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Liverpool v Roma rating RobertsonGetty

Robertson nel 2012: "La vita è uno schifo, mi serve un lavoro"

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Immaginare cos'abbia provato Andrew Robertson al fischio finale di Skomina, quando la qualificazione del Liverpool alla finale di Kiev è divenuta ufficiale, è piuttosto facile: gioia, tanta gioia, com'è naturale. Ma anche parecchio orgoglio.

Un orgoglio nato e fortificatosi negli anni, quando il terzino sinistro classe '94 ha scalato vette apparentemente irraggiungibili fino a indossare la maglia di uno dei club più prestigiosi del mondo. Dimostrando di poter stare ai massimi livelli, conquistandosi la fiducia di Klopp, sognando di alzare una Champions League da protagonista.

6 anni fa, il mondo di Robertson era completamente diverso. Era un mondo racchiuso in una storica ma modesta squadra scozzese, il Queen's Park, il club più antico del Paese, dove il mancino aveva appena esordito dopo essere stato scaricato dal Celtic. Tra mille dubbi e mille dilemmi esistenziali, racchiusi in un tweet che, dopo Roma, è stato riportato alla luce.

"La vita a quest'età è uno schifo senza soldi", scriveva Robertson sul proprio profilo il 18 agosto del 2012. All'epoca aveva appena 18 anni, aveva appena giocato 90 minuti in un 2-2 interno contro il Montrose e, apparentemente, non vedeva la luce nel percorso della propria vita. Tanto da chiedersi, con un hashtag pieno zeppo di dubbi adolescenziali, se il calcio fosse davvero la sua strada. #needajob. Ho bisogno di un lavoro.

6 anni dopo, a 24 primavere, il Robertson sconfitto dalla vita è un altro Robertson. È il Robertson che ora di soldi ne ha a palate, è il Robertson titolare assoluto del Liverpool, è il Robertson che batte in velocità Florenzi, è il Robertson che ha fiato e corsa da vendere dal 1' al 90'. È il Robertson che gioca in Nazionale e che, a Kiev, spera di vivere una serata da tramandare ai posteri.

"Quando giochi nel Queen's Park, nel Dundee United, nell'Hull, la possibilità di arrivare a una finale di Champions League non ti sfiora nemmeno", ha detto al termine del match dell'Olimpico. Per Robertson, adesso, la vita non è più uno schifo. E non solo per una questione economica.

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