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Jose Mourinho Tottenham vs Man Utd Premier League 2020-21Getty Images

Mourinho dopo l'Inter: tra trofei e cadute, uno Special One meno speciale

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Lo aveva preannunciato, José Mourinho: "Non ci penserei due volte se un giorno mi chiedessero di allenare una rivale dell'Inter". Detto, fatto: il portoghese diventerà, a partire da luglio, il nuovo tecnico della Roma. Un matrimonio a sorpresa, organizzato e annunciato nelle stesse ore in cui il club giallorosso confermava l'addio di Paulo Fonseca. E un'occasione per rinascere dopo troppi anni bui. Per entrambi.

La Roma ha gettato al vento la stagione, crollando in campionato e precludendosi la possibilità di arrivare in finale di Europa League. Ma il momento non è dei più felici anche per lo stesso Mou. Reduce dal travagliato rapporto con un Tottenham che prima ne ha adorato lo spirito di leadership, e poi, quando gli scricchiolii sono diventati vere e proprie crepe, non si è fatto problemi a scaricarlo proprio come aveva fatto con Mauricio Pochettino, il suo precedessore.

Del resto, l'aurea del vincitore di Mourinho non è più la stessa di 11 anni fa. Colpa di qualche battuta a vuoto di troppo tra Spagna e Inghilterra. Al Real Madrid non lo hanno mai veramente amato, nonostante una Liga conquistata col mostruoso bottino di 100 punti su 114 disponibili (e una persa a 92, altra enormità). Troppo schiacciante il paragone col Barcellona del bel gioco; imbarazzanti per club e ambiente certe polemiche con Pep Guardiola, contro cui il RealMou ha perso anche una doppia semifinale di Champions League. José ha vinto, a volte ha pure convinto, ma ha faticato a entrare davvero nel cuore di un pubblico dal palato finissimo. Quel pubblico, e quella squadra, per i quali aveva reciso il cordone ombelicale con l'Inter un secondo dopo aver alzato la Champions League. Al Bernabeu, ironia della sorte.

Özil Mourinho Real MadridGetty Images

Poi il Chelsea, di nuovo. Abramovich aveva scelto lui per dare il via a una nuova e ricchissima era, lo aveva cacciato dopo un pari interno col Rosenborg, ha riallacciato i rapporti nel 2013. Alti e bassi anche qui. Subito un titolo di Premier League e una semifinale di Champions, poi un nuovo traumatico addio a metà dell'anno seguente. Nel frattempo è diventato amico di Claudio Ranieri, che anni addietro definiva "troppo vecchio per cambiare mentalità". Proprio il tecnico romano, campione col Leicester, ne ha segnato la cacciata nel dicembre del 2015 dopo un 2-1 al King Power Stadium.

Del resto, è sempre stata una costante del Mourinho recente: ad avvii promettenti sono spesso seguite cadute piuttosto rovinose. Mentre era a spasso, in attesa di una nuova squadra, i tifosi del Manchester United contestavano van Gaal e contemporaneamente intonavano il suo nome: "José Mourinhooo, José Mourinhooo". Il matrimonio, annunciato e apparentemente perfetto, è stato celebrato nell'estate del 2016. E ha portato felicità e figli maschi. Ovvero giocatori di livello dal mercato, da Ibrahimovic al Pogba bis, ma anche e soprattutto trofei. Addirittura tre nella prima stagione: Community Shield, League Cup e l'Europa League di Solna contro l'Ajax.

Ma ancora una volta l'idillio è durato poco, vedendo svanire lentamente ma inesorabilmente ogni traccia di entusiasmo. Il rapporto con i giocatori ha iniziato a sfilacciarsi e al resto hanno pensato i risultati, giudice supremo per ogni allenatore. E Mourinho, sempre meno amato da un popolo che solo pochi mesi prima lo considerava il salvatore della patria, non ha fatto eccezione. L'eliminazione dalla Champions per mano del Siviglia di Montella ha segnato la vera frattura. Le polemiche, come la celebre mano all'orecchio all'Allianz Stadium, non sono mancate nemmeno lì. Le conquiste, quelle sì. E l'esonero si è concretizzato in una fredda mattina di dicembre 2018. Il secondo in tre anni.

Infine il Tottenham. A stagione in corso, un inedito per Mourinho, che mai aveva accettato di portare avanti un lavoro altrui. Mou ancora una volta è partito bene, con tre vittorie di fila, e ancora una volta non ha saputo trovare continuità. Nonostante Kane, nonostante Son, nonostante il ritorno di Bale e una rosa all'apparenza competitiva. Una prima parte di stagione più che positiva, un primo posto sognato e accarezzato per settimane, poi il crollo verticale per mano di un Orsic qualsiasi. Terzo esonero in cinque anni. Lo Special One è un po' meno speciale. Ma la Roma ci crede ancora.

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