Immaginate una lega chiusa, in cui sono i capi della competizione a decidere i partecipanti. Immaginate che l'ammissione al torneo non derivi dal merito sportivo, ma da una tassa iniziale recante otto zeri da pagare alla cassa più vicina. Massimizzazione dei profitti e valore futuro.
Perché far nuotare delle sardine in un mare di pescecani? Nah, verrebbero mangiati. E se poi in qualche modo i Re del mare vengono feriti? No, meglio di no.
L'indignazione nelle strade di Londra e Liverpool dopo l'annuncio della Superlega era stata talmente forte che i club britannici erano stati i primi a tirarsi indietro dal progetto di un torneo parallelo alle competizioni UEFA. Del resto i tifosi dei club inglesi avevano già il proprio campionato ricco oltre ogni limite, con quel democratico appunto, però, delle possibili promozioni.
Una squadra proveniente da un centro dell'Oxfordshire di 1.000 abitanti o una nata in un paesino da 500 anime nelle West Midlands a quale gradino della scala delle difficoltà ha la possibilità di giocare in Premier League. Forse un 9 su 10? Ma la timida possibilità di essere la squadra pollicino c'è.
Qui, però, non parliamo né della Superlega né della Premier League. Parliamo della cultura americana dei tornei a scatola chiusa, in cui il sistema delle promozioni non è previsto. E in questo caso particolare, della Major League Soccer, il massimo campionato calcistico di Stati Uniti e Canada.


