Era uno dei migliori cinque difensori di Serie A. Poi la sua carriera è andata a picco a causa di un male, benigno, che gli ha cambiato la vita.
Leandro Castan è stato intervistato da ‘Cronache da Spogliatoio’ e ha ripercorso la sua vita e la sua carriera, dagli inizi nelle strade di Jaú fino alla rinascita con Mihajovic passando per la vittoria della Libertadores col Corinhias, sua squadra del cuore, e i tanti anni a Roma, la sua seconda casa.
CASTAN: "IN QUELLA FINALE NON GIOCAMMO"
Il brasiliano arriva in Italia nel 2012 da fresco Campione del Sudamerica.
“Appena ho saputo della Roma mi sono sentito una pressione sopra le spalle… ma ero pronto a tutto - ha raccontato l’ex difensore giallorosso - Il primo pensiero in realtà è stato: 'Oh mio Dio, giocherò con Totti!'".
A portarlo a Roma era stato Walter Sabatini. Per Leandro fu come un secondo padre. Ma la prima stagione in giallorosso non fu delle più semplici: Zeman (sostituito poi da Andreazzoli) non rinuncia mai al suo 4-3-3 e la difesa di Castan è la parte più vulnerabile della squadra. E l’annata si conclude nel peggiore dei modi: il 26 maggio 2013 la Lazio alza la “Coppa in faccia” alla squadra giallorossa.
“Ancora oggi non ho capito perché abbiamo perso quella finale di Coppa Italia. Non avevamo una squadra fortissima, ma loro erano peggio di noi. Non è che giocammo male, non giocammo proprio. Ricordo che nello spogliatoio nessuno parlava, io buttai la medaglia del 2º posto. Una stupidaggine: se tornassi indietro non lo rifarei, ma ero davvero troppo arrabbiato”.
CASTAN: "GARCIA HA CAMBIATO LA ROMA, DE ROSSI UN ESEMPIO"
Con Rudi Garcia, che oggi allena CR7 in Arabia, le cose cambiano:
“Rudi Garcia ha cambiato la Roma. Pensavo che almeno uno scudetto lo vincesse… In allenamento urlava alla squadra: 'Perché avete paura di giocare la palla? Giocatela, giocatela. Tanto dietro abbiamo Castan e Benatia'. Benatia è stato il compagno di difesa più forte. Non aver vinto nulla quell’anno è uno dei rammarichi più grandi della mia carriera. A fine stagione credevo che lì avrei fatto il salto per arrivare davvero al top..."
A fine campionato riceve anche un messaggio da De Rossi: “Hai fatto una stagione pazzesca, sei uno dei più forti di sempre con cui abbia mai giocato”.
“Sentirselo dire da De Rossi fa un certo effetto. Se mi dicessi un esempio da seguire, ti direi De Rossi. Quando parlava, i miei occhi brillavano. De Rossi era il braccio destro di Totti. A lui neanche serve parlare, bastava lo sguardo. Erano la coppia perfetta… anche perché se in una squadra hai un solo un leader è un bel casino. Sono partito per le vacanze con l’ambizione di tornare ancora più forte”.
CASTAN: "HO AVUTO PAURA DI MORIRE"
Invece la vita, il destino, la sorte, chiamatela come volete, decide di fermare sul più bello l’ascesa di Leandro Castan. Nella sua carriera calcistica c’è un prima e un dopo: la soglia è Empoli-Roma del 13 settembre 2014, seconda giornata di Serie A.
“Nei primi cinque minuti di partita mi vengono i crampi alla gamba. Maicon mi guarda e capisce che avevo qualcosa di diverso. Al rientro negli spogliatoi dice a Garcia: 'Mister, togli Castan. Gli fa male la gamba'. E io: 'Oh, ma che dici? Sto bene, gioco'. Allora Rudi mi fa: 'Leandro che hai?'. Niente'. E Maicon: 'Toglilo, fidati'. Da lì, non rientro in campo per un anno".
Al Castellani di Empoli inizia l’inizio della fine per Leandro Castan. Il peggio, infatti, doveva ancora arrivare.
“Il giorno dopo mi sveglio e non mi reggo in piedi. La testa mi girava fortissimo, pensavo di morire in quegli istanti. Non riuscivo a fare niente. Per quindici giorni sono rimasto così, senza capire cosa mi stesse accadendo. Avevo giramenti di testa e poi vomitavo, vomitavo, vomitavo. In due settimane ho perso quindici chili. Mi dicevo: “Sto morendo”. Non pensavo al rientro in campo, ma solo a restare vivo. Lì ad Empoli è finita la mia carriera. Si sono spenti tutti i miei sogni: giocare un Mondiale, vincere uno Scudetto, fine. Magari sarei rimasto a Roma fino a oggi. Invece no, è cambiato tutto da un giorno all’altro”.
Dopo circa tre settimane arriva la sentenza: cavernoma cerebrale, un tumore benigno al cervello. Il 3 dicembre 2014 gli viene detto di operarsi. Lo stesso giorno, la moglie Bruna gli annuncia di essere incinta di una bambina.
In questo momento, per Castan, è stata provvidenziale la figura di Walter Sabatini, il suo secondo padre, colui che l’ha voluto in Italia la prima volta.
“Qualsiasi persona avrebbe pensato ai soldi in quel momento e mi avrebbe mandato via, anche perché io non volevo operarmi. Lui no. Come me l’hanno detto, ho pensato: ‘Ok, io non mi opero, smetto e torno in Brasile’. Sono anche andato a Trigoria per rescindere il contratto. Entro e trovo Sabatini, che mi fa: ‘ Senti, fino a quando sono qua, tu resti il centrale della Roma. Prenditi il tempo che vuoi. Non vuoi più giocare? Va bene, sono d’accordo con te, ma pensaci’. Mi emoziono ancora oggi a parlarne”.
Dopo due settimane, convinto dai medici, Castan decide di operarsi. Oggi ha una cicatrice verticale che gli attraversa tutta la nuca, dal centro della parte alta del collo fino a metà testa. Il problema più grande, in quel momento, è stato di natura psicologica.
“Non sono stato più lo stesso. Lo giuro, ho fatto tutto quello che potevo per tornare al mio livello. Ma non ci sono riuscito. So che non potevo fare di più, ora sono tranquillo, non ho rimorsi. In quel periodo litigavo con tutti. Volevo capire di chi fosse la colpa del perché non riuscissi a tornare al mio livello. Mi arrabbiavo, ma alla fine non era colpa di nessuno. Quando ti aprono la testa è normale perdere velocità agilità, equilibrio. Non era facile neanche stare con i miei compagni. Vedevo che in allenamento avevano pena per me. Lo leggevo nei loro occhi, era come se tutti pensassero ‘povero ragazzo’. E io mi sentivo male, soffrivo tantissimo. Ma poi mi guardo indietro e penso che era difficile anche per loro. Se anch’io avessi avuto un compagno in quella situazione avrei fatto lo stesso”.
CASTAN: "SPALLETTI MI CACCIÒ. SEMPRE GRATO A SINISA"
Castan tornerà in campo con Spalletti, in una Roma completamente diversa da quella che aveva lasciato. Nei primi giorni il tecnico riceve nel suo ufficio il difensore e gli dice che ha bisogno che torni ad essere tra i migliori della Serie A. Castan fa l’esordio nella nuova Roma di Spalletti fuori casa contro l’Hellas Verona.
“Giocai malissimo, ma veramente. Forse la peggior partita della mia carriera. Pareggiamo 1-1 e procuro un rigore. Il giorno dopo Spalletti mi richiama nel suo ufficio. Entro, era al pc. Neanche mi siedo e mi fa: ‘Senti, la partita di ieri è stata un disastro’. Gira lo schermo e c’erano 3-4 squadre di Serie B: ‘Il tuo livello è questo, non puoi giocare alla Roma’. Mi è crollato tutto. Gli rispondo: ‘Allora me ne torno in Brasile’. E lui: ‘Fa’ come vuoi, qua sicuro non giochi più”.
E così fu. Castan tornerà in campo soltanto con Mihajlovic, che lo volle fortemente al Torino al punto di chiamarlo di persona. Castan resta in Italia col fuoco negli occhi soltanto per poter dimostrare a Spalletti che sul suo conto aveva sbagliato.
"Al Toro i primi 6 mesi furono bellissimi. Mihajlović spingeva anche per comprarmi a titolo definitivo, vincemmo anche 3-1 contro la Roma. Ad ogni nostro gol, fissavo Spalletti: ‘Vedi, sono io quello che scarso? E allora perché ti ho battuto?’. Sentivo davvero di poter tornare al mio livello. Poi tornarono i guai fisici: avevo continui problemi alla gamba. Avevo voglia di spaccare il mondo, ma il mio corpo non rispondeva. Come Sinisa ha visto che iniziavo ad aver problemi, mi ha portato dai suoi medici. Le ha provate tutte. Gliene sarò per sempre grato. Con me Mihajlović è stato speciale: alla fine di ogni allenamento, mi insegnava come calciare il pallone. Dopo l’operazione, infatti, per me era come se dovessi imparare di nuovo a calciare. Facevamo di tutto: passaggi, cambi di gioco, sinistro, destro. Prima lo facevo con maestria, mi piaceva impostare, tenere la palla. Dal cavernoma ho praticamente dovuto rimparare i movimenti. E lui, comunque, ogni giorno mi prendeva con sé, si metteva lì e passavamo le ore insieme. Questo è l’uomo che è stato Mihajlović, non so quanti altri allenatori avrebbero fatto lo stesso”.
Dopo la fine del prestito al Torino, Castan resterà a Roma fino al 2018 prima di tornare in Brasile fino al ritiro dello scorso luglio.
“Se mi guardo indietro non è che abbia rimpianti, però un po’ di amaro in bocca. Per non aver più giocato con la Roma e per non aver disputato neanche un Mondiale col Brasile. Sono arrivato in Nazionale e so che sarei potuto rimanere se non avessi avuto quel problema. Che poi forse ho sbagliato anch’io i tempi del rientro, ma ero come un bambino, volevo troppo tornare. Sognavo di vincere lo scudetto con la mia Roma o di andare al Mondiale col Brasile. Il calcio è l’amore della mia vita: gli ho dato tutto, per questo mi vedo sempre più lontano da lui. Non ho la forza per rifare tutta la strada di nuovo".


