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Vlahovic Leao Lautaro MartinezGetty Images

Lautaro Martinez e Vlahovic si sono sbloccati, ora resta solo Leão: atteso l'ultimo step

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Da Milano a Udine, da Udine a Genova. Venerdì sera, sabato pomeriggio e tardo pomeriggio. Tre partite con qualcosa in comune, da unire come nel gioco dei trattini della Settimana Enigmistica. Rafael Leão, quindi Dusan Vlahovic e Lautaro Martinez: la Santissima Trinità dei campioni un po' inceppati.

Leão, se vogliamo, è il simbolo del Milan. Certamente l'elemento più qualitativo e dalle maggiori potenzialità. Vlahovic è quello della Juventus, il centravantone da doppia cifra col sogno del titolo di capocannoniere. Lautaro, beh, dell'Inter è un po' tutto: capitano, idolo, massimo goleador. L'ultimo re dei bomber del torneo.

Il serbo e l'argentino sono tornati a comparire all'appello durante il weekend: hanno segnato e aiutato le rispettive squadre ad arrivare al successo. Lautaro era a digiuno addirittura dall'inizio del campionato. Leão, invece, non segna dalla terza giornata in casa della Lazio. E alla fine, nonostante di positivo ci sia molto altro, è questo uno degli ultimi, piccoli tabù che ancora non sono stati sfatati.

  • LA RIVINCITA DI VLAHOVIC

    “Parlate, parlate”, ha fatto segno Vlahovic dopo lo 0-2 del Ferraris contro il Genoa. Sugli spalti non l'ha visto nessuno, perché nessuno era presente. Poco male: l'invito era rivolto ai critici, a chi sottolineava con veemenza la sua scarsa vena realizzativa. Giustamente, peraltro, se è vero che dopo la doppietta di Verona alla seconda giornata Dusan non è più andato a segno. Si è sbloccato lui e si è sbloccata la Juve: un motivo ci sarà.

    "Quando fai goal sei il migliore, quando non lo fai sei il peggiore – ha detto Vlahovic a DAZN dopo la partita di Marassi – Ci sono partite in cui hai meno occasioni, ma la gente si aspetta che io risolva le partite. È normale, non scappo da questa responsabilità. Quanti goal voglio segnare? Non lo so. Non mi pongo limiti. Guardo partita per partita, lavorando al massimo. Per me l'unica cosa che conta, come dice la maglia, è vincere”.

    Vlahovic è tornato a sorridere, ma è tornato a sorridere anche Thiago Motta. Gli hanno dato dell'Allegri bis dopo tutti quegli 0-0: ecco la risposta. Anche e soprattutto grazie alla ritrovata vena realizzativa del proprio punto di riferimento offensivo:

    "È un leader positivo anche nelle difficoltà, nella comunicazione e nel linguaggio del corpo: aiuta sempre la squadra. Deve migliorare e rimanere più in sintonia con i compagni nel corso della partita, ma lui ce l'ha: è un ragazzo che vuole competere e dare il massimo in ogni partita. Anche quando l'ho sostituito l'avevo visto bene, anche se lo vedo meglio quando fa goal. Lui è un giocatore molto importante per noi e lui questo lo sa bene. Deve continuare così".

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  • LAUTARO, SCUSATE IL RITARDO

    Lautaro Martinez, se possibile, era messo peggio di Vlahovic. Semplicemente perché fino a questo momento non aveva segnato mai, neppure una volta, né in campionato né in Champions League. E dunque, pure qui, si è detto e scritto di tutto: Lautaro è un caso, Lautaro ha perso il killer instinct, Lautaro non è più ai livelli dello scorso anno.

    Dal punto di vista dei numeri, non c'è paragone: nel 2023/2024, annata in cui si è laureato capocannoniere della Serie A guidando l'Inter verso la conquista dello Scudetto della seconda stella, l'argentino aveva collezionato cinque reti dopo sei giornate. Diventate nove in sette turni dopo la clamorosa quaterna da subentrato dell'Arechi di Salerno. Ricordate? Il tema di discussione era il possibile superamento del record di Gonzalo Higuain e Ciro Immobile (36 centri a testa), prima che Lautaro abbassasse le proprie medie durante la stagione.

    La doppietta di Udine riporta le cose alla normalità. Riallinea i pianeti del mondo Inter, fino a sabato stranamente scombinati. Riporta fiducia nella mente e nel corpo di un calciatore che vive per il goal, ma che sa fare molto altro: praticamente tutto, a dire il vero. Escludendo la Nazionale non segnava da 10 maggio, Lautaro: per un attaccante non può non essere un peso, anche se lui giura il contrario.

    "Per me è importante, l'attaccante cerca sempre di farne, ma prima lavoro per i compagni e poi se riesco a segnare meglio ancora – ha raccontato a DAZN dopo la partita di Udine – Devo continuare a lavorare e lanciare l'Inter sempre più in alto, conta che la squadra vinca".

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  • RESTA SOLO LEÃO

    All'appello manca solo Rafael Leão. Che con i due colleghi ha un punto in comune e un altro di distacco. Quello che lo differenzia da Lautaro e Vlahovic è il ruolo, naturalmente: di là si parla di due calciatori che “devono” segnare, che sono pagati per quello; di qua, di un giocoliere che come compito principale ha quello di creare “qualcosa di diverso”, come ama ripetere. Anche se non sempre ci riesce.

    “Chi non riesce a fare un passaggio ma segna 30 goal viene messo sopra a tutti – spiegava in un'intervista alla Gazzetta dello Sport di inizio agosto – anche a chi porta qualcosa di diverso. Il calcio però è dare spettacolo e vincere, per quello ci vengono a vedere”.

    Già, ma Leão è e rimane un giocatore offensivo. E come tale il goal non può essere considerato un elemento di secondaria importanza: è simbolo di incisività, di concretezza, di arrosto e non fumo. Fin qui Rafa è andato a segno solo una volta, in casa della Lazio, nella notte del caso cooling break. È soprattutto per questo che spesso si critica il portoghese: per quella tendenza a gigioneggiare, a sparire dal gioco, a correre in ciabatte, senza imprimere a fondo il proprio marchio. Senza, insomma, sfruttare appieno le potenzialità che Madre Natura gli ha donato.

  • SEGNALI POSITIVI

    Però, come detto, c'è dell'altro. C'è che gli assist di Leão in campionato sono già tre. E uno più bello dell'altro: per Pulisic a Parma, per il “gemello” Theo Hernandez col Venezia, sempre per il francese col Lecce. La partita in cui Paulo Fonseca gli ha consegnato la fascia da capitano: un bell'attestato di fiducia dopo le polemiche dell'Olimpico e la notte in chiaroscuro del derby.

    "Io ho sempre avuto un bel rapporto con lui, una relazione aperta – ha detto l'allenatore in conferenza dopo la partita – Gli ho sempre detto che è un grandissimo giocatore, ma che ora deve essere un giocatore per la squadra. Mi piace molto il fatto che sia decisivo: oggi ha fatto un grandissimo assist per Theo. Mi piace ancora di più vedere la sua crescita in difesa, è nel posto giusto quando ne abbiamo bisogno. Oggi Rafa è un giocatore diverso. Non è perfetto, non fa sempre bene, ma lo fa tante volte e valuto tanto il suo sforzo per aiutare la squadra".

    Leão piace a Fonseca perché si è messo a disposizione della squadra, nonostante quell'atteggiamento apparentemente indolente faccia pensare al contrario. Ha capito che il pressing difensivo è importante, che sia nella propria metà campo o in quella altrui. Un esempio? Guardate l'azione del 3-0 di Pulisic: è stato lui a mettere i bastoni tra le ruote a Gaspar, inducendo il centrale leccese a sbagliare completamente il disimpegno.

    "Stiamo lavorando molto anche individualmente con Rafa, difensivamente – raccontava Fonseca giovedì – Lui pressa, torna, può fare meglio ma sta crescendo dal punto di vista difensivo. Nel derby siamo stati una squadra, lui incluso. Ha avuto tre opportunità per essere decisivo. Per me sta facendo un buon lavoro, giocando di squadra, e per me è la cosa più importante in questo momento".

    A Leão, insomma, manca solo quel guizzo finale: essere maggiormente decisivo nei pressi della porta. Anche perché un attaccante da 20 goal, come possono essere Lautaro o Vlahovic, il Milan in rosa non ce l'ha. Leverkusen è un bel banco di prova, l'ennesimo dopo l'Inter e il Liverpool. Nel derby ha sprecato davanti a Sommer, coi Reds ha spaccato la traversa. E ora in Germania vuole correggere la mira. Seguendo l'esempio dell'argentino e del serbo, i due bomber risorti del weekend.

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