Tutto fuorché banale. Paolo Montero, si sa, è sempre stato un personaggio fuori dagli schemi. E lo dimostra la sua ultima scelta, ovvero quella di accettare la proposta di allenare la Sambenedettese, squadra impegnata nel campionato di Serie C: "Mi sono incontrato col direttore Pietro Fusco e poi col presidente Fedele: non abbiamo parlato tanto di calcio, quanto del mio modo di vedere le cose, di gestire le situazioni. Ci siamo intesi a pelle". Così sulle colonne di "SportWeek".
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Un presente da tecnico, ma soprattutto un grande passato da difensore trascorso perlopiù a difendere i colori della Juventus:
"In campo ho sempre cercato di dare il massimo. In maniera corretta o scorretta. E' questo il mio modo di interpretare calcio. Oggi si parla tanto di fair play: è solo ipocrisia. Io voglio essere corretto nella vita, nel calcio devo vincere. Se no, vado a giocare a carte".
Tempi d'oro, quelli bianconeri, spalleggiati da un gruppo coeso dentro e fuori il rettangolo di gioco. Con un'amicizia speciale, più delle altre.
"Uscivo sempre con Mark Iuliano, forse perché eravamo gli scapoli del gruppo. Lui, Vieri, Amoruso e Falcioni. Vieri era timido con tutti tranne quando stava in mezzo a noi. Poi, dopo l'incidente di Pessotto, la mia immagine pubblica cambiò. Gli rimasi seduto accanto in ospedale per due settimane mentre era in coma, quando guarì venne a trovarmi in Uruguay per abbracciarmi. Le persone presero a guardarmi in modo diverso, più benevolo. Un po' mi dispiacque. Pensai: allora è vero che prima mi consideravano un pezzo di merda".
Per i tifosi della Vecchia Signora, e non potrebbe essere altrimenti, Calciopoli resta una ferita aperta.
"L'ho vissuta da lontano perché ero già tornato in Uruguay. Dico solo che di Moggi e Giraudo sono rimasto amico: con il primo mi sento spesso. Con me si sono comportati da signori".
Tanti, nell'arco della carriera, i grandi allenatori ad aver guidato l'ex centrale uruguaiano. Maestri a tutto tondo.
"Mondonico mi prese nel 1992 all'Atalanta, l'anno dopo andammo in B. A Bergamo era un idolo, parlò ai tifosi inferociti e li calmò. Facemmo una grande annata, fummo promossi e l'anno dopo ci fermammo in A. Lippi? Grazie a lui oggi la mia famiglia vive bene. Con i giocatori devi essere sincero, perché ti fanno la radiografia al primo sguardo. Capiscono chi sei, se falso o sincero, da un'occhiata, da come stai seduto".
Grandi mister, ma anche calciatori sublimi ad aver accompagnato Montero lungo il suo percorso:
"Del Piero? Grande uomo. Purtroppo non poteva uscire di casa. Una sola volta è venuto con noi al ristorante: dopo un po' dovette andar via. Buffon? Era un bambino di 190 centimetri, sempre sorridente e allegro. Ispira simpatia. Ferrara? Con lui dividevo la camera in ritiro, il problema è quando attaccava a parlare in napoletano: non si capiva niente. Quando arrivai a Torino fu lui a ricevermi, assieme a Peruzzi".
Tosto, sì, ma al tempo stesso rispettoso dei fuoriclasse avversari. Con un occhio di riguardo verso due bandiere milaniste.
"Ho incontrato un paio di volte fuori dal campo Baresi e Maldini, e ho apprezzato la loro umiltà. I fenomeni sono tutti umili".
Momento nostalgia, pensando a un calcio che ora semplicemente non esiste più.
"Prima era tutto più facile, anche nei rapporti con la stampa. Adesso i calciatori hanno vicino una persona che gli dice pure quale dentifricio usare".
Sguardo rivolto alla nuova Serie A, con l'Inter pronta a effettuare un deciso salto di qualità.
"Contro la Juve, a luglio, Conte ha lanciato messaggi importanti. Se ad Antonio prendono i giocatori che chiede, sarà una rivale tosta. Conte è stato un leader da giocatore e un vincente da allenatore".
Presente e futuro: Samb. Con un'identità ben definita dal punto di vista tecnico-tattico.
"Parto dal 4-3-3, ma la cosa più importante è che sappiano leggere le situazioni e abbiano il timing: quando tagliare, quando e come passare la palla o ricevere il passaggio. Ha ragione il maestro Bielsa: in campo devi preoccuparti non di chi ha il pallone, ma di chi sta per riceverlo".


