Aveva riempito uno stadio sapendo di non giocare nemmeno.
Era il 2006, marzo se non ricordo male, e Demetrio Albertini festeggiava l’addio al calcio giocato con un’amichevole infrasettimanale tra il Milan, quello con lo sponsor Zafira per capirci, quello di Gilardino e non più di Crespo, quello ancora di Kakà e Shevchenko, ma anche di Pirlo, Gattuso e Seedorf, e il Barcellona. Ecco, quel Barcellona, che poi avrebbe vinto la Champions eliminando il Milan in semifinale, era SOLO di Ronaldinho. Sì, ok. C’erano anche Giuly, Larsson, Eto’o, Xavi e Iniesta, ma niente – e davvero niente – muoveva il mondo come Ronaldinho in quel periodo.
Si sapeva che non avrebbe giocato quell’amichevole, forse solo un cameo, ma San Siro – che comunque in quegli anni era abituato piuttosto bene – aspettava solo lui. Si fa vedere nel riscaldamento quando i palloni ricordo rosa e neri della Gazzetta dello Sport piazzati sulle linee laterali vengono lanciati verso il pubblico.
Ne lancia qualcuno anche lui. Ecco, a me, che ero al primo verde con mio fratello maggiore e frequentavo la terza liceo, ne arriva uno in mano di quei palloni. L’ha calciato Sergi Barjuan. Non proprio Ronaldinho, ma un bimbo nella fila sotto di me mi guarda con gli occhi dolci. È giusto darlo a lui il pallone. Se ne ricorderà, spero.
La partita scorre facile, Albertini segna su punizione e Ronaldinho si intravede in lontananza. È il Barça delle maglie gialle fluo, che poi avrebbe copiato mezza Europa, e che tonerà a San Siro dopo due mesi.
Getty ImagesSemifinale di Champions League. Milan-Barcellona. Il Milan ci arriva dopo la qualificazione complicata con il Lione (ricordate il doppio palo di Shvechenko prima del goal di Inzaghi?), convinto di essere più forte di tutti. Di tutti, ma forse non di Ronaldinho.
Andata al Meazza. È la migliore recita possibile di un avversario internazionale a San Siro negli ultimi 20 anni. Lì dove negli anni hanno fallito – o comunque non brillato – tutti (Ronaldo 2007, Ibra e Messi 2010, Lampard 2010 and so on), Dinho è magia. Magia assoluta applicata al calcio.
Gilardino prende il palo, Giuly – lanciato tanto per cambiare dal Gaucho – segna. 1-0 Barcellona. Quella volta non sono al primo verde, i ricordi del liceo sono per il blu. Anche perché per spaventarlo Rijkaard e Dinho San Siro aveva replicato la coreografia a 360 mostrata proprio con il Lione. “INSIEME con il Diavolo in corpo”. Quasi una premonizione.
Getty ImagesPasserà il turno il Barcellona, anche per un goal misteriosamente annullato a Shevchenko al Camp Nou, e vincerà la Champions League. Sarà la SUA coppa, la coppa di Ronaldinho. Ecco, per arrivare a chiudere quel triennio in maniera trionfale, Ronaldinho ha fatto vedere tutto al mondo. Tutto, fatto meglio di tutti. Tecnica, velocità, forza, testa, acrobazie. Tutto.
Inutile ripercorrere tutto. Banale trascrivere i suoi goal e le sue magie. Impossibile trascrivere le emozioni. Nessuno come Ronaldinho al massimo. Nessuna stella potrà mai splendere come la sua. Una fiammata, forse troppo breve per il calcio di oggi, indimenticabile per i romantici che lo ricordano.
Resta così, con le magie del Mezza o del Camp Nou da ripetere oggi in carcere o magari ai mondiali di Teqball. In tempi di quarantena le emozioni sono amplificate. La mente resta l’unico strumento per andare più in là e allora ecco che sì, Dinho resta il più forte di un breve periodo. O forse il rimpianto più bello e malinconico che il pallone potesse lasciarci.

