Minuto 78. Hellas in vantaggio sulla Lazio. Dalla panchina del Verona si sente: “Andiamo ragazzo mio, su! È una battaglia!”. Il “ragazzo mio” è Colley, che ha preso un colpo ed è a terra, chi parla è (naturalmente) Ivan Juric. Ora, se rileggete quella frase, decontestualizzandola un po’, sembra perfetta per un pezzo generazionale di Vecchioni. Ma è il manifesto del calcio di Juric. Quei secondi extra di gioco fermo sarebbero un tesoro per molti allenatori, non per lui, uomo costantemente in missione.
E dire che i segnali della serata non erano stati il massimo: un idrante azionato all’improvviso nel pregara lo costringe a un mezzo gavettone che di sera, al 12 dicembre, non è esattamente il massimo.
Alla partita si presenta col mediano Tameze a fare il falso 9: è la sua mossa, e allora gli dà indicazioni ancor prima che l’arbitro Abisso fischi l’inizio. Il primo tempo è tutto un “dai Tame! Avanti Tame! Così Tame!”, costretto a un lavoro sfiancante in pressing sui centrali di difesa della Lazio e su Reina. È talmente in trance, Juric, che nel giro di un secondo passa dall’urlargli “riposa, riposa!” a “vai, attacca!”. Funziona così con lui.
È un tutt’uno con la sua squadra, legge prima quello che sta per accadere: a volte sa già come andrà a finire, sente quando il pressing dell’Hellas produrrà risultati. E finisce, spesso, con la palla ai gialli.
Off topic: veloce digressione su soprannomi e nomignoli di chi era in campo all’Olimpico. Akpa Akpro è Aka, Lucas Leiva è Luki, Magnani è Jack. Acerbi per i compagni è Leo, e Leo sta per Leone, come quello che ha tatuato sulla coscia. E poi c’è lui: Dimarco. Lo chiamano tutti “Whisky”. A fine partita Silvestri ammette: “Ma sapete che anche io non so perché lo chiamiamo così? Anzi, stamattina gliel’ho chiesto. E lui mi ha detto: “Boh, mi piace, l’ho scelto io”. L’ha scelto lui.






