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Lautaro Martinez InterGetty Images

Lautaro a cuore aperto: "Avevo tante offerte, sono rimasto all'Inter per vincere: avere la fascia da capitano mi rende orgoglioso"

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Lautaro Martínez e l'Inter sono legati da un filo indissolubile, una storia d'amore nata nell'estate del 2018 e cresciuta negli anni fino a diventare unica.

L'attaccante argentino è ormai una bandiera del club, tanto da esserne diventato capitano e aver raggiunto numerosi record in nerazzurro.

Il club milanese gli ha dedicato un film-documentario, disponibile sul canale YouTube ufficiale, intitolato In arte Lautaro.

In questa produzione, il classe 1997 si racconta a tutto tondo: dall'arrivo in Italia alle gioie e delusioni vissute, fino a diventare un punto fermo della squadra, con l'obiettivo di entrare nella leggenda del club.

Di seguito le principali dichiarazioni di Lautaro Martinez a In arte Lautaro.

  • IL PRIMO GIORNO ALL'INTER

    "È stata una giornata molto molto speciale per me: arrivare in un club come l'Inter sicuramente è stato bellissimo, è stato un sogno. Ho lavorato tantissimo da piccolo in Argentina, insieme alla mia famiglia che non mi ha mai fatto mancare niente: il nostro sogno argentino è fare il salto in Europa, il calcio europeo è sempre molto importante a livello mondiale. Quando l'Inter mi ha chiamato e hanno mostrato il loro interesse, non ho dubitato per un secondo: il mio arrivo qui mi ha segnato tanto anche a livello personale, ho cambiato paese e cultura. L'Inter è stata molto vicino a me, li ringrazio e lo faccio sempre dentro al campo. Io sono arrivato sconosciuto, giovane e senza conoscere lingua e cultura: mi sono sentito subito a casa. Hanno messo a disposizione tutti per farmi sentire bene. Tengo tanto alla famiglia e all'inizio non è stato facile per loro: quando mia mamma ha visto l'amore che mi hanno dato si è sentita più tranquilla".

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  • LA PRIMA RETE IN SERIE A E IL RECORD IN NERAZZURRO

    "Il primo goal in Serie A? Mi ricordo il boato di San Siro: era un momento in cui giocavo poco e quando entravo volevo segnare. Iniziai da titolare, è impossibile dimenticarlo: quel goal ha iniziato tutto il mio cammino con questa maglia e con questi fantastici tifosi".

    E sul record come goleador straniero dell'Inter: "Essere arrivato in testa in questa classifica vuol dire tanto per me e per gli argentini, siamo molto legati all'Inter: ho lavorato duro, sono molto felice, vuol dire che ho fatto le cose per bene".

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  • IL PRIMO SCUDETTO: DECISIVA LA VITTORIA NEL DERBY

    "Dopo aver vinto il derby ci rendemmo conto che il campionato era nostro. Giocavamo un calcio speciale, un calcio dove difendevamo bene, non prendevamo tanti goal e la squadra giocava a memoria: per noi vincere quel derby fu fondamentale per il percorso in campionato e per vincere il mio primo scudetto. Rimarrà per sempre visto anche il momento che il mondo stava vivendo con il covid: giocare così, con la gente a casa, era difficile: abbiamo lavorato tantissimo dopo esserci fermati. Volevamo festeggiare con tutta la gente, ma quello scudetto è uno dei trofei più importanti."

  • LE TANTE OFFERTE E LA SCELTA DI RESTARE

    "Il primo scudetto rimane nel cuore perché è il mio primo trofeo da professionista e con l'Inter: arrivava dopo tanti anni in un club con tanta storia, non poteva mancare quell'anno il trofeo. La squadra c'era, il lavoro e l'impegno anche: volevamo finire così e siamo riusciti a farlo, abbiamo dato tutto per riportare un trofeo che mancava da tempo. Era la stagione in cui dovevo dire chi fossi e dimostrare: ho lavorato tantissimo per mostrare le mie qualità, sono felice e orgoglioso perché dopo quell'anno arrivarono tante offerte per andare via ma scelsi di rimanere perché volevo vincere ancora con l'Inter. Dal primo momento mi hanno fatto sentire a casa: sono rimasto anche perché la mia famiglia si è innamorata di Milano e io dovevo dare ancora tanto all'Inter. Io guardo l'aspetto sportivo e il progetto che ha in mente il club: e quello che aveva in mente l'Inter per me era molto importante. Infatti ne sono arrivati altri di trofei e per me questo vuol dire che la scelta è stata giusta perché volevo continuare a portare trofei all'Inter come la Coppa Italia e la Supercoppa che mancavano da tanto tempo, ma in generale il giocare delle finali è importante. Sono orgoglioso della scelta che ho fatto."

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  • LO SCUDETTO PERSO COL MILAN

    "Lo scudetto perso? Per prima cosa provai tristezza: era un momento in cui eravamo vicini a vincere un altro campionato, ma la delusione parte dalla partita che sappiamo tutti. Potevamo fare grandi cose ma i conti non sono andati dalla nostra e abbiamo perso lo scudetto: è stato un colpo durissimo per me, avevo creduto nel progetto dell'Inter e cosa mi era stato detto quando c'erano tante offerte. Quando vinci il primo vuoi continuare a vincere: non arrivare all'obiettivo è stato un colpo difficile da far andare via ma queste cose ti fanno crescere, a volte anche più della vittoria. Siamo arrivati ad un passo dall'obiettivo, vuol dire che il lavoro è stato fatto bene: poi ci è mancato qualcosa. Ci si rialza lavorando di più credendo in quello che fai: perché se non ci credi è difficile raggiungere gli obiettivi. Noi abbiamo lavorato credendo tanto in quello che facevamo aggiustando cos'era mancato: da lì sono arrivate tante cose belle, abbiamo fatto un ottimo lavoro. Quando ha fischiato la fine l'arbitro tutta la gente era ancora allo stadio dopo aver saputo all'intervallo l'altro risultato: per noi è stato importante sentire il calore nonostante la sconfitta, ci ha legato tantissimo ai tifosi perché in un momento così vedere la gente al nostro fianco soffrire come noi era un messaggio importante. Ci siamo sentiti troppo vicini a loro".

  • IL MONDIALE, IL DOLORE ALLA CAVIGLIA E LE LACRIME

    "Dopo il Mondiale sono tornato in Italia, sono tornato a casa mia all'Inter, dove l'affetto è sempre importante. Vincere un Mondiale è sempre speciale, bello e difficile: poi per tutto quello che ho vissuto in quel periodo. Cosa significa lo spirito di sacrificio? Per me vuol dire non mancare un allenamento ed essere sempre in campo. Io vivo così il calcio, ho giocato con la caviglia distrutta praticamente: facevo infiltrazioni tutti i giorni. Già nella seconda gara non avevo più sensibilità, non sentivo quando toccavo il pallone. Poi a fine stagione dopo la Champions League volevo operarmi: una decisione difficile. Mi viene da piangere perché io all'Inter do tutto, quando le cose non vanno uno cerca di lasciarle indietro: io ho sempre dato il massimo e a volte queste cose non si vedono (piange, ndr). Sono tanto sensibile. Io lavoro sempre al massimo, cerco di aiutare i compagni. Io sono arrivato a giocare un Mondiale con una caviglia così perché ho voluto sempre stare in campo e allenarmi: per me essere mancato al Mondiale in Russia è stato durissimo. Ed essere arrivato in Qatar così non era quello che volevo, ma io sono così: do il massimo ogni giorno e non guardo quello che arriva. Io vivo così coi miei figli, a livello personale e a livello calcistico: è tutto qua".

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  • L'EURODERBY DI CHAMPIONS LEAGUE

    "All'andata abbiamo fatto due goal subito, siamo partiti nella maniera corretta: non abbiamo lasciato niente al Milan. Al ritorno dovevamo fare lo stesso, serviva vincere per andare in finale: non sapevamo se saremmo riusciti a fare lo stesso lavoro dell'andata, ma in queste partite quando fai una bella andata devi andare avanti anche se sei in vantaggio. Abbiamo capito bene il messaggio e anche il ritorno l'abbiamo affrontato in modo corretto facendo quello che volevano il Mister e lo staff: siamo andati in vantaggio meritatamente. Sicuramente quella rete è il più emozionante per tutto quello che significava tornare in finale di Champions e giocare una semifinale col Milan: come emozione rimane uno dei più importanti che ho fatto. Quella settimana tanti tifosi mi aspettavano tanti tifosi al mio ristorante, al parco non riuscivo ad andare perché la gente era emozionata. Giocare il ritorno in casa è stato bellissimo".

  • L'IMPORTANZA DI ESSERE IL CAPITANO

    "La fascia al braccio è una cosa molto importante per un calciatore, di più in club come l'Inter, che ha avuro capitani che hanno fatto la storia. Io lo sapevo da un po' che sarei stato il capitano: poi quando giochi la prima partita con la fascia è tutto orgoglio e felicità. Con o senza quella al braccio io sono lo stesso: è stata una scelta del club e del mister, fa piacere portarla ed è un orgoglio. Come capitano io ho bisogno di tutti: la porto, ma la squadra è la cosa più importante e ho bisogno dal più grande al più giovane. Rispetto e umiltà, mi porto queste cose".

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