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"Carlitos è fedele, non mi tradirà...", aveva detto convinto come un amante pazzo Adriano Galliani non più tardi di qualche mese fa. Ed invece Tevez alla fine si è accasato alla Juventus, con buona pace del suo vecchio Milan e delle promesse d'amore consumate a Rio nel ben noto Capodanno di un paio di anni fa.
Come sia andata davvero l'intricata vicenda di mercato lo spiega dal sul punto di vista l'Apache sulle pagine de 'La Stampa': "Il Milan? Galliani ha insistito però mi hanno detto che non aveva i soldi per convincere il Manchester City... Quanto alle voci sull'Inter nel 2007, mi lasciava perplesso, era una squadra che si stava formando anche se aveva vinto il campionato".
Ma ovviamente nell'intervista al quotidiano torinese si parla tanto soprattutto di Juve e di Antonio Conte, esaltato anche da Tevez: "Da voi è più difficile che in Inghilterra - premette l'argentino - perciò ho dovuto modificare qualcosa. La prima lezione è che in Italia non si può tenere tanto la palla, perché se salti il primo o il secondo avversario ne spunta un terzo e la prende. Un attaccante deve essere bravo nel movimento. Conte mi guida nel cambiamento: mi avrà già consigliato dieci cose che alla fine si sono rivelate esatte. Quando dissi che cura i dettagli come Ferguson lo pensavo davvero...".
Interessanti le parole di Tevez sul ruolo prediletto, che mandano anche un messaggio all'allenatore: "Sono una seconda punta, perciò mi trovo benissimo nel modulo di Conte. Se dovesse virare verso un 4-3-3 invece vorrei fare la punta centrale, stare largo non mi piace, si ricevono pochi palloni e io ho bisogno di essere al centro del gioco. Per i goal dipende dai palloni che riceverò. Il ruolo non è cambiato. Forse a Manchester andavo qualche volta in più in area di rigore ma non c'è una grande differenza".
Sull'Apache aleggia pesantissima l'ombra della leggenda Del Piero, ma lui la esorcizza così: "Mi hanno spiegato la storia e accetto la responsabilità di portare il 10 nel miglior modo possibile. Del Piero l'ho affrontato con il City però l'essere stato in Inghilterra mi fa pesare meno la sua ombra: laggiù anche un campione come lui contava poco, gli inglesi parlano, si interessano e conoscono soltanto chi sta in casa loro...".
"Mi dipingono come un piantagrane? Do poca importanza ai giudizi di chi non mi conosce - spiega Tevez - Con Mancini ci siamo riappacificati. Sabato era a Genova ma non l'ho visto altrimenti l’avrei salutato. Ho vinto tanti trofei in giro per il mondo, sono stato campione in Argentina, in Brasile, in Inghilterra con i due Manchester. Ho avuto più alti che bassi e accetto le regole del gioco: se vinci sei un fenomeno, se non riesci ti criticano e qualche volta le critiche sono state giuste".
La conclusione è sul sogno Champions League, l'argentino è realista: "Che mi aspetto dal sorteggio? Per vincere la Champions bisogna essere più bravi di tutti. A noi manca forse qualcosa per essere davvero i più grandi ma dobbiamo provarci...".

