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Michael Laudrup DenmarkGetty

Racconti Europei - Così esplose la "Danish Dynamite"

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Ci sono squadre che entrano nel mito senza vincere nulla, semplicemente per un insieme di fattori: l’eccezionale talento dei giocatori, il senso di novità che portano, il fascino del Paese di provenienza, una maglia particolare. Una combo che la Danimarca dei primi anni’80 riuscì a rispettare in pieno, diventando per gli over-35 di oggi una squadra di culto assoluto.

Per chi ha dimestichezza con l’inglese, raccomandiamo la lettura dell’eccellente “Danish Dynamite: The Story of Football's Greatest Cult Team”, nel quale il trio formato da Rob Smyth, Lars Eriksen e Mike Gibbons racconta nel dettaglio la parabola di una squadra che, pur senza il marchio spesso abusato dell’Olanda del “calcio totale”, portò a suo modo una piccola rivoluzione.

Michael Laudrup DenmarkGetty

Una premessa è d’obbligo: il calcio danese fino agli anni’70 si era autoinflitto un handicap pesante nel confronto internazionale, arroccandosi fuori tempo massimo in un concetto di dilettantismo tutto nordico (mai sentito parlare della Janteloven, la Legge di Jante? Roba da sociologi, ad ogni modo), più puro e meno ipocrita di quello dei Paesi dell’Est ma pur sempre anacronistico. Il bronzo olimpico di Londra 1948 portò alla ribalta una generazione di talenti straordinari – i fratelli Hansen, Praest – che cedettero al richiamo delle lire italiane, perdendo in automatico la possibilità di giocare in Nazionale.


L'uomo del destino si chiamava Sepp Piontek. Un tedesco che da giocatore marcò Pelè così duramente da essere chiamato "El bruto Alemano". Oggi probabilmente avrebbe una manciata di pagine Facebook dedicate


Facile intuire chi ci guadagnò e chi ci perse, visto che fino al 1984 la Danimarca mai si era qualificata a un Europeo o a un Mondiale. Di più: fino alla metà degli anni’70, i giocatori danesi potevano emigrare all’estero – e diventare professionisti – solo dietro beneplacito, e conseguente indennizzo, della Federazione. Fu solo così che Allan Simonsen ebbe la possibilità nel 1972 di lasciare il Vejle per il Borussia Moenchengladbach – e diventare Pallone d’oro cinque anni dopo.

Come in tutte le storie che si rispettino, serve però anche l’uomo del destino. Nel caso della Danimarca il soggetto in questione è un tedesco, Sepp Piontek: nato in Polonia nel 1940, un’onesta carriera da difensore del Werder Brema e 6 presenze nella Nazionale dell’allora Germania Ovest. Una di queste fu al Maracanà contro il Brasile di Pelè, e la sua marcatura di “O rey” fu talmente traumatizzante che in Sudamerica venne chiamato “El bruto Alemano”. Oggi, probabilmente, avrebbe una manciata di pagine Facebook dedicate, ma non divaghiamo.

Piontek portò infatti una rivoluzione all’interno della Nazionale danese, togliendo ogni residua scoria di dilettantismo sia nella metodologia di lavoro, sia nella scelta dei giocatori, senza però intaccare lo spirito rilassato, a tratti giocoso, di quel gruppo. Inserita in un girone tosto, contro l’Inghilterra e l’Ungheria (ricordiamo che i magiari si qualificarono ai Mondiali 1982 e 1986), la Danimarca riuscì a concludere al primo posto, espugnando Wembley in un 21 settembre 1983 considerato il vero punto di svolta della storia della Nazionale.

Allan Simonsen DenmarkGetty

Completamente digiuna di competizioni internazionali, la Danimarca si presentò così a Euro 84 con i crismi della potenziale sorpresa. Merito di un gioco offensivo e divertente, senza mezze misure, che permise ai danesi di perdere 0-6 in amichevole contro l’Olanda e, tre mesi dopo, diventare l’assoluta rivelazione del calcio mondiale. Il tutto accompagnato dalla simpatia del pubblico neutrale, generata dall’atteggiamento festoso e ironico dei “Roligans”, i 16.000 tifosi sbarcati in Francia per l’occasione, che offrirono un modo di tifare quasi marziano, rispetto alle paure che incutevano i gruppi organizzati di quegli anni.


Preben Elkjaer fu il centravanti più devastante della sua epoca, precursore di un modo di essere “numero 9” perfezionato, negli anni successivi, da Batistuta e Vieri


La Danimarca, del resto, sfoderò il perfetto mix di talento e praticità: una difesa di mestieranti un po’ naif, tenuta insieme dall’esperienza del capitano Morten Olsen, seguita da un centrocampo dove la combattività di Soren Lerby, la presenza di Klaus Berggreen e la creatività di Arnesen si misero al servizio dei due là davanti. Un binomio che più eterogeneo non poteva essere, composto da Michael Laudrup, la classe fatta calciatore, e Preben Elkjaer, il centravanti più devastante della sua epoca, precursore di un modo di essere “numero 9” perfezionato, negli anni successivi, da Batistuta e Vieri.

Fu un mix esplosivo, che non a caso prese il nome di "Danish Dynamite", nonostante la sconfitta al debutto contro la Francia, con annesso infortunio a Simonsen. Il cammino proseguì con il 5-0 alla Jugoslavia e il 3-2 (partendo da 0-2) contro il Belgio. Solo l’errore dal dischetto di Elkjaer, ai rigori contro la Spagna, precluse ai danesi la possibilità di giocare la finale contro la Francia. Una Nazionale che dal punto di vista dei risultati rimase un’incompiuta anche a Messico 86, dove avrebbe potuto tranquillamente arrivare fino in fondo, ma che dimostrò una volta di più come per entrare nel mito non serva riempire le bacheche, quanto i cuori della gente. 

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