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Mourinho PogbaGetty Images

Mourinho sugli equivoci a Roma, i paletti per il futuro e Pogba: "Dopo il Mondiale vinto con la Francia è tornato diverso"

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Parla José Mourinho. E quella rilasciata al 'Daily Telegraph' dall'allenatore portoghese è un'intervista lunga, sincera e piena di spunti che meritano di essere menzionati.

Dal rapporto con Paul Pogba e il cambiamento del francese dopo aver vinto i Mondiali, alla fine dell'avventura vincente e complicata con la Roma: Mourinho non teme di affrontare alcun argomento, come suo solito.

Non manca una spruzzata di ricordi, ma anche un avvertimento per il futuro: chi lo vuole sappia che José ha dei paletti piuttosto chiari, perché gli equivoci dell'esperienza in giallorosso non si ripetano.

  • LA CORSA DOPO IL GOAL DI COSTINHA

    "Ho festeggiato in maniera bizzarra nel corso della mia carriera, ma quell'esultanza (la pazza corsa dopo la rete di Costinha in Manchester United-Porto 2003, ndr) ha probabilmente ha cambiato la direzione della mia carriera.

    Rafa Benitez ha vinto il campionato spagnolo con il Valencia e la Coppa UEFA. E ho vinto il campionato portoghese, la Coppa UEFA e la Champions League. Quindi per venire in Inghilterra non era sufficiente fare qualcosa di bello in un campionato più piccolo. O che il tuo portiere sapesse costruire da dietro. Quello che dovevi fare era qualcosa di veramente grande per aprire quella porta".

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  • "POGBA ERA CAMBIATO DOPO IL MONDIALE"

    “L’unica cosa che posso dire è che succede a quasi tutti in alcuni momenti della tua carriera: perdi un po’ il senso di chi sei e cosa devi essere. La stagione successiva alla vittoria dei Mondiali da parte della Francia, penso che Paul sia tornato diverso. Il Mondiale lo ha portato in una dimensione in cui per lui il calcio non era più la cosa più importante.

    La squalifica per doping? Non mi piace affatto la situazione che sta vivendo Paul.

    I nostri screzi? Quando sei sostenuto dal potere, dalla gerarchia, il messaggio che passa è molto positivo nel gruppo. Quando non sei supportato, perché il giocatore è più importante o ciò che rappresenta è più importante, allora sei in una situazione fragile. Anche se sei un allenatore con tanta esperienza, come era nel mio caso”.

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  • COSA NON È ANDATO ALLA ROMA

    “Non è che abbia paura dei lavori con club non “abituati a vincere”. Quando alcuni allenatori hanno raggiunto un certo livello, forse dicono: “Lavorerò solo per vincere”. Il mio obiettivo è cercare di rendere i club “abituati a vincere”, o raggiungere degli obiettivi”.

    La descrizione del lavoro dei miei sogni – perché una cosa è un titolo professionale e un’altra cosa è la descrizione del lavoro – è ‘capo allenatore’. Questo è il mio sogno. Essere l'allenatore. Essere colui che che lavora con la squadra, concentrarmi sullo sviluppo dei giocatori, sulla preparazione delle partite.

    Sfortunatamente, ci sono state delle situazioni in cui dovevo essere molto più di questo. Quando sei molto di più non sei un allenatore bravo come potresti essere. Il club ti mette in una posizione in cui non vuoi essere.

    Pensi che dopo la finale di Europa League che abbiamo perso, nelle circostanze in cui abbiamo perso, fossi felice con tutta l'emozione che ho provato? Credi che fossi felice di essere il volto del club, di andare in conferenza stampa per parlare di quello che era successo? No, odiavo andarci.

    Datemi una struttura professionale in cui io sia solo l'allenatore, perché questo è ciò in cui sono bravo. La gente dice che sono bravo a comunicare. Ma molte, molte volte dici le cose sbagliate. Soprattutto quando comunichi tre o quattro volte a settimana. La struttura di un club mi spinge nella direzione sbagliata”.

  • IL FUTURO

    "Ciò che può davvero fare la differenza è quanto un club mi voglia. Quanto una società abbia bisogno di una persona e di un allenatore del mio profilo. E quanto sentimento, empatia possa provare.

    L’unica cosa che voglio è che i traguardi e gli obiettivi vengano stabiliti da tutti in modo equo. Non posso andare in un club dove, per via della mia storia, l’obiettivo è vincere il titolo.

    Pensi che se fossi in un grande club della Premier League e fossimo sesti, settimi, ottavi in classifica, avrei ancora un lavoro? Quello che sto dicendo è che le persone dovrebbero guardarmi nel modo in cui guardano gli altri. Ciò che è importante per me è che il club abbia degli obiettivi e che io possa dire di essere pronto a lottare per questi obiettivi. Non voglio dire realistico, ma semi-realistico. Perché quando andai alla Roma nessuno sognava la finale di Coppa e noi ce l'abbiamo fatta. Non è possibile che vada in un club quasi retrocesso e l’obiettivo sia vincere la Champions League. Va bene, ma non è giusto”.

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