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Emmanuel Gyasi Cagliari Spezia Serie AGetty

Gyasi a GOAL: "Cristiano Ronaldo è il mio idolo, spero nella Coppa d'Africa"

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Emmanuel Gyasi ti dà immediatamente l’impressione del bravo ragazzo, si percepisce a pelle: sorriso sincero, atteggiamento molto lontano dal cliché del calciatore di Serie A, risata travolgente. Ne abbiamo la certezza, però, quando dopo pochi minuti dall’inizio dell’intervista, gli chiediamo chi dovesse ringraziare per la sua carriera. Prende un grande respiro, ci risponde “Bella domanda”. Si sistema sulla sedia e comincia ad elencare. Tiene anche il conto con le mani. Non se ne vuole dimenticare nemmeno uno. Ci tiene a nominarli tutti, ci ripete nome e cognome per essere sicuro che li annotiamo giusti. E dopo ognuno ripete: “Ormai è famiglia”. Sarà perché da ragazzino ha vissuto in una grande casa con tutti i nonni, zii e cugini, ma non con i genitori. Ema sa bene cosa significhi famiglia, perché quando si è ricongiunto con i suoi in Italia, dopo l’infanzia in Ghana, è stata una di quelle emozioni difficili da dimenticare. Come l’esordio con la maglia della sua Nazionale, il Ghana, appunto, nonostante abbia anche nazionalità italiana, essendo nato a Palermo e cresciuto nel torinese. O anche il goal promozione con lo Spezia. Oppure quella gioia che si prova a giocare a piedi nudi sulla terra, nello spiazzo davanti alla Chiesa di Accra, dopo la messa. Proprio come le immagini che si vedono in tv, orde di bambini che corrono dietro il pallone inseguendo un sogno. Solo che Ema, come lo chiamano tutti in famiglia (allargata ovviamente), quel sogno l’ha realizzato per davvero…

Allora Emmanuel, la tua storia sembra un film. Partiamo dall’inizio, ci racconti la tua infanzia?

“Sono nato a Palermo, ma mi sono trasferito in Ghana quando ero ancora piccolo. Sono cresciuto con i nonni, gli zii e i cugini, tutti insieme in una grande casa. I miei genitori, invece, erano rimasti in Italia. All’inizio è stata dura, ma devo dire che crescere in Ghana, con l’affetto di tutta la mia famiglia d’origine, è stato davvero bello. Ho ricordi stupendi di quel periodo, si è creato un legame indissolubile con i miei parenti e con la mia terra. Ricordo quando la domenica, usciti dalla messa, giocavamo davanti al piazzale della chiesa, grandi e piccoli insieme, scalzi sulla terra. E’ lì che è nata la mia passione per il calcio, anche se in quel momento non avrei mai pensato di arrivare a farne la mia professione. Guardavo mio cugino più grande, un fenomeno, e provavo ad imitarlo. Se avessi avuto qualche soldo da scommettere, l’avrei puntato su di lui. Eppure, non è riuscito a sfondare. Nella vita ci vuole anche fortuna”.

Qual è stata la tua, di fortuna?

“Aver incontrato sulla mia strada persone eccezionali che mi hanno sempre aiutato. A partire dalla mia famiglia, fino ai miei primi dirigenti e allenatori. Quando sono tornato in Italia ho raggiunto i miei genitori a Pino Torinese e lì ho cominciato a giocare nel Pecetto. Il Presidente Abelardo mi ha subito preso sotto la sua ala e mi ha aiutato tantissimo. Quando c’è stata la possibilità di andare nel settore giovanile del Torino, non solo non ha posto nessuna condizione, ma ha addirittura fatto di tutto per agevolarmi. Mi ha anche dato un sacco di consigli. Ancora oggi ci sentiamo, ormai è famiglia. Sai, quando incontri persone così, non dico che sia facile, ma di certo aiuta. Poi, devo dire che io sono sempre stato uno molto focalizzato sul lavoro, sul migliorarmi giorno dopo giorno, convinto che se vuoi davvero qualcosa, quel qualcosa prima o poi arriva. A fianco, però, ho anche avuto tantissime persone che mi sono state vicine e che mi hanno supportato”.

E qui ricomincia l’elenco…

“I miei genitori, ovviamente. Mia mamma è una dipendente comunale e mio papà lavora per un’agenzia privata di sicurezza, dunque nulla a che vedere con il calcio, ma mi hanno sempre sostenuto. Mia mamma - ovviamente - voleva che studiassi, ma finiti i compiti mi lasciava libero di andare a giocare. Mio papà, invece, faceva il portiere a livello amatoriale, per cui mi seguiva con passione e mi ha dato tanti consigli quando ero giovane. Poi il mio procuratore Alessandro Benini, che mi è accanto fin dai tempi del Pecetto e da allora non ci siamo mai separati. Anche lui ormai è famiglia. Poi tutti i miei allenatori: a Carrara (2015-2016, ndr) ho avuto Remondina, un vero maestro di calcio. Poi Paolo Zanetti, che ho avuto al Sudtirol e con il quale ho vissuto una stagione meravigliosa (2017-2018, ndr). Una società che mi è rimasta nel cuore, gente e strutture eccezionali, non a caso ancora oggi faccio il tifo per loro. Non dico niente, ma spero che questo per loro sia davvero l’anno buono (il Sudtirol è primo in classifica nel Girone A della Lega Pro, ndr)”.

Proviamo a distrarlo con un’altra domanda, ma lui ci morde le caviglie come fa quando rincorre gli avversari fino alla sua area di rigore…

“Aspetta, non ho finito. Voglio citare anche Mister Marino, lui è quello che mi ha dato fiducia e fatto esordire in Serie B (2018-2019, ndr), facendomi giocare tantissime partite e puntando forte su di me. Forse quella è stata la vera svolta. Poi non posso non nominare Mister Italiano, con lui sono cresciuto tantissimo nell’ultimo anno, sono diventato un giocatore non dico completo, perché c’è ancora tantissimo da fare e migliorare, ma forse più maturo. Adesso, poi, con Thiago Motta sto affinando caratteristiche tecnico-tattiche diverse, perché - anche se le cose non stanno andando come vorremmo - si vede che il mister ha idee innovative e sono convinto che con il duro lavoro ci tireremo fuori tutti insieme da questa situazione”.

Aspettiamo un attimo per essere sicuri che abbia finito. Ci pensa un secondo, poi silenzio. Ok, possiamo proseguire. E’ vero che non sei l’unico calciatore in famiglia?

“Sì, è vero. Il mio fratellino più piccolo, Guido, gioca anche lui a calcio, solo che fa il portiere. O, meglio, un giorno dice che fa il portiere, l’altro che vorrebbe fare l’attaccante, ma mio papà dice che in porta è bravo. Non so quanto sia obiettivo, però, perché anche lui da ragazzo faceva il portiere, quindi credo ci sia un conflitto d’interesse. A lui piacerebbe che uno dei suoi figli seguisse le sue orme… (ride, ndr)”.

Chi era, invece, il tuo idolo da ragazzino?

“E’ sempre stato Cristiano Ronaldo. Oltre alle doti tecniche, ho sempre ammirato la sua determinazione, la sua infinita voglia di migliorarsi. Credo che sia l’esempio ideale per tutti i ragazzi che vogliano diventare calciatori. Farei loro vedere CR7 e gli direi: 'Guarda come lavora a 36 anni e impara cosa significhi essere un professionista'. Quello che fa è incredibile: sono anni che domina la scena, cambia squadra ma continua a fare quello che sa fare meglio, cioè goal, ancora goal e controgoal. Incredibile. Ne ha fatti più di 800 in carriera eppure c’è ancora gente che lo critica e lui tira dritto per la sua strada. Pazzesco”.

Hai anche avuto modo di incontrarlo, che effetto ti ha fatto?

“E’ stato davvero una bella emozione, perché cresci con un idolo, sogni di giocare con o contro di lui e, quando ti capita davvero, capisci veramente quello che hai fatto e dove sei arrivato. Sono stato anche fortunato perché ho potuto scambiare la maglietta con lui, ma soprattutto due parole. E’ stato gentilissimo. Gli ho detto quello che ho detto a te, che per me era un esempio per tutti i ragazzini che volessero diventare calciatori. Lui mi ha semplicemente risposto di inseguire i miei sogni senza mollare mai: è quello che sto facendo, sto seguendo il suo consiglio e lui continua ad essere la mia ispirazione. Da quando sono ragazzo, dalle giovanili del Torino, quando ho capito che potevo realmente realizzare il mio sogno, ho sempre dato tutto me stesso. Anche perché, a quel punto, se non ci fossi riuscito, non so cosa avrei potuto fare. Forse il ballerino, mi piace ballare, ma non credo di essere abbastanza bravo (ride, ndr). Per fortuna non ho dovuto cercare un’alternativa…”.

Alla Juve, per altro, tu hai segnato proprio quando Ronaldo se n’è andato, ma in suo onore hai esultato come lui. Un altro che di recente ha segnato ai bianconeri (e che goal!) è stato il tuo amico Aramu, con cui hai giocato al Torino: ti sta sorprendendo?

“Assolutamente no. Nella Primavera del Torino abbiamo fatto grandi cose insieme, c’è sempre stata una bella sintonia con lui dentro e fuori dal campo, tanto che ci sentiamo ancora adesso. Sono sempre stato convinto delle sue qualità tecniche, ma anche umane. E’ un ragazzo intelligente, che in un momento delicato della sua carriera ha avuto l’umiltà di scendere di categoria. Come si dice in questi casi, a volte devi saper fare un passo indietro, per farne due avanti. Lui ha fatto così e ora sta raccogliendo i frutti. Comunque, non ho mai avuto dubbi, sapevo sarebbe 'arrivato', era solo questione di tempo. Uno con quel sinistro può andare ovunque, non riesco a mettergli un limite”.

Ci sono altri giocatori, magari nel tuo stesso ruolo, che ti piacciono in maniera particolare?

“Guarda, io sono malato di calcio, lo guardo davvero tutto: dalla Premier alla Bundesliga, il campionato francese, la Serie A ma anche la B, senza dimenticare la Liga. Se c’è una partita in TV, quale che sia la categoria, io mi incanto. Riesco a metterne una sulla TV, una sull’Ipad e se ce n’è una terza che mi interessa, la metto sul cellulare. Infatti la mia fidanzata mi odia, perché lei non riesce mai a vedere le sue serie TV. Il mio punto di riferimento resta Ronaldo, mi dispiace solo che sia andato via, perché mi sarebbe piaciuto giocare contro di lui ancora qualche anno, ma continuo a seguirlo. E anche a Manchester, qualora ce ne fosse bisogno, sta dimostrando la sua grandezza. Ma se devo fare un altro nome, magari della Serie A, dico Boga, un vero fenomeno”.

Thiago Motta ti ha accostato ad un suo ex compagno, un paragone da brividi…

“Sì, ho letto, ha detto che gli ricordo Eto’o. Beh, che dire, solo il fatto di essere accostato ad un 'mostro sacro' come Samuel, non può che farmi piacere, ma c’è ancora tanta strada da fare…”.

Lo Spezia è una delle squadre con l’età media più bassa e sta portando avanti un progetto interessante sui giovani: a 27 anni sei ormai quasi un veterano, ma tu cosa hai trovato qu che ti ha fatto rendere al meglio?

“A Spezia ci sono tutte le condizioni per fare bene, si lavora serenamente in un ambiente sano e con una società seria che ti supporta in tutto. Personalmente, però, devo dire che sono sempre riuscito ad esprimermi al meglio negli ambienti in cui sentivo la fiducia nei miei confronti. E qui è stato così fin dal primo giorno. Quando è così, dai sempre il 200% per ripagare la stima”.
PS Gyasi GOALGoal

Anche il Ghana ha avuto fiducia in te e ti ha convocato in Nazionale: vista la doppia nazionalità, mai pensato di aspettare la chiamata di Mancini?

“Sinceramente no, perché alla fine io sono nato in Italia e cresciuto qui, ma sento molto forte il legame con le mie origini, sia per i valori che mi hanno trasmesso i miei genitori fin da piccolo, sia per il periodo vissuto là quando ero bambino. La convocazione in Nazionale rappresentava il mio sogno da sempre, ma probabilmente anche quello dei miei genitori. E’ stato un grande orgoglio per tutti. Poi, io mi sarei anche accontentato della chiamata, ma quando ho esordito dal primo minuto (25/3/2021 contro il Sudafrica, ndr), è stata un’emozione fortissima, che non dimenticherò mai, pari almeno a quella vissuta al momento del goal promozione dello Spezia nella finale play-off a Frosinone. E chi se le dimentica certe giornate…”.

Queste le emozioni già vissute, ma quali sono quelle che ancora sogni?

“Ce ne sono tante, ma di quelle del campo non parlo, non perché sia scaramantico, ma perché sono uno che preferisce lavorare per raggiungere gli obiettivi, piuttosto che riempirsi la bocca di chiacchiere e poi magari fare brutte figure. Il sogno che ho fuori dal campo, però, è quello di creare una scuola calcio in Ghana per aiutare i miei connazionali ad emergere e, magari, venire a giocare qui in Europa. Questo dipende solo da me e so che prima o poi riuscirò a realizzarlo”.

L’Italia è spesso tacciata di essere un paese razzista, soprattutto nel calcio: tu che idea ti sei fatto?

“Ho subito episodi brutti quando ero più giovane, ma secondo me più frutto dell’ignoranza delle persone che reale razzismo. Quando vogliono colpirti, allora ti offendono per il colore della pelle. E credo che succeda la stessa cosa negli stadi. Secondo me il razzismo c’è ovunque, e l’Italia non è tra i paesi più razzisti, solo che gli altri sono più 'furbi', diciamo così, evitano di farlo allo stadio, che fa da cassa di risonanza”.

Ma tu in cosa ti senti realmente italiano?

“Forse nel modo di mangiare, mi piace tantissimo il cibo italiano. Poi ho una fidanzata italiana e a casa cucina lei, quindi sono a posto. Ovvio, carbonara solo in vacanza, altrimenti il mister mi multa, ma in genere preferisco la dieta mediterranea”.

Anche la tua fidanzata Carolina è una 'storia': figlia del Direttore Sportivo del Sassuolo Giovanni Rossi, Sassuolo al quale l’anno scorso hai segnato regalando allo Spezia la vittoria. A cena anche col suocero si parla solo di calcio?

“No, è vietato, altrimenti la mia fidanzata mi ammazza (ride, ndr). A parte gli scherzi, a volte capita, ma con Giovanni parliamo un po’ di tutto. Nel tempo libero, poi, cerchiamo anche di evitare di parlare di calcio…”.

Tornando alla tua esperienza con il Ghana, hai visto qualche calciatore che ti ha impressionato quando sei stato convocato?

“Sì, uno in particolare: Momo Kudus è un attaccante classe 2000 dell’Ajax, secondo me ha grandissime potenzialità e sarà presto protagonista ad alti livelli”.

Lo hai consigliato al tuo Direttore Pecini o, magari, anche a tuo suocero?

“No, sinceramente no, ma magari ora leggono l’intervista e ci pensano, anche se in realtà sappiamo benissimo che l’Ajax è bottega molto cara”.

Che Coppa d’Africa ti aspetti per il tuo Ghana? Speri nella convocazione?

“Ovviamente ci spero, per me sarebbe un onore contribuire, ma anche se non dovessi essere chiamato, farò comunque il tifo per i miei compagni. Secondo me il Ghana ha ottime possibilità di fare bene, perché è una squadra di talento e - al contempo – anche matura, che può sorprendere, sia in questa competizione, sia in Qatar 2022”.

A proposito di Mondiali, come ti spieghi le difficoltà delle Nazionali africane a fare il salto definitivo di qualità nelle grandi competizioni?

“Sinceramente non me lo spiego, perché se guardi i principali campionati europei, i giocatori con maggior talento sono quasi tutti africani, solo che poi quando tornano nel loro Paese e nelle loro Nazionali, non riescono ad esprimersi agli stessi livelli. Sono convinto, però, che ci siano diverse squadre africane ormai pronte per fare bene in Qatar, come lo stesso Ghana, ma anche il Senegal, l’Algeria e il Marocco”.

Chi è, invece, il giocatore africano più forte in assoluto attualmente?

“Per me è Salah: fortissimo e, forse, anche un po’ sottovalutato”.

E se invece la sorpresa di Qatar 2022 fosse un certo Gyasi?

“Ma magari (ride, ndr), non posso che augurarmelo, lavoro ogni giorno al massimo per raggiungere questi traguardi”.

E se vuoi davvero qualcosa, prima o poi quel qualcosa arriva. Era così, giusto?

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