Pubblicità
Pubblicità
Questa pagina contiene link di affiliazione. Quando acquisti tramite i link forniti, potremmo guadagnare una commissione.
Gosens Genoa FiorentinaGetty Images

L'Italia ha riscoperto Gosens: in Germania era "caduto mentalmente", ora trascina la Fiorentina

Pubblicità

Robin Gosens non è un personaggio banale nella storia recente del calcio italiano. È, in poche parole, uno degli artefici principali della strepitosa ascesa dell'Atalanta, da squadra di provincia pura e semplice a realtà consolidata che ogni anno gioca in Europa.

Anche per questo in estate la Fiorentina ha deciso di riportarlo in Serie A: perché le immagini di Gosens che domina la fascia sinistra di Gasperini erano ancora fresche. Nonostante una parentesi individualmente poco fortunata all'Inter. Nonostante tutto quel che l'ex nerazzurro (doppio) ha passato in Germania.

Fiducia ripagata: anche Gosens è uno dei punti fermi di una squadra che ha messo le ali dopo un avvio complicatissimo. E che ora si gode una bella vista panoramica da lassù, in compagnia proprio dell'Atalanta, ma anche della Lazio. E davanti alla Juventus e al Milan.

  • Gosens Genoa FiorentinaGetty Images

    IMPRESCINDIBILE

    Il guizzo decisivo di Marassi, quello che ha dato i tre punti alla Fiorentina in una gara più ostica che mai, è il secondo in una settimana per Gosens: il tedesco era appena andato a segno anche in casa del San Gallo in Conference League. In totale fanno tre goal tra tutte le competizioni, contando anche quello contro il Monza di settembre.

    Da quando ha rimesso piede in Serie A, l'ex atalantino è diventato un punto fermo di Palladino. Prima come esterno di centrocampo, nelle settimane in cui Palladino stava cercando di instaurare l'era della difesa a tre anche a Firenze. E poi più arretrato, in una retroguardia a quattro.

    Sono otto le presenze in campionato, tutte dall'inizio e quasi tutte dal primo all'ultimo minuto: a Empoli è stato tolto a poco dalla fine, a Lecce al 66' col risultato già in cascina, ma per il resto sta giocando sempre. Tra i vari Biraghi e Parisi, il prescelto è lui. In una parola: imprescindibile.

  • Pubblicità
  • UN'ANNATA DIFFICILE

    Gosens è reduce da un'annata in cui poco ha funzionato. Il rendimento collettivo dell'Union Berlino, la squadra in cui ha militato nel 2023/2024, è intanto ciò che balza maggiormente agli occhi: sorpresa della stagione precedente, i tedeschi hanno infilato una serie impressionante di sconfitte consecutive, fermandosi a 12 nel novembre del 2023 grazie a un 1-1 racimolato a Napoli.

    Ma non è stato questo il problema principale di Gosens. La famiglia del calciatore, come raccontato da lui stesso, ha sofferto il trasferimento dall'Italia a Berlino. E il resto l'ha fatto la mancata convocazione per gli Europei da parte del ct tedesco Nagelsmann: Robin sentiva di meritarsela, nel marasma dell'Union era stato tra i pochi a salvarsi, e invece niente, il sogno di giocare il torneo davanti alla propria gente è svanito nel nulla.

  • Pubblicità
    Pubblicità
  • Robin Gosens Union Berlin 2024Getty Images

    "SONO CADUTO MENTALMENTE"

    Lui stesso ha raccontato tutto qualche settimana fa a Cronache di Spogliatoio. Un'intervista dai toni delicati, nella quale si è messo a nudo senza il timore di essere giudicato. E si sa che il giudizio è tutto, per un calciatore del terzo millennio costantemente esposto alla luce dei riflettori.

    "Durante la scorsa stagione sono caduto mentalmente. Ero a Berlino, la mia famiglia non si trovava bene. Già al campo le cose non andavano per il verso giusto, quando tornavo a casa c’era negatività. La mia psicologa è stata fondamentale. Conoscendomi, senza sarebbe stata ancora peggio. In quel periodo lì tutti i giorni facevo una videochiamata con lei. Se non avessi avuto la mia psicologa, e la consapevolezza del mio percorso universitario, forse sarebbe stato molto peggio e sarei caduto in modo diverso. Non siamo soltanto giocatori di calcio, ma siamo essere umani. Sembra banale, ma non lo è.

    Quando non sono stato convocato per Euro 2024, mi è crollato il mondo addosso. Quando Nagelsmann mi ha chiamato dicendo che non sarei stato convocato, mi è crollato il mondo. Avevo fatto una bella stagione a livello personale, mi chiedevo ‘Perché no?’. Ho pianto, non mi nascondo. Ho intensificato il percorso con la mia psicologa. Ero tornato in Germania per questo. Ci tenevo tanto: sono tornato in Germania con aspettative enormi e andare in Nazionale.

    Volevo fare la differenza, far crescere i ragazzi. Invece non vincevamo mai. Mi ha toccato tanto, ancora ci penso spesso, se potevo fare una cosa diversa. Se potevo far qualcosa per evitare la situazione. Ancora non ho trovato la risposta. Non ci trovavamo bene, era troppo. Lì ho sofferto, forse ha influito anche sul campo. Arrivi a un certo punto e non puoi più gestire quella negatività. Non sono riuscito a dividere la sfera professionale da quella familiare. Ho parlato tanto con mia moglie: è stato importante perché qualche volta la gente sceglie di non parlare. Invece per fortuna lo abbiamo fatto".

  • LA FIORENTINA COME L'ATALANTA

    A Firenze, Gosens ha ritrovato la sua Atalanta. La combo con Hateboer ce la ricordiamo un po' tutti: due cavalli pazzi - più l'olandese - che fungevano da valvola di sfogo, da treni. E che, pure a distanza di decine di metri l'uno dall'altro, avevano un'intesa particolare: uno crossava, l'altro sbucava sul secondo palo.

    Per la cronaca: Hateboer oggi è al Rennes, in Francia. Come Gosens, la sua carriera è stata rallentata dagli infortuni. Il tedesco ha provato a ripartire dall'Inter, dove ha trovato davanti a sé un Dimarco in prepotente ascesa. E l'olandese ha perso quasi completamente spazio a Bergamo, nonostante un rapporto di anni e anni con Gasperini.

    La Fiorentina non è l'Atalanta, o meglio, non è quell'Atalanta. Non ha la stessa unicità, non ancora. Senza dimenticare che Gosens fa il terzino puro e non l'esterno a tutta fascia. Ma intanto Robin ha ritrovato la gioia di giocare a calcio e pure la Nazionale: a metà ottobre è tornato in campo con la Germania per le sfide di Nations League. Perché anche a 30 anni si può risalire la china.

  • Pubblicità
    Pubblicità
0