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Morata MilanGetty Images

La confessione di Morata: "Ho sofferto di depressione e attacchi di panico, pensavo non avrei più giocato"

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Calcio e vita privata sofferta, pallone e disagio: Alvaro Morata racconta tutto. L'attaccante del Milan ha rilasciato una lunga intervista a COPE, parlando delle motivazioni che lo hanno spinto a lasciare l'Atletico Madrid per far ritorno in Italia.

Motivazioni che hanno prettamente a che fare con lo stato di sofferenza in cui l'ex attaccante della Juventus si trovava a convivere in Spagna. Con una parola che nel mondo del calcio è ancora tabù, e che sembra surreale se associata a un fresco campione d'Europa, ma che Morata non ha avuto timore nell'esternare: depressione.

"Una persona dentro di me contro cui dovevo lottare tutti i giorni e tutte le notti": così l'ha definita il giocatore rossonero, all'interno di un'intervista dai toni emotivi molto alti.

  • "DEPRESSIONE E ATTACCHI DI PANICO"

    “La Spagna è il miglior paese del mondo. La mia situazione è un po' complessa, ma quando terminerò la mia carriera tornerò sicuramente a vivere qui. Perché situazione complessa? Non mi piace parlare di questo argomento, la gente dice che mi lamento sempre, ma spero alla fine di quest'anno che esca un documentario che aiuterà le persone a comprendere la mia storia qui in Spagna. Aiuterà la gente che sta male, che ha dei momenti duri. Quando soffri di depressione, di attacchi di panico, non conta il lavoro che fai o la vita che hai. Hai un'altra persona dentro di te contro cui devi lottare tutti i giorni e tutte le notti. Per me andarmene dalla Spagna era la cosa migliore, perché era arrivato un momento non cui non ce la facevo più”.

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  • "PENSAVO CHE NON AVREI PIÙ GIOCATO"

    “Credo sia la prima volta che lo dico apertamente. Però sì, sono stato molto male. Pensavo che non sarei più stato in grado di mettermi le scarpe da calcio e scendere in campo. Poche persone lo sapevano: Simeone, Koke, alcune persone qui in Nazionale, il mio psichiatra, il mio mental coach. La televisione, i social, a volte rappresentano un mondo che non è reale. Devi dare un'immagine, perché è il tuo lavoro. Ma sono stato molto, molto, molto male. Non voglio piangere, ma mi sono successe tante cose e alla fine sono esploso. Alla fine correvo a casa, mi si serrava la gola”.

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  • "MI VERGOGNAVO CON I MIEI FIGLI"

    "Se non avessi incontrato la mia psichiatra, il mio mental coach e ovviamente se non avessi avuto la mia famiglia e i miei amici... Iniesta e Bojan hanno vissuto momenti simili, io pensavo che fosse una cosa impossibile. Tre mesi prima degli Europei, indossare la maglia della Spagna ed esserne il capitano era la cosa più remota che passava nella mia testa. Non ero sicuro che sarei tornato a giocare una partita, non sapevo cosa mi stesse accadendo, era una cosa molto complicata e delicata. Renderti conto che la cosa che ami di più al mondo è quella che in quel momento stai odiando di più è complicato. Mi vergognavo a stare con i miei figli, mi vergognavo a uscire in strada. Ogni volta che andavo in giro con loro accadeva un episodio, la gente mi chiedeva di calcio, o che cos'era successo nella partita precedente... Non volevo più nemmeno andare a fare la spesa, fare le cose che fa un padre normale con i suoi figli. Mi dicevano talmente tante cose davanti a loro che mi vergognavo”.

  • "HO REAGITO, HO SUPERATO IL LIMITE"

    “La decisione di lasciare la Spagna è stata anche per i miei figli, non soltanto per me. Le critiche sportive molte volte diventavano una presa in giro facile. Questo è diventato un problema, mi insultavano in maniera forte davanti a loro. E così arriva un momento in cui non esci più di casa. Come ho fatto a non reagire? No, l'ho fatto. Molte volte ho superato il limite. Come al ristorante, io spiegavo la situazione alle altre persone presenti e l'altro si vergognava: “No, era solo per fare un video”, o cose del genere. Per questo dico che gli Europei mi hanno cambiato la vita: ora mi rispettano un po' di più. Avevo una spada infilata nel petto e l'ho estratta. La foto di campioni, non solo mia ma di tutta la squadra, è lì”.

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  • QUANDO HA DECISO DI CHIEDERE AIUTO

    “Quando mi sono reso conto che tutto mi stava scivolando dalle mani. Svegliarti, dover andare all'allenamento e sapere di star male... Io sono uno a cui piace chiacchierare, scherzare. Ma arrivavo nello spogliatoio, rimanevo seduto al mio posto e quando dovevo vestirmi e andare al campo salivo in macchina e tornavo a casa. Rientravo nella mia abitazione e cominciavo a lottare contro la mia testa”.

  • "UN PROBLEMA REALE"

    “Questa è una malattia come tutte le altre. La gente ti dice: “Su, animo”. Ma questo è un problema reale, soprattutto per i giovani. Dovrebbero far capire loro che lo psicologo è una buona cosa, lo psichiatra è una buona cosa. Magari non depressione, ma sicuramente tante persone hanno sofferto d'ansia, di attacchi di panico o cose legate alla salute mentale”.

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  • CHI SAPEVA TRA I SUOI COMPAGNI

    "Molti, ma qui in Nazionale nessuno. Durante gli Europei stavo già meglio, anche se non voglio immaginare cosa sarebbe successo se non fosse andata com'è andata. Mi sono reso conto che dovevo essere forte per proteggere gli altri, se qualcuno doveva essere criticato che fossi io. Però si notava, anche durante le interviste. Raramente io litigo con qualcuno, ma lo facevo con persone a cui voglio molto bene: poi andavo a chiedere loro scusa. Ho avuto la fortuna di avere questi compagni di Nazionale".

  • "MI SONO CURATO"

    “Mi sono sottoposto a delle cure. Non puoi rimanere per sempre così, devi sottoporti a un trattamento, avere coraggio e forza. Io avevo tutto, ma avevo paura di tutto. Significa che qualunque sia la tua situazione di vita, è una cosa che può capitarti. Per questo voglio raccontarlo: per aiutare le persone, non per lamentarmi. Ora sto bene e sono felice".

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  • IL TRASFERIMENTO AL MILAN

    “All'inizio pensavo che sarei rimasto all'Atletico Madrid, il mio desiderio era quello. Poi ho fatto un'intervista in cui dicevo che non sapevo se avrei continuato con la Selección, perché ho un'età, perché ci sono i giovani, perché c'è altro oltre al calcio. Mi hanno criticato per la mia opinione, e mi sono reso conto che questo in Italia non accade. Lì le persone mi rispettano. Quando ti appiccicano una determinata etichetta è difficile staccarla. Come quando in un'intervista ho detto di aver dato una festa a casa mia, e in Spagna mi hanno criticato dicendo che nella mia situazione personale non era il caso di darla. Per quanto riguarda l'Atletico, le cose finiscono, abbiamo opinioni diverse, può accadere. Ho la coscienza tranquilla".

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