con l’incoscienza della giovinezza e fai tutto con la magia negli occhi, non sei molto cosciente di quello che stai vivendo. L’impatto è stato da grande squadra e con grande pressione, fu un'annata particolare perché ci salvammo all’ultima giornata; tornare nella mia terra poi era qualcosa di unico. È stata un’esperienza molto bella perché lì, da ragazzino, sono diventato giovanotto. Sono cresciuto tanto, ho giocato più volte le coppe europee centrando diverse volte la Champions: ho giocato con campioni straordinari, da Toni che è diventato come un fratello l’anno in cui ha vinto la Scarpa d’Oro e vederlo dal vivo era una cosa impressionante, a Liverani, Santana. Lì si era già alzata l’asticella però: da una squadra che voleva salvarsi ad una che puntava a posizioni europee".

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  • "UNO DEI PRIMI ATTACCANTI MODERNI"

    “Sono stato uno dei primi a incarnare la figura dell’attaccante moderno; a me piaceva l’idea che l’attaccante dovesse giocare con la squadra, amavo molto il contromovimento, partecipare e far uscire i compagni. Non avevo ancora la cattiveria dell’attaccante. Cercavo di fare la giocata che poteva aiutare i compagni e la squadra, al goal ci pensavo e non ci pensavo. L’annata fatta da titolare arrivammo quarti qualificandoci per la Champions League e io feci 9 goal e 5 assist, Mutu ne aveva fatti tanti di più. In quegli anni non erano molti gli attaccanti che giocavano in funzione della squadra”.

  • LA SAMPDORIA IN CHAMPIONS

    "Lì ho avuto l’esplosione vera e propria. L’ultimo anno a Firenze arrivò Gilardino e quindi mi venne detto di trovare un’alternativa. Io ero giovane e volevo ancora dimostrare chi ero e prendermi le mie responsabilità. Quando sentii le voci sulla Sampdoria, fui molto felice. Fu un’esperienza pazzesca, un’avventura molto intensa già dai primi mesi con la salvezza raggiunta; sempre quell’anno arrivammo in finale di Coppa Italia contro la Lazio, ma ai rigori perdemmo. Quella poteva essere la ciliegina sulla torta dopo mesi intensi in una stagione tosta. Anche l’annata successiva con il raggiungimento dei preliminari di Champions fu una cavalcata pazzesca. Giocare a Marassi partite di Champions era una cosa pazzesca, entusiasmo e grinta.

    Marassi è quello stadio in grado di dare ai giocatori un qualcosa in più, i tifosi sono vicinissimi. Già dal riscaldamento si percepiva l'entusiasmo della gente che era in grado di darti carica e grinta.

    Nei primi mesi, appena arrivai, in panchina c'era Mazzarri. Le sue idee erano un po’ in contrasto con la mia idea dell’attaccante moderno: io volevo spostarmi, salire e rientrare. Mazzarri invece voleva che stessi fermo in zona d’attacco e mi ripeteva sempre “tu non ti preoccupare, aspetta che il pallone ti arriva lì”. Io inizialmente feci fatica a capire questa cosa, però il tempo gli diede ragione e in quei quattro/cinque mesi feci 15 goal. Io dovevo rimanere concentrato sulla fase offensiva".

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  • L'INTER E IL MILAN

    "Parliamo di 14 anni fa: parliamo di Berlusconi e di Moratti. Due presidenti incredibili, ma diversi. Mentalità diverse, rapporti con i giocatori diversi, modi di vivere calcio diversi, ma due realtà pazzesche. L’Inter era la squadra campione del mondo, tanti campioni e tanta fame; vivere quello spogliatoio mi ha fatto capire perché hanno vinto: una fame e una voglia assoluta. Trovarsi nello spogliatoio con Eto’o, Samuel, Milito e Materazzi, ti fa capire come un campione viveva ogni momento della settimana in preparazione al match del weekend. Li capii perché è giusto che esistano le categorie, perché ci sono giocatori e giocatori e poi ci sono i campioni.

    Il Milan era una società dove respiravi storia. Entravi a Milanello e rimanevi a bocca aperta, c’era storia ovunque, una società che a quel tempo era la società che aveva vinto più titoli al mondo e penso non ci sia molto da aggiungere. In quell’anno erano andati via molti senatori tra cui Ibrahimovic e Thiago Silva, ma nonostante questo respiravi storia. Due realtà clamorose".

  • LA CHIUSURA AL VERONA

    "L’ultimo anno al Milan trovai poco spazio: io arrivavo da un infortunio importante al ginocchio e Allegri era stato esonerato. Io avevo ancora voglia di mettermi in gioco e di sentirmi vivo e l’ultimo anno al Milan me lo fece capire.

    A Verona c’era il mio amico Toni e quindi la possibilità di giocare ancora con lui; l’allenatore era Mandorlini che mi aveva lanciato a Bergamo. L’impatto non fu positivo. Il primo anno siamo retrocessi, in una stagione costellata di infortuni pesanti. Per i tifosi veronesi c’era solo la maglia, non importava il nome del singolo, ma la maglia da onorare. Il secondo anno a Verona fu l’anno che mi diede più soddisfazione: capitano, capocannoniere con 23 goal e l’immediato ritorno in A. A livello mentale è stato molto complicato: passare dalle grandi piazze della Champions League a trasferte di sei ore di pullman non fu semplice e immediato".

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  • I RIGORI

    “Sono stato un bel rigorista, 23 rigori su 24 realizzati, una bella percentuale. L’unico che sbagliai fu perché scivolai. In quell’occasione Handanovic rimase fermo, quindi sono abbastanza sicuro che sarei riuscito a concretizzare anche quello se fossi rimasto in piedi. Sui rigori io mi allenavo e ci lavoravo molto. Cercavo di ricreare la tensione della partita anche in allenamento per simulare l’ansia e l’adrenalina della domenica. Io pensavo a come si sarebbe buttato il portiere, ma so che loro ragionano in modo opposto, cercando di intuire la posizione del tiro. Io mi esercitavo anche sull’esecuzione in sé”.

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