Pubblicità
Pubblicità
Questa pagina contiene link di affiliazione. Quando acquisti tramite i link forniti, potremmo guadagnare una commissione.
Daniele OrsatoGetty Images

L'ex arbitro Daniele Orsato: "Ho visto violenze di tutti i tipi, dopo una partita mi è stata assegnata una scorta"

Pubblicità

Calcio e violenza: un binomio che ancora non si è riuscito a sciogliere. Ed è una questione che riguarda non soltanto le risse tra tifosi, o tra calciatori, ma anche le aggressioni che spesso vedono gli arbitri come vittime.

Di questo ha parlato Daniele Orsato in un'intervista al Corriere del Veneto: ex arbitro internazionale, ritiratosi alla fine della scorsa stagione, da gennaio ricopre il ruolo di Commissario dello sviluppo e del talento arbitrale, una figura istituita proprio quest'anno.

"Ho visto violenze di tutti i tipi", ha detto Orsato, riferendosi alle esperienze vissute da alcuni colleghi. E poi: "Dopo una partita mi hanno assegnato una scorta". Due virgolettati simbolici di un problema non ancora estirpato.

  • "HO VISTO VIOLENZE DI TUTTI I TIPI"

    "In quegli anni ho visto violenze di tutti i tipi. Ogni settimana mi capitava di incontrare arbitri che erano stati vittime di giocatori o dirigenti di società che li avevano aggrediti negli spogliatoi o di tifosi che li avevano aspettati fuori dallo stadio e tutto questo ancora oggi non riesco a digerirlo, quanta rabbia e quanta tristezza ascoltare i racconti di quei colleghi, provavo quasi un senso di impotenza".

  • Pubblicità
  • TRA SERIE A E CAMPETTI DI PERIFERIA

    "Il VAR? In Serie A la contestazione del tifoso verso l’arbitro si è alleggerita, lo strumento attenua la rabbia. Diciamo che la vita è migliorata, c’è meno astio.

    Nelle categorie inferiori l’arbitro è un uomo solo e di questo dovrebbero tener conto tutti. Le parole nei campi di periferia sono macigni, le decisioni non sono facili. In quei campetti le offese verso un arbitro hanno un peso molto maggiore di quello che accade in serie A".

  • Pubblicità
    Pubblicità
  • Daniele OrsatoGetty Images

    IL MESSAGGIO AI TIFOSI

    "Cosa direi a quei tifosi che insultano i giovani arbitri? Pensate a quei ragazzi e a quelle ragazze come se fossero i vostri figli. Vi piacerebbe se qualcuno li insultasse pesantemente, con cattiveria e senza alcuna ragione? Se sugli spalti si partisse da questa semplice riflessione, forse si guarderebbe l’arbitro con occhi diversi, riconoscendone il ruolo e il valore invece di trasformarlo nel bersaglio di ogni frustrazione.

    Penso che siano soprattutto le famiglie a doversi impegnare di più. Oggi, in molti casi, entrambi i genitori lavorano, e a volte le difficoltà economiche o la mancanza di tempo generano tensioni che, inevitabilmente, ricadono anche sui figli. Per questo è fondamentale stargli vicino, dedicare loro del tempo di qualità e, soprattutto, ascoltarli davvero. Faccio un esempio: invece di limitarsi a chiedere “Com’è andata a scuola?”, proviamo a domandare “Che cosa hai fatto oggi?”. Nel primo caso, la risposta sarà un veloce “Tutto bene”, nel secondo, invece, li spingeremo a raccontarsi, a condividere emozioni e vissuti. E proprio da qui passa il vero benessere dei ragazzi, perché educare al rispetto parte prima di tutto dall’attenzione che gli adulti sanno dare".

  • "BISOGNA ESSERE SEVERI"

    "La nostra associazione e la Figc hanno fatto grandi passi avanti dal punto di vista delle sanzioni nei confronti di chi aggredisce un arbitro. Io credo che si debba arrivare a punire l’aggressione ad un direttore di gara come si fa per chi si scaglia contro un carabiniere. Ci sono giovani arbitri che vengono picchiati per motivi futili e questa per me è violenza criminale. Bisogna essere severi. Purtroppo episodi di violenza si verificano sempre più spesso nelle stazioni, nei centri storici delle città, nelle periferie... Per questo è necessario che la famiglia torni ad essere un punto di riferimento importante".

  • Pubblicità
    Pubblicità
  • "SONO STATO SOTTO SCORTA"

    "Sicuramente il momento più difficile è stato quando, dopo una partita, mi è stata assegnata una scorta. Sette giorni di sorveglianza per me e la mia famiglia. Un arbitro sa di dover affrontare contestazioni, fa parte del gioco, ma quella volta era diverso: non ero solo io al centro della tempesta, c’erano di mezzo mia moglie e i miei due bambini piccoli. Il calcio dovrebbe essere passione, competizione, ma mai paura. Ecco, queste cose non dovrebbero accadere nel mondo dello sport. Perché quando il dissenso supera il confine del campo e diventa minaccia, significa che abbiamo smarrito il senso più autentico del gioco".

0