"Non volevo lasciare il Milan. E quella cosa lì mi pesava molto. Mi hanno chiamato e mi hanno detto: “Ok, però bisogna rinunciare a qualcosa, dobbiamo parlare”. Se dobbiamo parlare molto sinceramente, quando il Milan mi ha comprato, arrivavo dall’ultimo anno di Brescia dove avevo un contratto da 200.000€.
Ho fatto un’estate dove non sapevo mai con chi avrei firmato, fino agli ultimi cinque giorni veramente non sapevo in che squadra sarei andato. E alla fine mi sono ritrovato al Milan, che è la squadra per cui ho sempre tifato da bambino, con un contratto da circa due milioni e mezzo di euro. Ho detto: ‘Ok, ce l’ho fatta, sono arrivato, basta. Cosa devo fare? Più di così, cosa c’è?’. Poi per me, che non venivo da una città, non venivo da una famiglia ricca, mi dicevo: “Ok, basta, ora mi diverto, non penso più a niente”. E quindi ero un ragazzino di vent’anni che era a Milano con la fidanzata, che guadagnava un sacco di soldi, giocava nella sua squadra del cuore, non avevo più obiettivi nella mia vita. E ho avuto difficoltà perché questi ragionamenti e pensieri che facevo fuori dal campo poi si rispecchiavano in campo.
Ma la gente non pretendeva le stesse cose che a Brescia. Stessa cosa la società. Ho iniziato in modo normale nelle prime partite, niente di che. Poi ho avuto il periodo in mezzo, che è stato quello di maggiore difficoltà per le tante partite, a cui non ero abituato. Noi giocavamo una volta a settimana a Brescia, e mi sono ritrovato a fare i preliminari di Europa League, Europa League, Coppa Italia, Serie A. Ero stravolto, quindi l’ho subita molto. Delle volte, in quella stagione, preferivo non giocare, quindi questo ti fa capire in che momento ero. Se oggi non gioco una partita, la mia ragazza lo sa, è un delirio!
A fine stagione ci siamo qualificati in Champions e ho detto: ‘Basta, adesso devo giocare’, perché avevo fatto 37 partite, ma mai nessuna che ti faceva dire ‘Caz*o, che partita che ha fatto Tonali!’. Dal secondo anno è cambiato un po’ tutto. Sono andato in vacanza, ho fatto una vacanza un po’ particolare perché non sapevamo ancora se il Milan mi avrebbe riscattato o meno. Sono rimasto a Brescia, sul lago, trascorrendo ogni giorno a guardare il telefono per 20 giorni, c’era quell’aria pesante. Non volevo lasciare il Milan. E quella cosa lì mi pesava molto. Ci hanno chiamato e ci hanno detto: ‘Ok, però bisogna rinunciare, bisogna parlare’. Credo che il momento di difficoltà me lo sono tolto nelle prime due partite della seconda stagione, che erano un po’ un dentro o fuori. Della serie: o sei cambiato oppure ti releghiamo a quello che eri prima. Devo ringraziare Cellino che ha aspettato, rinunciando anche ad altre offerte più alte, per assecondare il mio sogno. È una persona buona che mi ha perso a cuore".