Hai più di 24 anni?

Help us verify your age by providing an honest response. This site contains gambling advertising for 24+.

Age-restricted content

Non hai l'età minima richiesta per visualizzare contenuti relativi alle scommesse. Verrai reindirizzato alla pagina iniziale.

alt
Pubblicità
Pubblicità

Questa pagina contiene link di affiliazione. Quando acquisti tramite i link forniti, potremmo guadagnare una commissione.

+18 | Contenuto Commercial | Si applicano Termini e condizioni | Gioca responsabilmente | Principi pubblicazione editorialiADM
paulo-dybala(C)Getty Images

Dybala e il no alla 10 della Roma: "Tiago Pinto me la portò, gli dissi che non era il momento giusto"

Pubblicità

Parla Paulo Dybala. Il campione della Roma, costretto a guardare i compagni da semplice spettatore in questo finale di stagione, ha concesso una lunga intervista a Sports Illustrated.

Tanti i temi trattati dall'argentino: dall'esperienza nella Capitale, che dura ormai dal 2022, a quella alla Juventus, passando per i Mondiali in Qatar ai quali, a un certo punto, aveva temuto pure di non partecipare.

Dybala si è soffermato anche sul rifiuto di lasciare la Roma per andare a giocare in Arabia Saudita, ma anche sulla motivazione che al momento dell'arrivo in giallorosso lo ha portato a non scegliere la maglia numero 10, preferendo la 21.

  • IL TIMORE DI PERDERE I MONDIALI

    "Ci stavamo allenando negli Emirati Arabi Uniti e ricordo che il ct fece un discorso dicendo che avrebbe personalmente informato tre giocatori che non sarebbero stati inclusi nella lista finale, perché ne avrebbe dovuto portare solo 26. Quando quel discorso finì, sapevo di poter essere uno di quei tre. Ero nervoso, pensavo di non essere all'altezza.

    Poi l'ho visto camminare verso di me e ho pensato: 'Sono fuori'. Ma lui è venuto da me e mi ha detto: 'Allenati con calma, tu resti'. Credo di aver perso due o tre chili in quel momento. Fu una gioia personale enorme perché sentii che tutti gli sforzi e i sacrifici fatti per un mese, essendo stato meticoloso in ogni piccolo dettaglio, erano stati ricompensati. Sapevo quanto fosse in gioco ed eravamo tutti convinti al 100% di poter vincere il Mondiale".

  • "LA JUVENTUS UNO STILE DI VITA"

    "La Juventus è uno stile di vita, a livello professionale si cresce immensamente, perché lì un pareggio è percepito come una sconfitta, per cui durante la settimana si lavora duro su ogni aspetto. Ascoltare leader come Buffon, Chiellini, Barzagli e Bonucci nello spogliatoio ti aiuta sicuramente a crescere. In tante partite, quando eravamo nel tunnel prima di entrare in campo, potevamo ascoltare gli avversari e percepivamo che molti di loro pensavano: Bene, oggi perderemo, ma speriamo di non prendere troppi goal. Questo la dice lunga sulla grandezza del club".

  • Pubblicità
    Pubblicità
  • LA CHIAMATA DI MOURINHO

    "In quel momento mi sentivo davvero strano: l'incertezza di non sapere dove avrei giocato, cosa sarebbe successo o se avrei dovuto lasciare l'Italia, che è praticamente diventata casa mia. Sono qui da 12 o 13 anni ormai e, onestamente, a questo punto probabilmente conosco l'Italia meglio dell'Argentina.

    Ricordo che all'epoca volevo aspettare un po', prendermi una pausa. Ero a Torino, a casa. Un giorno, uno dei miei procuratori venne da me e mi disse che Mourinho voleva parlarmi. Certo, Mourinho è speciale: è un allenatore che ha vinto tutto, una persona unica. Non potevo ignorare la sua chiamata. Ma sapevo che mi avrebbe convinto, ed è per questo che ho voluto aspettare.

    La prima volta abbiamo solo avuto una bella chiacchierata, è stata una lunga conversazione, ma non ha fatto pressione per ottenere una risposta immediata. Ma il giorno dopo voleva richiamarmi, così gli ho detto di darmi qualche ora per parlare con la mia famiglia e mia moglie. Ho parlato con loro e con i miei agenti e, una volta presa la decisione di andare alla Roma, gli ho mandato un messaggio dicendogli 'a presto'. E così abbiamo concluso l'affare.

    La presentazione al Colosseo Quadrato è stata una delle poche volte nella mia vita in cui le gambe mi tremavano un po'. Giochiamo a calcio davanti a 50.000 o 60.000 persone, ed è normale. Ma loro vengono per vedere uno spettacolo, per vedere la partita. In quel momento invece la folla era lì solo per me. Non mi aspettavo un'accoglienza del genere. I tifosi mi hanno davvero sorpreso. È stato qualcosa di bellissimo, un momento unico nella mia vita e nella mia carriera. E in quel momento ho capito che avrei dovuto impegnarmi il doppio per restituire tutto l'amore che mi avevano dimostrato quel giorno".

  • TI È PIACIUTA QUESTA STORIA?

    Aggiungi GOAL.com come fonte preferita su Google per vedere più articoli della nostra redazione.

    Segui GOAL su Google
  • "NON ERA GIUSTO INDOSSARE LA 10"

    "Dopo aver chiuso ci siamo riuniti a Torino con Tiago Pinto, che è arrivato con la maglia numero 10. La 10 ce l'aveva Totti, un giocatore così amato dalla gente, dai tifosi, per ciò che rappresenta per questa, che ovviamente ho pensato non fosse il momento giusto per fare una cosa del genere. Ero appena arrivato, anche se da un club come la Juventus in cui avevo avuto un numero così importante. Gli ho detto: "Tiago, grazie, è un onore per me, ma per una questione di rispetto preferisco indossare la 21".

  • Pubblicità
    Pubblicità
  • IL NO ALL'ARABIA SAUDITA

    "Non mentirò, queste sono cifre che fanno davvero riflettere. Ma la verità è che sono molto felice qui a Roma e anche la mia famiglia è molto felice qui. Mia moglie è una parte molto importante della mia vita e la sua felicità è anche la mia, e se chiedete a mia madre, lei è stata quella che meno voleva che me ne andassi.

    Ho avuto una grande carriera e l'amore che sto ricevendo dalla Roma, dai tifosi, dalla società, dai proprietari e dalla gente per strada, non so se lo riceverei da un'altra parte. Quando si mette qualcosa sulla bilancia, bisogna scegliere ciò che pesa di più, ed è per questo che abbiamo deciso di rimanere a Roma".

Prossime partite