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De Roon Atalanta 2024-2025Getty Images

De Roon ricorda l'impatto col mondo Atalanta: "Ma dove sono finito? Posso tornare indietro?"

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Un decennio esatto: tanto è passato da quando Marten De Roon ha messo piede per la prima volta in Italia da giocatore dell'Atalanta. Era l'estate del 2015. Dieci anni più tardi l'olandese è ancora lì, sempre lì, in mezzo al campo di una Dea che da allora è diventata grandissima.

Non tutti se lo ricordano, ma De Roon se n'era andato la stagione successiva, al Middlesbrough. Poi è tornato a Bergamo e a Bergamo è rimasto: otto stagioni di fila, la nona inizierà tra poche settimane. Con la casacca nerazzurra sulle spalle è diventato punto fermo, capitano, bandiera, simbolo dell'era Gasperini.

Non è stato tutto facile, specialmente all'inizio. De Roon se la ricorda ancora la sensazione di spaesamento provata all'arrivo in territorio bergamasco, raccontata in un'intervista a Cronache di Spogliatoio in cui c'è molto altro: anche il dispiacere per aver saltato per infortunio la finale di Europa League contro il Bayer Leverkusen.

  • IL PRIMO IMPATTO: "POSSO TORNARE INDIETRO?"

    "Mi ricordo bene, le prime settimane sono state anche difficili: con la lingua, con il ritiro di tre settimane a Clusone, qua vicino. Mi ricordo che ho chiamato mia moglie a un certo punto e le ho detto: “Ma dove sono finito? Posso tornare indietro?”. Invece è andato tutto bene, le valigie sono arrivate e credo che non dobbiamo più prenderle perché stiamo veramente molto bene qua e spero di continuare, almeno ancora un paio di anni".

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  • I COMPLIMENTI DEGLI AVVERSARI

    "I complimenti più belli che ho ricevuto sono quando sono andato in Nazionale e ci sono ragazzi che giocano per il Barcellona, per il Liverpool e dicono la nostra squadra è difficile da sfidare: “Giocate in maniera davvero piacevole. Io preferisco guardare la vostra partita che altre”. C'era Van Gaal appena diventato Ct che mi ha detto che guarda spesso le partite di Gasperini perché gli piace come gioca la squadra, come attacca. Mi ha detto: “Non è il mio stile, però veramente complimenti”. Quando sono tornato dall’Inghilterra non me lo sarei mai aspettato di trovare un mister che ha costruito una squadra che ha giocato per un po' il miglior calcio in Europa".

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  • LA FINALE DI EUROPA LEAGUE SALTATA

    "Adesso posso parlare con il sorriso. I primi sei mesi non riuscivo proprio. Ho fatto quello scatto per bloccare la palla e ho sentito subito una fitta che non avevo mai sentito nella mia vita. Sapevo fin da subito che non potevo giocare nemmeno una settimana dopo. Ho iniziato a piangere a bordocampo perché era la partita più importante della mia vita e perché è qualcosa che abbiamo proprio conquistato e meritato di giocare. Io credo che - non mi piace dirlo - soprattutto io mi meritavo di giocare quella finale perché il percorso in Europa League, ma in generale con tutta l'Atalanta, ho fatto tanti sacrifici. Penso ai sacrifici che ho fatto contro il Liverpool, quando la mattina si è infortunato Kolašinac e mi dicono: “Martin giochi braccetto sinistro contro Salah, in bocca al lupo”, e contro il Marsiglia dopo dieci minuti si fa male di nuovo Kolašinac e ho giocato ancora difensore. Poi è andato tutto bene, siamo arrivati lì, avevo la sensazione che questa era la mia finale, era la mia ciliegina sulla torta. Abbiamo vinto, quindi la ciliegina c'è sulla torta, però non essendo sulla foto della finale mi sembra sempre ci sia una macchia.

    I primi giorni ho pianto, ho pianto a casa. Mi ricordo che ero con mia moglie a tavola il giorno dopo e abbiamo pianto lì 15-20 minuti, ma proprio di delusione, di tristezza. È l’obiettivo di un calciatore giocare una finale europea, io l’ho conquistata ma non potevo esserci. Poi come atleta vivi per queste cose perché speri di arrivare in una finale così. L'abbiamo fatto in Coppa Italia tre volte e non siamo mai riusciti a vincerla. Poi arrivi in una finale ancora più importante non la puoi giocare. Ogni tanto penso che forse avrei preferito di poter giocare e perdere. Alla fine non è proprio così, però questo è il tuo primo pensiero. Come mai non posso giocare questa finale? Questa è la mia finale. Invece è così. Poi c'è l'altra faccia della medaglia che in quei giorni, in quella settimana ho ricevuto messaggi, telefonate, chiamate da tutto il mondo sportivo, ma non solo. Soprattutto dalla città Bergamo ne ho ricevuti tantissimi, un affetto e un'appartenenza che sapevo che c'era, ma non avevo mai visto in quella grandezza, in tanti".

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  • IL RISPETTO NELLO SPOGLIATOIO

    "La prima cosa che credo è il rispetto, che in Italia c'è tanto. Per esempio, se fai paragone con l'Olanda, lì c'è molto meno, perché sono ragazzi molto più giovani, il più vecchio è forse di 25 anni, quelli che arrivano non hanno lo stesso rispetto. Qua in Italia per i più vecchi c'è un rispetto, credo anche la cosa fondamentale nello spogliatoio, che per uno che è stato tanti anni lì, per esempio Rafa che ha giocato molto meno l'ultimo anno, quando lui dà un consiglio tutti ascoltano e guardano come si allena. Poi credo che parta anche da lì, se io come leader fossi mollo, o non mi allenassi bene, anche gli altri vanno giù mentalmente, in comportamento e queste cose qui. Invece, credo che se fai l'esempio, poi ogni tanto per forza devi criticare o dire qualcosa, ma sempre nel modo giusto, credo. Io sono uno positivo, preferisco criticare in modo positivo che criticare in modo negativo. Poi c'è probabilmente il mister o un altro compagno ti dice qualcosa in modo diverso. Poi dopo il rispetto, credo che ci sia sempre l'impegno, questa è la cosa più importante. Se noi leader vediamo uno che si impegna meno, lo diciamo subito. Però a me piace adesso, quando hai 28-29 anni sei anche molto concentrato su te stesso. Invece adesso parlo spesso con Palestra, per esempio, che è un ragazzo che ha tante possibilità, potenzialità, queste cose qui. Così provo un po' a sentire dove posso incidere, che devo essere un po' più cattivo, se devo dire qualcosa e questo è uno sviluppo per me stesso, per capire un po' quello che potrò fare nella mia vita, eventualmente, dopo il calcio".

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  • IL FUTURO DELL'ATALANTA

    "La vecchia guardia sta scomparendo! Adesso ci siamo Francesco Rossi, Mario e io. Piano piano tutti vanno via e questo significa per prima cosa che sto invecchiando, questa cosa è sicura, e poi che prima o poi arriverà anche il mio momento! Però per fortuna sto ancora molto bene, vedo il futuro ancora pieno di soddisfazione di giocare. Però sì, la generazione, i ragazzi calciatori cambiano e piano piano loro devono prendere il loro posto come giocatori, come leader, come nello spogliatoio. Nel calcio sono sempre stati i cambiamenti, così credo che anche quando noi andremo via ci saranno altri che faranno il loro gioco, le loro avventure e spero di portare ancora l'Atalanta più in alto, che è quasi impossibile. Credo che la società saprà assicurare un futuro roseo".