La Francia padrona di casa è la favorita d'obbligo per gli Europei al via stasera. Marcel Desailly, ex campione del mondo e d'Europa con i Bleus tra il 1998 e il 2000, spiega in esclusiva per 'Goal' cosa devono fare i giocatori della nazionale per gestire al meglio la pressione di dover vincere a tutti i costi. L'ex milanista, inoltre, punta su Antoine Griezmann come possibile uomo-simbolo dei transalpini.
Che differenza c'è tra partecipare ad un torneo in casa da calciatore ed essere un consulente? "Sono due vite diverse, due posizioni diverse. Giocare un torneo in Francia è il sogno di tutti i giocatori. Ma dopo che questo sogno si è avverato, cerchi di avere un po' più di libertà, altrimenti ne esci usurato. Ora sono libero, faccio quello che voglio, vado a letto quando dico io, mi bevo una birretta... Il periodo in cui sei nel calcio è molto intenso, forte, nessuno al mondo può davvero capirlo. E' particolare ma comunque eccitante".
Quand'è che un giocatore non si gode un torneo? "Professionalmente, è un piacere giocare una competizione in casa. E' un onore indossare la maglia, ma bisogna cercare di alleggerirne il peso altrimenti la pressione diventa troppa e così è ingestibile. Questo è quello che i giocatori cercano di fare: rifiutare le responsabilità in modo da concentrarsi sui dettagli della partita. Questi sono momenti particolari. Mi torna in mente la semifinale dei Mondiali contro la Croazia, fu grande perchè andammo in finale ma dopo la gara il mister e tutto lo staff ci dissero 'ragazzi, ora dovete recuperare bene'. Passò un mese e mezzo e stavamo ancora cercando di recuperare. E' il nostro lavoro, ma in pratica abbiamo vissuto la competizione tramite le nostre famiglie al telefono. I miei figli dopo le partite mi dicevano 'papà, hai vinto, festeggia con noi'. Io rispondevo che questo non era possibile perchè avevo appena vinto. Non ho vissuto il Mondiale, l'ho fatto solo attraverso le testimonianze".
Sei più emozionato ora nel tuo approccio con l'Europeo? "Mi piace da matti vedere vincere la Francia, per me è bello anche vivere momenti come questi. Voglio vivere ciò che ogni giorno vive la gente. Quando parlo con le persone, hanno ancora gli occhi lucidi a parlare del Mondiale vinto 18 anni fa! Voglio piangere ancora, voglio vedere i giocatori con le lacrime agli occhi".
Comprendi i giocatori che cercano di dribblare rapidamente le polemiche? "Sì, altrimenti la pressione diventa insostenibile. L'ho sperimentato, la responsabilità è molto grande, bisogna sapersi proteggere. Non devi pensare a ciò che succede altrove, rappresenti la nazione e questo è un momento importante. Puoi donare felicità alle persone a breve e a medio termine. Spero solo che non torni in auge la polemica sulla Marsigliese. Continuiamo a dire che i giocatori dovrebbero cantarla, ma non lo fanno! E non dovrebbe essere così! Non siamo nel rugby, non si va in campo per rompere tutto. In ogni caso, dobbiamo lasciar stare i giocatori perchè rispettano la maglia".
E' un po' quello che è successo al Brasile nel 2014, giusto? "Li hanno massacrati su questo. Sembrava che fossero responsabili di tutto, pure della povertà in Brasile... Si sono presi troppe responsabilità sulle spalle, se fai così è finita. E questo è stato il caso dei brasiliani".
La preparazione nel 1998 non è stata facile per te, così come non lo è stata per la nazionale di adesso. Come vivi tutto ciò? "Hanno avuto il tempo che serviva e penso che Deschamps abbia protetto i suoi. La grande domanda è se Griezmann manterrà la sua verve offensiva: deve dimostrare che è il giocatore di punta di questa nazionale. Attorno a lui ci sono dei 'sergenti' che devono metterlo nelle migliori condizioni per poter spiccare".




