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Miccoli si racconta: "La Juventus mi ha umiliato, al Palermo mi sentivo come Maradona"

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Fabrizio Miccoli ha rilasciato un'intervista esclusiva a La Gazzetta dello Sport.

L'ex attaccante ha infatti ripercorso le fasi salienti della sua carriera, ma non solo. Nel corso dell'intervista, infatti, l'ex fantasista pugliese ha parlato anche della tremenda esperienza personale legata al carcere.

Di seguito ecco le sue parole.

  • "UMILIATO DALLA JUVENTUS"

    “Moggi padre mi punzecchiava sui tatuaggi, sull’orecchino, sui capelli, e quando ritornai dal prestito alla Fiorentina ci fu l’episodio del pullman. Loro avevano vinto lo scudetto e un giorno ci portarono in Comune per una premiazione. Io venni lasciato solo sul pullman, ad aspettare: una situazione umiliante. Mi cedettero al Benfica”. 

    Riguardo all'ex direttore generale bianconero, Miccoli ha però aggiunto: "Quando ero in carcere, mi dicevano che Moggi telefonasse per sapere come stavo e questo mi ha fatto riflettere. Al di là di tutto, oggi penso che Moggi sia una persona vera".

  • "A PALERMO MI SENTIVO COME MARADONA"

    "Dovevo stare più attento, capire le dinamiche. Mia moglie me lo diceva: "Attento a chi frequenti". Mi sentivo come Maradona a Napoli, stavo talmente bene… Pensavo di essere al di sopra di tutto".

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  • "LA FRASE SU FALCONE? ME NE VERGOGNO"

    "Me ne vergogno, per me e per la mia famiglia. Non so come mi siano uscite quelle parole. Era l’alba, eravamo appena usciti dalla discoteca, avevo la mente annebbiata. Queste sono le spiegazioni che ho dato a me stesso. Non cerco scuse, posso soltanto scusarmi. Ho sbagliato e non mi perdono.

    Appena scontata la pena, finito l’affidamento, sono volato a Palermo per incontrare la signora Maria e suo figlio Vincenzo. Mi hanno accolto e compreso. Non sono andato là per chiedere clemenza. Ho chiesto scusa alla signora Falcone, le ho parlato della vergogna che provavo, di quanto mi fossi pentito. Lei mi ha sorriso e ha detto: 'Ti perdono'. Mi sono commosso, mi sono sentito liberato dal vero peso che avevo addosso. Ci siamo fatti una foto che tengo per me. Con Vincenzo siamo rimasti in contatto, spero che a Palermo possiamo presentare il libro insieme, alla Fondazione Falcone”.

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  • IL CARCERE

    “Il momento più duro? Quando mi sono costituito, al penitenziario di Rovigo. Mi accompagnarono lì gli amici di sempre, Giovanni e Pierpaolo, e l’avvocato Savoia. Scesi dalla macchina e quell’ultimo tratto a piedi, verso il cancello, con il borsone sulle spalle, è stato terribile. Poi i documenti, la perquisizione…. 

    “Nelle partitelle in carcere giocavo in porta? Confermo. Mi fecero una battuta: 'Fabrizio, qua ci ammazziamo per due cose, le carte e il pallone'. Capii. Così mi mettevo tra i pali e le poche volte che giocavo da attaccante non facevo mai il fenomeno, mi muovevo con il freno a mano tirato. Giocavamo un’ora alla settimana, era un momento spensierato e tale doveva rimanere”.


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