Antonio Torrisi - Bisogna capire innanzitutto cosa vuole diventare il calcio italiano. Cosa vuole essere. Perché ogni processo ha bisogno di fasi di transizioni e di pazienza: noi italiani la pazienza non sappiamo lontanamente cosa sia, figuriamoci se siamo disposti ad accettare fasi di transizioni. Abituati a pretendere tutto e subito, senza fiatare. Nel calcio vogliamo vincere. Vogliamo il risultato. I tre punti. Il trofeo, più in grande. Questa è la premessa.
Continuiamo: cosa vuole essere il calcio italiano? Vuole lavorare sui principi del bel gioco fidandosi del processo (giusto per ricalcare il “trust the process” che fa tanto figo, in giro) sperando di ritornare a essere, un giorno e con tanta pazienza, uno dei Paesi più “attraenti” dal punto di vista calcistico? O pensa che, tanto, il calcio si evolve così rapidamente che puntare a rincorrere la Premier League, ormai irraggiungibile, sia inutile, che guardare a LaLiga (Real Madrid-Barcellona-Atletico Madrid) sia un esercizio superfluo e che, tutto sommato, aver reso la Serie A un campionato bello combattuto (salvo le edizioni 2022/23 e 2023/24 le altre sono state divertenti e decise all’ultimo), pur con la nomea di “lega di transizione in cui far crescere ed esplodere i talenti” non sia poi così male?
Fabregas può sgolarsi quanto vuole. Pure Chivu ha fatto qualche accenno a soluzioni che avrebbe voluto adottare, ma per le quali il calcio italiano non è ancora pronto. Della stagione 2024/25, quella del possibile Triplete dell’Inter, quanti si ricordano del bel calcio di Simone Inzaghi? E quanti, invece, del fatto che la stessa Inter di Simone Inzaghi ha perso tutti e tre i trofei che avrebbe potuto (e sperato) di vincere, pur esprimendo un calcio qualitativamente e nettamente superiore a tutti? La risposta l’avete già. Vincere serve, soprattutto se la possibilità di diventare il miglior campionato al mondo non esiste più da un pezzo. Fabregas e gli altri se ne facciano una ragione: la loro rivoluzione (bella e utile, per carità) è ormai impossibile.