Roma sfida Ucraina. E’ questo uno dei principali temi per le italiane impegnate nelle due settimane di coppa. Shakhtar Donetsk per la Roma in Champions, Dinamo Kiev per la Lazio in Europa League. Il meglio del calcio ucraino, o quantomeno di ciò che è rimasto di esso. Perché la guerra nell’Est del paese non ha colpito solo i club costretti a emigrare nelle zone non a rischio, ma l’intero sistema, erodendo risorse e capitali. Si è già parlato, in occasione del match di andata della Roma contro lo Shakhtar, dei soli 400mila euro spesi dai Minatori nell’ultimo triennio di mercato. Ma anche in casa Dinamo Kiev, pur non avendo vissuto direttamente gli effetti del conflitto, i cordoni della borsa sono stati notevolmente contratti, con 20 milioni di acquisti in tre anni, a fronte dei quasi 70 di cessioni.
La differenza tra le due squadre risiede nella filosofia: chiara e decisa quella dello Shakhtar, che sta permettendo alla squadra di vivere quasi di rendita in termini di qualità dell’organico; meno articolata quella della Dinamo Kiev, passata dalla babele di nazionalità delle scorse stagioni a una forzata riscoperta del vivaio e di elementi indigeni (un caso su tutti, l’esterno destro Morozyuk, di cui parleremo) che in passato una maglia da titolari sarebbero stati costretti a cercarla altrove. Il diverso approccio lo si vede in campo: lo Shakhtar propone sprazzi di ottimo calcio, oltre ad una serie di elementi che fanno gola ai principali tornei continentali; la Dinamo Kiev è più pragmatica, non diverte né elettrizza, e gli elementi più interessanti (che comunque non mancano) non sembrano poter competere, a livello qualitativo, con quelli dei rivali di sempre.
Per la Dinamo Kiev c'è stata una "forzata" riscoperta del vivaio e di giocatori ucraini che in altri tempi avrebbero dovuto cercarsi il posto altrove. E' una squadra pragmatica, che non diverte nè elettrizza
Transizione è dunque la parola chiave per comprendere l’attuale realtà della Dinamo Kiev. In panchina c’è una vecchia gloria del quale Alyaksandr Khatskevich, che ha sostituito l’icona Serhiy Rebrov. Quella dell’ex gemello del gol di Andriy Shevchenko è stata un’era breve ma intensa, e soprattutto fruttuosa: due titoli nazionali consecutivi (una doppietta che mancava dal biennio 2002-04), due coppe nazionali, una supercoppa, quarti di finale di Europa League (stagione 2014/15, fuori contro la Fiorentina), ottavi di Champions (15/16) per la prima volta dal 1999. E’ però bastata un’annata in tono minore per convincere Rebrov a fare le valigie e accettare i petrodollari dell’Al-Ahli in Arabia Saudita.
GettyLa stagione 16/17 si è infatti chiusa con un secondo posto a -13 dallo Shakhtar, l’ultimo posto nel girone di Champions e la finale di coppa nazionale persa contro i rivali di sempre. Rebrov non è stato messo in discussione, ma ha semplicemente fiutato l’aria di austerity che soffiava nel club (infatti in estate è partita la stella Yarmolenko) e deciso di passare la mano. Il presidente Ihor Surkis ha deciso di proseguire la tradizione dei tecnici di casa, visto che anche Khatskevich è stato un giocatore da hall of fame della Dinamo Kiev. Centrocampista di quantità, ha militato nel club dal 1996 al 2004 vincendo sette titoli consecutivi. Da allenatore invece non ha fatto faville (il citato Rebrov però era addirittura alla prima esperienza in panchina): è stato vice di Markevych e Kalitvintsev nella nazionale ucraina, ha guidato con alti e bassi le giovanili della Dinamo Kiev, quindi è diventato ct della Bielorussia, sempre senza infamia né lode.
Una squadra che nel passaggio da Rebrov a Khatskevich non ha cambiato filosofia tattica, restando fedele al 4-2-3-1. Una filosofia affine a quella del Dnipro finalista di Europa League nel 2014/15
Da Rebrov a Khatskevich, il modulo 4-2-3-1 è rimasto invariato, ma l’approccio è mutato. E’ una squadra più di quantità l’attuale Dinamo Kiev, orfana dei colpi della sua ultima stella, Yarmolenko, la cui eredità è finita sulle spalle del classe ’97 Tsyganov, prodotto del vivaio, che sta disputando una stagione con i fiocchi. Oltretutto è stata sua la rete qualificazione nei sedicesimi contro l’AEK Atene, per un turno passato con due pareggi (1-1 in Grecia, 0-0 a Kiev). Risultati che aiutano a comprendere l’anima della squadra di Khatskevich, un osso duro che ricorda – come approccio – il Dnipro finalista dell’Europa League 2014/15, ovvero Konoplyanka più dieci gregari. Qui c’è Tsyganov, ancora però nella fase emergente della sua carriera, e ci dovrebbe essere il paraguaiano Derlis Gonzalez, che però con il passare delle stagioni diventa sempre più la brutta copia del giocatore ammirato con la maglia del Basilea e del Paraguay.

Se pertanto si volesse indicare un giocatore simbolo di questa Dinamo Kiev, la scelta cadrebbe su Morozyuk, citato a inizio articolo. Cresciuto nel vivaio della Dinamo Kiev, se ne era andato nel 2015 dopo un quinquennio in prima squadra senza aver mai ottenuto un impiego considerevole. La scorsa stagione però la Dinamo lo ha riportato a casa a parametro zero, e sulla soglia dei 30 anni Morozyuk è passato dallo status di giocatore snobbato a quello di perno inamovibile: 4 gol e 9 assist nella Prem'er-Liha 16/17, 1 e 4 in quella attuale, a cui si aggiungono le ottime prestazioni nella fase a gironi di Europa League, dove ha totalizzato 2 gol (e uno l’aveva segnato anche nel preliminare di Champions), 4 assist e 16 occasioni create (3° dietro Canales della Real Sociedad e Sulejmani dello Young Boys) giocando da terzino/esterno destro.
La stella della squadra è Morozyuk, che sulla soglia dei 30 anni ha finalmente svoltato, passando da giocatore medio e snobbato a perno irrinunciabile
Veste la maglia della Dinamo Kiev anche il miglior marcatore della fase a gironi, il brasiliano Junior Moraes, punta giramondo tornata in Ucraina in prestito dal Tianjin Quanjian di Fabio Cannavaro. Cresciuto nel Santos con Diego e Robinho, c’è stata tanta Europa dell’Est (Romania, Bulgaria, Ucraina) nella carriera di questo centravanti rapido e mobile. Un altro elemento che, per ricollegarsi al discorso sul confronto Dinamo-Shakhtar, non attira gli interessi dei grandi campionati d’Europa. Però il suo lavoro sa farlo, come del resto tutti i suoi compagni di squadra. Motivo sufficiente per non sottovalutarli.





