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Totò arriva troppo tardi, Maurizio Schillaci preferisce fare da solo: "Doveva pensarci dieci anni fa. Voglio solo lavorare e vedere le mie figlie"

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Non poteva dire altrimenti, probabilmente. Totò Schillaci ha promesso aiuto a Maurizio, troppo tardi. La storia dell'altro Schillaci, cugino dell'eroe di Italia 90, commuove buon parte dell'Italia calcistica. Clochard che dopo una vita a contratti importanti ha dovuto subire la vita, la galera, l'overdose, la povertà.

"Grazie, preferisco fare da solo, poteva pensarci dieci anni fa quando lavoravo nella sua scuola calcio e mi dava 300 mila lire al mese che non bastavano nemmeno a coprire le spese". Ora un aiuto, magari pronunciato con leggerezza davanti ad un giornale, pare quasi una presa in giro per Maurizio.

Ha giocato pure alla Lazio, quando ancora era felice. I ricordi, però, non sono affatto positivi: "Da lì cominciarono tutti i miei guai, dopo un infortunio alla gamba non diagnosticato, scambiarono una lesione al tendine per uno stiramento. Mi credevano un debole e dentro di me montava la rabbia".

Poi l'incontro con Zeman, ma oramai era troppo tardi: "Non ho smesso di giocare per la droga. Quella è stata la conseguenza di una carriera bruciata in fretta. Prima la cocaina, poi l’eroina. Il divorzio dalla prima moglie, Rossana, una palermitana che non si comportava bene con me".

Ha una casa a Palermo, lasciata alla figlia in passato: "Non vedo nè lei nè l'altra. Diciamo che sono anche io ad evitare, perché non posso neanche invitarle a pranzo. Sono un miracolato, una volta mi sono iniettato un grammo di cocaina in vena e sono andato in overdose. Pensavo di non farcela. La galera? Pochi giorni, vent'anni fa".

Alla 'Gazzetta dello Sport', Schillaci descrive la sua vita da clochard: "Vivo nelle strade di Palermo, per lavarmi e mangiare vado alla Casa dei Giovani. Con la droga ho smesso da un pezzo, prendo il metadone da 9 anni e quello che ora desidero è trovare un’occupazione, vedere le mie figlie".

Magari anche senza un invito a pranzo, solo per ripartire. Come una vera famiglia.
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