La stagione era iniziata con la maglia del Sassuolo, a gennaio l'incredibile sorpresa: trasferimento lampo al Barcellona in prestito con diritto di riscatto e sogno che si realizza per Kevin-Prince Boateng.
Con DAZN segui la Liga IN STREAMING, LIVE E ON DEMAND
In blaugrana non è però riuscito a trovare la giusta collocazione in campo: riserva nelle intenzioni di Valverde, è stato impiegato soltanto in tre occasioni tra Coppa del Re e Liga, peraltro appena conquistata sabato sera con tre turni d'anticipo dopo il successo sul Levante.
Intervistato da DAZN, il centrocampista ghanese ha ammesso qualche rimpianto per una carriera che avrebbe potuto regalare ben altre soddisfazioni, se solo non ci fossero stati degli errori commessi in gioventù.
"La testa è fondamentale, l'ho capito troppo tardi, certo che mi dispiace. A 18 anni avrei avuto bisogno di un agente o di una famiglia per essere consigliato nella giusta direzione: mi sarebbe piaciuto ma ho dovuto sistemare tutto da solo, so bene di aver fallito attraverso la mia volontà. Se avessi fatto le scelte migliori, probabilmente sarei stato un titolare del Barcellona o avrei giocato dieci anni per il Real Madrid o il Manchester United".
Nel 2009 ebbe modo di essere allenato al Borussia Dortmund da Jurgen Klopp, di cui ha un giudizio più che positivo.
"Sa esattamente quello che deve dire per farti andare in campo e morire per lui. Ha questa grande capacità, è stata vista a Dortmund e si può vedere ora a Liverpool. Dà tanto anche ai giocatori che non hanno la sensazione di essere importanti: con lui come allenatore c'è un sentimento speciale. Per lui sarei andato a giocare anche in Cina. Se nel 2009 il Dortmund si fosse qualificato per l'Europa mi avrebbe comprato a titolo definitivo: Klopp mi chiamò per dirmi che l'acquisto non ci sarebbe stato, scoppiai a piangere. Allora intuii che qualcosa di grosso stava per accadere in quel club, ma non era destino che rimanessi".
Gli anni al Milan tra i più belli a livello personale e di squadra.
"Nel giro di due mesi divenni il prediletto dei tifosi. Sono sempre stato un giocatore a cui piace fare qualcosa di spettacolare, ma le cose migliori che ho fatto a Milano furono le battaglie in campo. Le reazioni positive del pubblico mi dimostrarono che il cambiamento del mio stile era giusto, sostituii giocatori che nessuno avrebbe mai immaginato in panchina".
Inevitabile l'elogio a Zlatan Ibrahimovic, compagno di squadra in rossonero e, in particolar modo, grande amico.
"Quando entrai nello spogliatoio il primo giorno, mi chiamò per nome. Ho solo pensato "Wow, lui conosce il mio nome". Siamo andati subito d'accordo. Zlatan è un leader, non ho mai incontrato una persona più ambiziosa. Se perde in allenamento, non ti parla per quattro giorni".






