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Armando Izzo Avellino 2013Getty Images

Izzo proclama la sua innocenza: "E' tutto falso"

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5 anni di squalifica: la carriera calcistica di Armando Izzo è appesa ad un filo. Solo oggi, o al massimo domani, con sentenza, il Tribunale Federale Nazionale deciderà se, e in che termini, prendere provvedimenti per il difensore, deferito per illecito sportivo per una presunta combine risalente ai tempi in cui giocava tra le fila dell'Avellino nella stagione 2013-14.

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All'epoca, l'attuale giocatore del Genoa sarebbe stato assoldato dal clan camorristico Vanella Grassi per 'aggiustare' alcune partite, insieme ad alcuni compagni di squadra, come riferito dal pentito Antonio Accurso.

A poche ore dal processo (previsto per le ore 14.00 odierne), Izzo ha voluto fare chiarezza ai microfoni de 'La Gazzetta dello Sport': "Sa come mi chiamano nelle intercettazioni questi signori? L’ignorante. Dicono: “Oh, l’ignorante non deve sapere nulla perché Avellino-Reggina la fanno i senatori”. Questo perché nel 2014 ero un novellino in uno spogliatoio con gente come Castaldo, Biancolino, Millesi. Ma non è questo il punto: hanno ragione, sono ignorante. Non mi vergogno".

Il calciatore, quindi, ha voluto ripercorrere brevemente la sua vita: "Sono cresciuto a Scampia: papà lavorava anche 18 ore al giorno, poi una leucemia fulminante lo ha stroncato in due mesi. Mia madre prese a fare le pulizie nelle case: le davano 6 euro l’ora. Io col pallone ci sapevo fare: a 14 anni dalla squadra di Scampia passai al Napoli".

Quindi si entra nel merito della questione: "Divento capitano della Primavera: Mazzarri mi porta in ritiro. Il resto è frutto di sudore e ancora sudore. Triestina, Avellino, Genoa e Nazionale. Poi un boss si pente e sostiene che ero a sua disposizione da sempre. Prova a spiegare al magistrato che sono uno di loro per via di uno zio affiliato. Beh, quello è un parente acquisito: non ho rapporti con lui da quando ero ragazzino. C’è di più. Secondo questo boss sarebbero venuti a Trieste per farmi alterare una gara, ma siccome contavo zero allora è saltato tutto".

"Ho chiesto al mio avvocato: non c’è nessuna traccia del presunto viaggio - ci tiene a precisare Izzo -. Solo parole. Ma questa dichiarazione è un autogol. Perché io a gennaio 2012 passo all’Avellino. Sarei uno del clan, giusto? E invece nessuno mi cerca. Vengono a Trieste, ma quando sono a un tiro di schioppo da Napoli, niente. E mica per qualche mese: passano oltre due anni prima di arrivare ai due presunti illeciti".

Per Izzo l'accusa non regge: "Sembra credibile che un boss punti 400 mila euro per vincerne 45 mila? E Millesi accetta di restituire i 400 mila se le cose vanno male? Una scommessa sul Modena che doveva fare un goal con qualunque risultato. E quella gara io non l’ho giocata. Mi ero fatto male in settimana e durante il riscaldamento era tornato il dolore. Finisco in panchina".

"Il boss vede la gara da un centro scommesse, si è fatto prestare il telefono da Pini. Primo tempo 0-0 - continua il racconto - Preoccupato manda messaggi a Millesi per risolvere il problema. Millesi, in panchina come me, incrocia Peccarisi che ritorna dagli spogliatoi e lo convince per 15 mila euro a far segnare il Modena. Le immagini Sky testimoniano tutto questo".

"Peccato che dalle immagini Sky si vede come per tutto l’intervallo Millesi, io e gli altri della panchina stiamo in campo a riscaldarci. Non solo, il telefono da cui sono partiti i messaggi non c’è più. Pini ha detto al magistrato di averlo venduto, ma non si ricorda a chi…". La palla, adesso, passa ai giudici.

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