Lo Shakhtar è tornato: tutto merito di Paulo Fonseca

Commenti()
Getty Images
Nonostante gli immani problemi logistici che lo colpiscono da anni, lo Shakhtar è tornato sulla scena grazie al talento del portoghese Paulo Fonseca.

Più forte dell’esilio. Lo Shakhtar Donetsk che si gioca contro il Napoli l’accesso agli ottavi di Champions è una squadra con poco da invidiare a quella dell’epoca d’oro targata Mircea Lucescu, tanto sotto il profilo tecnico quanto a livello di coesione tattica. Un capolavoro che porta la firma del portoghese Paulo Fonseca, arrivato nel 2016 con l’arduo compito di gestire il dopo-Lucescu, ovvero l’uomo da 22 trofei i 12 anni, capace di affiancare ad un dominio in patria raramente messo in discussione dagli avversari, uno status internazionale senza eguali nel panorama calcistico dell’Est Europa.

L’attuale campagna di Champions ne rappresenta il manifesto più evidente: vittoria all’esordio contro il Napoli; sconfitta di misura in casa del Manchester City, con tanto di complimenti da parte di Guardiola (“il nostro pressing altissimo non riusciva a impedire loro di creare gioco, tanto erano ben oliati i meccanismi della squadra e tale era la qualità dei loro giocatori in mezzo al campo”); doppio successo contro il Feyenoord, capace di mostrare i due lati dello Shakhtar: cinico in Olanda, abile nel far sfogare l’avversario per poi colpirlo al primo errore, e dominante in Ucraina, forte di un tasso tecnico superiore.

Shakhtar Champions league 2017-2018

Per comprendere meglio il grande lavoro svolto da Paulo Fonseca è utile dare un’occhiata alla situazione economica del club. Nel triennio 2012-14 lo Shakhtar aveva speso sul mercato 107 milioni di euro. Poi il club è stato costretto a lasciare Donetsk per le noto vicende ucraine senza farvi più ritorno, e nel triennio 2015-17 le uscite sono scese a 400mila euro, pagati per la punta Gustavo Blanco. La scorsa estate è arrivato solo il difensore Khocholava, a parametro zero dal Chernomorets Odessa. Del resto la rivista Forbes ha calcolato che il patron dei Minatori Rinat Akhmetov abbia perso circa 10 miliardi di dollari dall’inizio della guerra.

Eppure, a dispetto dell’eredità pesante da raccogliere e delle ridotte possibilità di investimento, nel suo primo anno allo Shakhtar Paulo Fonseca ha vinto il titolo ucraino (dopo due successi consecutivi della Dinamo Kiev) senza perdere nemmeno un incontro, per poi affiancargli anche la coppa nazionale. L’attuale stagione è iniziato con il successo in supercoppa, seguito dal primato solitario in classifica – non scalfito nemmeno dalla sconfitta casalinga di sabato contro l’Oleksandria – e da un passaggio del turno di Champions distante solo un punto.

Shakhtar Donetsk, Champions League 09132017

Nell’ultimo decennio lo Shakhtar Donetsk è stato uno straordinario trampolino di lancio verso i campionati top per moltissimi giocatori. Paulo Fonseca possiede la stessa ambizione, avendo più volte dichiarato che il suo obiettivo è allenare in Premier League. Le fortune dei suoi ragazzi coincidono con le sue. Probabilmente però la storia non sarebbe stata la stessa se il 44enne originario del Mozambico non si fosse scottato tre anni fa al Porto, nella finora unica tappa negativa della sua carriera.

Arrivato con le stimmate dell’enfant prodige della panchina grazie all’eccellente lavoro svolto nel Pacos Ferreira, portato per la prima volta nella propria storia in Europa, il calcio dominante e creativo di Paulo Fonseca non aveva attecchito a Oporto. Esonerato nel marzo 2015, con il Benfica distante 9 punti, il tecnico aveva dimostrato grande onestà intellettuale dichiarando di aver incontrato “parecchie difficoltà nel gestire gli ego della squadra”. Un duro colpo dal quale ha subito saputo riprendersi, prima tornando al Pacos Ferreira e salvandolo comodamente, quindi guidando il Braga alla vittoria del primo trofeo in 50 anni, la coppa di Portogallo, arrivata battendo in finale proprio il Porto. Una ripartenza che gli è valsa la chiamata dello Shakhtar.

Paulo Fonseca è un tecnico intelligente, preparato e costantemente alla ricerca di un buon calcio”, ha detto di lui il giornalista di PortuGoal.net Tom Kundert. “Le sue squadre sono sempre andate oltre i pronostici, tranne il Porto. Ma proprio quell’esperienza lo ha reso più maturo e consapevole, e quindi più pronto per una proficua avventura all’estero ad alto livello”. Rispetto alla generazione di tecnici emersi in Portogallo da Mourinho in avanti, e includendo nel gruppo anche il Fernando Santos campione d’Europa 2016 con la nazionale lusitana, Paulo Fonseca adotta un modello di gioco molto più focalizzato sul possesso palla.

Paulo Fonseca Shakhtar

Un bell’esempio della sua idea di calcio arriva da un video che circola su internet relativamente a un’azione di Gent-Shakhtar Donetsk della scorsa Europa League. La palla arriva al portiere Pyatov, i belgi si attendono un rinvio centrale e aumentano la densità in mediana, invece il portiere la passa di lato a un terzino. Da quel momento, con 29 passaggi consecutivi in poco più di 30 secondi, lo Shakhtar va in gol. Egualmente notevole è la rete del 3-1 rifilata al Feyenoord nell’ultimo match di Champions, una splendida – e rapidissima - azione corale Marlos-Taison-Ferreyra-Marlos, con quest’ultimo che ha beffato il portiere avversario con un delizioso pallonetto.

Lo Shakhtar è tecnica, coesione e rapidità. Ci sono un play raffinato come Fred davanti alla difesa, due ali di qualità come Marlos e Bernard (mai così a fuoco come quest’anno il nazionale brasiliano) e un all-rounder della trequarti come Taison, non più ala con il compito di sostituire illustri partenti (Willian prima, Douglas Costa poi) ma centrale libero di inventare e svariare a proprio piacimento. Senza dimenticare la punta argentina Ferreyra, poco appariscente ma che svolge il dovere di attaccante (16 gol in stagione) molto meglio di tanti colleghi più reclamizzati.

Tutti talenti che funzionano perché inseriti in un contesto tattico strutturato e omogeneo, dove la squadra riesce davvero a muoversi come se fosse un’unica entità sia in fase di possesso che senza palla. Capita così che la difesa, da sempre il tallone d’Achille degli ucraini, vada meno in sofferenza del previsto, oppure che, perso per doping capitan Srna, spunti sull’altra fascia uno stantuffo (Ismaily) capace di non farlo rimpiangere. No, non è più lo Shakhtar di Lucescu, ma è temibile quanto prima.

 

Chiudi