"Io alleno dal 2014, quando Marcello Lippi mi portò in Cina con lui: per tanti è vista come un’esperienza non delle migliori, però in Asia in quel periodo c’erano grandissimi allenatori. Ho avuto la fortuna di far bene, vincere e rimanere cinque anni, durante i quali ho potuto allenare giocatori come Paulinho, Pato, Talisca e Witsel. Siamo arrivati a fare le semifinali di Champions League asiatica. Sono tornato qui nel periodo del Covid, ho rifiutato la panchina della Polonia perché pensavo di trovare qualche nazionale migliore e dissi di no, anche perché c’era poco tempo per lavorare. Mi sono reso conto poi che l’esperienza cinese non è vista bene, non ho capito perché: mi dispiace perché dieci anni di panchine contano. Ho pazienza e aspetto: è quello che voglio e che mi piace fare. Tutti pensano che Benevento sia stata una parentesi negativa, ma per me è stata formativa. Opinione pubblica? Ho parlato con tanti allenatori, non si vede bene il fatto che uno vada a fare un’esperienza all’estero e poi magari rientri. Noi siamo una scuola importante, Coverciano sforna tantissimi allenatori, ma il fatto di pensare di poter allenare solo in Italia è sbagliato. Non si conosce quello che succede fuori dall’Italia, ci sono tanti bravi allenatori in giro per il mondo. Incompreso e sottovalutato? Non si può guardare solo l’esperienza di Benevento. Quando sono arrivato c’erano problemi con lo staff medico, problemi con squadra e presidente, oltre che giocatori infortunati: avevo 13 titolari fuori, non posso essere valutato. Per quei pochi mesi che sono stato lì ho instaurato con i giocatori un rapporto importante, mi sento ancora con loro e li seguo. Quella è la cosa più importante per un allenatore, quando si lascia qualcosa al giocatore. Sono arrabbiato? Dopo due anni, mi chiedo: è possibile che su 20 soluzioni 19 siano all’estero?".