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Simoni Lucescu Castellini Hodgson Inter GOAL

La stagione 1998/1999 dell'Inter: quattro allenatori diversi e il mancato approdo in Europa

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L’Inter è una società nota al mondo per quel marcato tratto di pazzia presente all’interno del suo DNA, spesso rivendicato con orgoglio dai tifosi ma anche con un po’ di sana rassegnazione: chi ha il nero e l’azzurro nel cuore, sa già fin dal principio che, tifare, non sarà una passeggiata di salute.

Difficilmente ci sono state stagioni pazze come la 1998/99, l’emblema della follia applicata al calcio: protagonista ovviamente l’Inter, lacerata da divisioni e contraddizioni che l’hanno esposta alla mercé dei critici, degli avvoltoi a caccia di una preda da spolpare.

Chi ha avuto modo di sostenere quella Inter, tra ribaltoni di ogni tipo degni di una telenovela sudamericana, può davvero vantarsi di aver raggiunto un livello diverso nella personale ‘patente del tifo’: quello della sopportazione estrema, fino alla conclusione che, modificare il DNA, è davvero impossibile.

  • Baggio Simoni InterGetty

    GIGI SIMONI, ESONERATO IL GIORNO DELLA CONSEGNA DELLA ‘PANCHINA D’ORO’

    La stagione precedente, al netto dei veleni nel finale per il famoso arbitraggio di Ceccarini in un Juventus-Inter passato alla storia, può considerarsi estremamente positiva per i nerazzurri, condotti da Luigi Simoni (per tutti Gigi) alla vittoria della Coppa UEFA e al secondo posto in campionato, utile per disputare il turno preliminare di Champions League.

    Tra i meriti del tecnico spicca indubbiamente l’aver saputo gestire alla perfezione un campione come Ronaldo, in quel momento semplicemente il più forte di tutti: un alieno in mezzo a tanti calciatori normali, trattato come il suo status impone. Simoni, infatti, fin dall’inizio mette le cose in chiaro con il resto della squadra: ‘Il Fenomeno’ è diverso, ed è soprattutto grazie a lui se l’Inter ora è costantemente inserita tra le candidate per lo Scudetto e l’appeal europeo è migliorato.

    Proprio questa chiarezza evita fin dal principio l’insorgere di gelosie e invidie all’interno del gruppo, unito e compatto: impossibile, dunque, pensare ad un’Inter 1998/99 senza Simoni alla guida di una rosa che può contare su due giovani innesti come Andrea Pirlo e Nicola Ventola, senza dimenticare Roberto Baggio, reduce da una stagione da sogno col Bologna.

    Il ritorno in Champions dopo 9 anni è estremamente positivo: sconfitti i lettoni dello Skonto Riga sia all’andata che al ritorno e qualificazione alla fase a gironi conquistata senza grossi patemi. Anche l’avvio in campionato non è affatto male: dopo il pari agguantato in rimonta a Cagliari, l’Inter vince tre partite di fila e sembra viaggiare sugli stessi ritmi d’eccellenza dell’anno prima.

    In autunno, però, qualcosa si rompe e la distanza dal vertice in Serie A diventa importante: in un mese, tra ottobre e novembre, l’Inter perde contro Lazio, Juventus, Bari e Fiorentina, denotando una certa involuzione nel gioco determinata anche dalla condizione non ottimale di Ronaldo, oltre che da una gestione di Baggio che al presidente Moratti fa storcere un po’ il naso.

    Il cammino in Champions, invece, è giudicato positivamente: escludendo l’esordio al ‘Bernabeu’, dove i campioni d’Europa in carica del Real Madrid la spuntano nel finale grazie a un rigore di Hierro e a Seedorf, l’Inter si attesta al primo posto nel girone totalizzando dieci punti nelle quattro uscite successive, tre di cui nel ritorno a San Siro contro gli spagnoli, battuti con un perentorio 3-1 il 25 novembre 1998 (tutt’ora ultima vittoria in match ufficiali al cospetto dei ‘Blancos’).

    Una serata da sogno, inaugurata da una deviazione vincente di Zamorano su un tiro di Ronaldo e risolta tra l’86’ e il 90’ da una doppietta di Roberto Baggio, subentrato dalla panchina: altra pietra miliare nella carriera di Simoni, che quattro giorni più tardi batte anche la Salernitana. Stavolta, però, la sofferenza è ancora maggiore, e soltanto una prodezza di Javier Zanetti al 94’ evita un pareggio che avrebbe fatto una pessima figura nel computo totale dei risultati.

    Il giorno seguente, il 30 novembre, va in scena una sequenza kafkiana per Simoni: premiato col prestigioso riconoscimento della ‘Panchina d’Oro’, alle 17.30 riceve una telefonata di Sandro Mazzola che gli comunica la decisione, da parte di Moratti, dell’esonero. Un epilogo commentato amaramente 24 ore dopo in un incontro con la stampa durato un’ora e mezza.

    Questo esonero è una decisione ingiusta nei miei confronti, è contro natura. Sono stato mandato via dopo due vittorie, qualcosa di mai visto. Il mio rapporto con Moratti? Voi giornalisti avete spesso scritto di contrasti tra me e il presidente, ma io non ho mai avuto sentori in tal senso. Se mi fosse stato detto che il mio calcio non andava bene, avrei potuto anche cambiare qualcosa. L’estetica è importante, ma se non avessimo centrato il secondo posto e vinto la Coppa UEFA non avremmo fatto 60mila abbonati”.

    L’esonero, dunque, è figlio di un gioco ritenuto ormai obsoleto, unito a dei risultati che non coincidono con le previsioni iniziali. Moratti, alla presentazione del libro di Simoni nel 2016, ammetterà comunque di aver sbagliato a prendere quella scelta, fatta più col cuore che con la testa.

    “Sbagliai anch’io cambiando tre allenatori. Resta il dispiacere di non sapere come sarebbe andata a finire con Simoni: sono convinto che avremmo avuto altre soddisfazioni, oltre che meno polemiche in società. Fu un errore mandarlo via, ma è stato sempre riconoscente e lo ammiro: ha sempre fatto in modo di non mettermi in imbarazzo, c’è stima reciproca tra noi due”.

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  • MIRCEA LUCESCU, IL PROFETA DEL BEL GIOCO

    Tra le colpe imputate a Simoni, spicca quella di una qualità non proprio eccelsa del gioco, abbinata a risultati singhiozzanti che non possono soddisfare del tutto Moratti. Questo spunto di riflessione spinge il patron a puntare su Mircea Lucescu, uno famoso per aver fatto dell’estetica uno dei cardini del proprio bagaglio calcistico.

    Effettivamente, con il rumeno alla guida, l’Inter diventa ancora più spregiudicata e, soprattutto in casa, è una macchina da goal; i problemi maggiori si registrano in trasferta, dove il rendimento è da zona retrocessione: basti pensare che durante la gestione Lucescu, lontano da San Siro, l’Inter colleziona qualcosa come otto sconfitte, in nemmeno quattro mesi.

    Una delle poche soddisfazioni esterne arriva sul campo dello Sturm Graz, un successo che certifica la qualificazione ai quarti di Champions League come prima forza del raggruppamento davanti al Real Madrid: ad attendere Ronaldo e compagni ci sono i futuri campioni del Manchester United, guidati da Sir Alex Ferguson.

    L’Inter perde per 2-0 in Inghilterra all’andata, mentre al ritorno non riesce la rimonta: al vantaggio illusorio di Ventola (subentrato al posto di Ronaldo) risponde nel finale Scholes, che disintegra completamente le residue speranze di un ribaltone.

    L’eliminazione europea sembra far calare il sipario sulla stagione dell’Inter (nel frattempo fuori anche dalla Coppa Italia per mano del Parma in semifinale) che quattro giorni più tardi, il 21 marzo 1999. crolla sotto i colpi di Montella e Ortega in un pesantissimo 4-0 rifilato dalla Sampdoria (poi retrocessa) al ‘Ferraris’.

    Per Lucescu, che fiuta guai ancor più seri all’orizzonte, è la goccia che fa traboccare il vaso: dall’esterno si fanno sempre più insistenti le voci di un approdo di Marcello Lippi nella stagione successiva dopo il divorzio dalla Juventus, tanto che le dimissioni sono un passo praticamente inevitabile per dissociarsi da quel ruolo di traghettatore che non ritiene appartenergli.

    Un segnale forte, per tirarsi fuori da un ambiente che ormai è diventato ingestibile: a Lucescu non vanno più giù gli animi bollenti di uno spogliatoio in subbuglio, senza dimenticare il rapporto mai decollato con Taribo West che, in un Vicenza-Inter, al momento della sostituzione gli lancia la maglia in segno di dissenso.

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  • IL TRAGHETTATORE CASTELLINI

    La stagione dell’Inter si avvia verso una pericolosa deriva e a Moratti non resta che tentare una soluzione interna, già sperimentata nelle ultime due giornate della stagione 1996/97: Luciano Castellini lascia l’incarico di vice per guidare nuovamente la squadra, stavolta verso una disperata qualificazione europea.

    L’esordio è estremamente positivo con un 2-0 alla Fiorentina, punita da due rigori di Ronaldo. Alla seconda uscita si ripresenta, puntuale, quel mal di trasferta che ha sempre accompagnato l’annata nerazzurra: a Salerno va in scena il dominio dei padroni di casa, che vincono grazie a Di Michele e Giampaolo.

    Seguono uno scialbo 1-1 col Vicenza e un pesante 1-3 inflitto dall’Udinese, entrambi maturati a San Siro: in occasione dell’incrocio coi friulani, in tribuna a San Siro si vede anche Marcello Lippi, alla prima uscita ufficiosa da nuovo allenatore. Anche per Castellini arriva il canto del cigno: a guidare l’Inter nelle ultime quattro giornate sarà Roy Hodgson, che nel 1997 era stato sostituito proprio dall’ex portiere.

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  • Hodgson Inter 1999Getty

    IL RITORNO DI HODGSON, UN ‘CAMEO’ FALLIMENTARE

    L’inglese conosce già l’ambiente, avendoci lavorato dall’ottobre 1995 al maggio 1997: zero trofei ma un ritorno importante sulla scena europea, con il raggiungimento della finale di Coppa UEFA persa a San Siro ai calci di rigore nel match di ritorno contro lo Schalke 04.

    L’esperto manager, insomma, sembra la figura giusta per condurre l’Inter quantomeno ad un approdo alla seconda competizione continentale che, numeri alla mano, sarebbe una consolazione magra, ma pur sempre una consolazione.

    Alla prima uscita, la ‘nuova’ Inter di Hodgson vince una gara pazzesca all’Olimpico: la Roma cede il passo dopo 90 minuti divertentissimi, col 4-5 finale a certificare l’allegria di entrambe le difese a vantaggio degli attacchi. Cinque giorni più tardi, il 7 maggio 1999, un comunicato lascia tutti spiazzati: Massimo Moratti, con un colpo di scena assoluto, si dimette dalla carica di presidente, decisione poi rientrata nel luglio successivo.

    L’ennesima spinta verso il baratro, un’altra mazzata a livello psicologico: l’Inter cade sia contro il Parma che a Venezia, per poi ritrovare un barlume di dignità all’ultima giornata, grazie al 3-1 rifilato al Bologna.

    Proprio i rossoblù di Carlo Mazzone saranno gli avversari nello spareggio disposto per assegnare un posto in Coppa UEFA, essendo Inter e Bologna le due semifinaliste perdenti della Coppa Italia (Fiorentina e Parma già qualificate in Champions e quindi esenti dal discorso): i nerazzurri perdono sia all’andata in casa che al ritorno al ‘Dall’Ara’, sempre col punteggio di 2-1 e con la certezza che, la stagione 1999/2000, sarebbe stata vissuta senza alcun impegno europeo.

    Un fallimento totale, descritto dai freddi e spietati numeri: ottavo posto in campionato, dove le sconfitte (14) sono addirittura maggiori rispetto alle vittorie (13), con la zona retrocessione più vicina in confronto al quarto posto valevole l’accesso al preliminare di Champions. Quattro allenatori diversi e un presidente dimissionario: una stagione di ordinaria follia entrata di diritto, ma dal lato sbagliato, nella storia dell’Inter.

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