Anni fa sul Guerin Sportivo comparve una rubrica chiamata “Miti a metà” e dedicata a giocatori di culto, la cui considerazione a livello globale era inversamente proporzionale alla fama goduta in un determinato contesto locale. Una delle tipologie incluse nella rubrica riguardava il giocatore dotato di tutte le qualità necessarie per una carriera di altissimo profilo, che però – causa svariati motivi – non era riuscito a concretizzare, se non per brevi periodi. L’Athletic Bilbao, per radici storiche e politiche societarie, è probabilmente il club che si presta maggiormente alla genesi di miti a metà, e oggigiorno il prototipo perfetto sembra essere Iker Muniain, a dispetto di una carte di identità che indica appena 23 anni (ne compirà 24 il prossimo 19 dicembre).
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Del resto, questo piccolo grande talento originario di Pamplona è sempre stato precoce in tutto. Più giovane debuttante e goleador di sempre nella storia dell’Athletic Bilbao (primati stabiliti – a 16 anni e 7 mesi - nel giro di una settimana, tra giugno e luglio 2009, nel doppio confronto con lo Young Boys in un turno di qualificazione all’Europa League), nonché secondo più giovane marcatore della Liga, a 16 anni e 289 giorni, record sfilatogli nel 2012 da Fabrice Olinga del Malaga. Precoce però anche nel declino, visto che la carriera del nostro si trova in stallo da ormai più di un anno e mezzo, e precisamente dal 4 aprile 2015, quando in un match contro il Siviglia si ruppe il crociato. Alla lunga e faticosa riabilitazione si è aggiunta, l’anno seguente, l’accusa di violenza sessuale rivolta a lui e al compagno De Gea, una brutta storia poi archiviata per inesistenza di prove, ma che ha lasciato strascichi a livello psicologico.
Muniain non è più il cocco del San Mames, né l’erede di Julen Guerrero (372 presenze con l’Athletic, nel quale esordì, pescato dalla cantera da Jupp Heynckes, proprio l’anno in cui nacque Muniain), e lo si è capito da alcuni screzi recenti con i media. “C’è gente che considera finita la mia carriera”, si è sfogato davanti ai microfoni di Radio Cope. Il nuovo talento di casa a Bilbao è Inaki Williams, ma l’ascesa dell’attaccante basco di colore può rappresentare per Muniain l’occasione di ripartire potendo lavorare sottotraccia, senza le luci dei riflettori costantemente puntate addosso. Un’opera di recupero, ormai quasi esclusivamente psicologica, alla quale crede molto il tecnico del Bilbao Ernesto Valverde.
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“Sono contento di ciò che sta dando all’Athletic”, ha commentato laconicamente, come nel suo stile, l’allenatore. Andando più nel profondo, Valverde a inizio stagione non ha chiesto a Muniain reti e giocate di qualità – le prime non hanno mai rappresentato il suo pezzo forte (7 il suo record nella Liga, stabilito nel 2013/14 proprio al primo anno della seconda gestione Valverde), le giocate appartengono per contro al dna del ragazzo – bensì lavoro sporco, pressing sul portatore di palla, ripiegamenti difensivi. Ritrovare un certo spirito di sacrificio è la chiave individuata da Valverde per recuperare l’ex enfant prodige, e i primi timidi segnali di disgelo con il sempre esigente pubblico del San Mames sono arrivati nel derby basco contro la Real Sociedad dello scorso 16 ottobre, vinto 3-2 dall’Athletic e nel quale Muniain è tornato a segnare dopo un’astinenza che nella Liga durava dallo scorso 2 marzo, uscendo dal campo tra gli applausi.

C’era una volta Bart Simpson: 18 anni, capelli biondi, viso da ragazzino pestifero. Un nick perfettamente azzeccato per il 18enne Muniain, che alla seconda stagione tra i grandi si era meritato il riconoscimento di rivelazione dell’anno nella Liga. In Spagna hanno l’occhio lungo come dimostra l’albo d’oro di questo particolare premio: 2008/09 Busquets, 09/10 De Gea, 10/11 Muniain, 11/12 Isco, 12/13 Illarramendi, 13/14 Rafinha Alcantara. Due anni prima era stato medaglia di bronzo ai Mondiali under-17 in una linea d’attacco che vedeva lui a sinistra, Isco a destra e Morata centrale.
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Nel 2010 è invece vice-campione d’Europa under-19, mentre l’anno successivo vince l’Europeo under-21 (debuttò a 18 anni cinque mesi prima del torneo, che poi disputa interamente da titolare), titolo poi bissato nel 2013. Ciò che stupiva nel primo Munian era l’impatto sulla squadra, non tanto in termini di reti o assist, quanto per la capacità di far giocare meglio i compagni di squadra. Erano gli anni del pragmatismo di Joaquin Caparros, il cui schema preferito era la palla altra verso Fernando Llorente. Muniain rappresentava una ventata di aria fresca, che stupiva per maturità nella gestione della palla, abilità nello smarcarsi tra le linee e capacità di lettura del gioco, soprattutto per quanto riguardava la scelta del movimento o della giocata giusta per permettere il movimento a smarcarsi dei compagni.
L’arrivo di Marcelo Bielsa, oltre ad aver ridefinito i canoni pratici ed estetici dell’Athletic, trasformato in una sorta di Barcellona in salsa basca, sembra fornire a Muniain l’impulso giusto verso la definitiva consacrazione. La stagione 2011/12 è uno spettacolo, tanto per la squadra, quanto per il giocatore, che chiude con 9 gol e 8 assist stagionali, rivestendo un ruolo fondamentale soprattutto nella cavalcata dei baschi in Europa League, trofeo perso all’ultimo atto contro l’Atletico Madrid di Simeone dopo aver eliminato, dagli ottavi alle semifinali, rispettivamente Manchester United (quello di Ferguson, non le tristi incarnazioni successive), Schalke 04 e Sporting Lisbona.
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Un’annata straordinaria sulla quale Muniain è tornato di recente: “Bielsa è un allenatore straordinario, riuscirebbe a convincerti che una parete nera è in realtà bianca. Fu una stagione magica, fisicamente giravamo a mille, lavoravamo duro – all’indomani della vittoria all’Old Trafford ci toccarono quattro ore di allenamento – ma eravamo felici come bambini, perché eravamo immersi in un ambiente stimolante, creativo. Le controindicazioni arrivarono la stagione successiva, nella quale ci ritrovammo completamente fusi”. Forse non è corretto sostenere che Muniain sia rimasto fermo all’epoca Bielsa. Tuttavia se l’enfant non è più tale per ragioni anagrafiche, nemmeno il prodige se la passa molto bene.



