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Roberto BaggioGetty

Cosa c'era nel dossier Baggio di 900 pagine, il documento per salvare il calcio italiano: vivai, scouting, tecnici, centri federali e big data

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Ogni volta che la Nazionale sprofonda in una nuova crisi, riemerge il nome di Roberto Baggio e con lui il dossier di 900 pagine preparato per la FIGC, un piano di rifondazione che avrebbe dovuto intervenire sulle fondamenta del calcio italiano.

Il documento nacque all’indomani del disastro del Mondiale sudafricano: il 24 giugno 2010 l’Italia perse 3-2 contro la Slovacchia e uscì dal girone, e poco più di un mese dopo, il 4 agosto 2010, su proposta dell’allora presidente federale Giancarlo Abete e d’intesa con il presidente dell’AIAC Renzo Ulivieri, Baggio fu nominato presidente del Settore Tecnico della FIGC.

Da lì prese forma un lavoro durato oltre un anno e sviluppato con più di 50 collaboratori, fino alla presentazione, nel novembre-dicembre 2011, di un piano che guardava ai modelli di Francia, Germania, Inghilterra e Spagna.

Quella relazione, però, non entrò mai davvero nel circuito decisionale federale: Baggio spiegò al Tg1 che il progetto “è rimasto per un anno lì” e che lui non amava “occupare le poltrone”, rivelando che alla presentazione furono concesse cinque ore di anticamera e poco più di un quarto d’ora per illustrare il lavoro.

  • IL DOSSIER DI BAGGIO

    Il dossier prese forma in un momento in cui il calcio italiano, pur reduce solo quattro anni prima dal vittoria dei Mondiali del 2006, mostrava già i segni di una crisi strutturale.

    L’incarico affidato a Baggio doveva servire a riorganizzare il movimento, analizzare la filiera della formazione e individuare gli interventi necessari per cambiare rotta.

    Lo stesso ex Pallone d’Oro spiegò che il punto di partenza era “la formazione dei formatori” e la modernizzazione del Settore Tecnico, perché il percorso che va dal vertice federale alla cura dei giovani non poteva più prescindere da una revisione profonda del sistema.

    Il progetto fu sviluppato da un gruppo di oltre 50 persone tra tecnici, preparatori e collaboratori, come riferiscono più ricostruzioni contenute nel materiale fornito, e venne raccolto in un documento presentato come qualcosa di molto più ampio di una semplice relazione tecnica.

    L’obiettivo? Costruire un piano organico, dettagliato e operativo per intervenire sul calcio giovanile, sulla formazione degli allenatori, sullo scouting, sulle infrastrutture e sulla digitalizzazione.

  • TECNICA AL CENTRO: MENO TATTICA, PIÙ PALLA

    Uno dei cardini del dossier era il ribaltamento del modello educativo adottato nelle categorie giovanili. Baggio contestava la deriva verso un calcio sempre più fisico e tattico già nei bambini e proponeva di restituire centralità alla tecnica individuale.

    L’idea era ridurre il peso degli schemi nelle fasce più giovani, per lasciare spazio a creatività, intuizione e rapporto diretto con la palla.

    Nel progetto si insisteva su esercitazioni specifiche legate a palleggio, controllo, stop, dribbling, tiro, passaggio e visione di gioco, con l’obiettivo di formare calciatori capaci di pensare e interpretare il gioco, e non semplici esecutori.

    In una delle ricostruzioni viene riferito anche il principio dei “test misti, fisici e tecnici”, attribuito al piano di Baggio, con l’idea che le sole valutazioni atletiche fossero “totalmente avulse dal contesto di gioco”.

    La linea indicata dal dossier era chiara: meno fisicità esasperata, più intelligenza calcistica e libertà espressiva.

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  • EDUCAZIONE, ETICA E ALLENATORI

    Il documento non si fermava alla tecnica. Un altro asse portante del piano riguardava la formazione morale dei ragazzi e quella, ancora prima, degli adulti chiamati a seguirli.

    Nei settori giovanili, Baggio metteva al centro termini come valori, comportamento, senso di responsabilità ed equilibrio, elementi che nelle ricostruzioni vengono indicati come parte integrante del progetto presentato a Coverciano.

    Questo approccio coinvolgeva direttamente la Scuola allenatori. La richiesta di criteri di selezione più severi, percorsi di studio più lunghi e approfonditi, certificazioni più selettive e competenze educative specifiche.

    Baggio ha sottolineato anche la necessità di formare istruttori federali con laurea, passato professionistico e qualità educative, con gli esami finali avrebbero dovuto essere più rigorosi e l’accesso più meritocratico.

    Il senso del progetto rese da Baggio dopo le dimissioni, era “rinnovare dalle fondamenta la formazione dei bambini e dei ragazzi” per far crescere “buoni calciatori ma soprattutto buone persone”.

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  • LA RETE DI SCOUTING

    Tra le proposte più concrete del dossier c’era la riorganizzazione dello scouting su scala nazionale. Baggio auspicava una divisione dell’Italia in 100 distretti federali, ciascuno con tecnici responsabili e una presenza costante sul territorio.

    L’obiettivo era superare il lavoro frammentato degli osservatori, costruendo invece una rete metodica, continua e coordinata, capace di individuare il talento e seguirlo nel tempo.

    Il progetto prevedeva tre allenatori federali per ciascun distretto e la possibilità di visionare fino a 50.000 partite l’anno, in collegamento quotidiano con i settori giovanili. Il dossier puntava a ridurre la dispersione del talento e a creare un monitoraggio strutturato dei progressi dei ragazzi, sottraendo la scoperta dei prospetti alla casualità e alle logiche sparse che caratterizzavano il sistema.

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  • DATI, VIDEO E ARCHIVIO: I BIG DATA

    Un altro filone centrale del piano riguardava la modernizzazione informatica del calcio italiano. Baggio immaginava la costruzione di un grande archivio digitale federale nel quale raccogliere dati, test, video, partite filmate, esercitazioni e statistiche sui giovani calciatori.

    Una visione che anticipava il ruolo che oggi hanno i data analyst e l’analisi dei numeri nel calcio.

    La digitalizzazione, nelle 900 pagine attribuite al progetto, non aveva un valore solo tecnologico ma organizzativo: avrebbe consentito di seguire la crescita dei talenti, interpretare meglio le prestazioni, costruire metodologie di allenamento mirate e cancellare la distinzione tra centro e periferia del calcio.

    Baggio voleva rendere accessibili strumenti, informazioni e monitoraggi su tutto il territorio nazionale, affiancando allo sviluppo informatico anche un rafforzamento infrastrutturale.

    In questa prospettiva, la banca dati nazionale sarebbe diventata la base per una lettura più moderna e scientifica del gioco.

  • UNIVERSITÀ E RICERCA

    Il progetto non era pensato come un’iniziativa isolata del Settore Tecnico. Il riferimento a una collaborazione stabile con università, ricercatori e stagisti, chiamati a lavorare accanto ai tecnici federali.

    Baggio e il suo gruppo immaginavano la nascita di un centro studi permanente capace di raccogliere, organizzare e analizzare dati, ma anche di elaborare nuove metodologie di allenamento e formazione.

    L’idea era quella di formare un gruppo di studio permanente formato da ricercatori federali e universitari in contatto costante con gli uomini di campo.

    In un’altra, il centro studi viene descritto come il luogo in cui teoria e pratica avrebbero dovuto dialogare per costruire un modello dinamico, aggiornato e in grado di tenere il passo con le scuole europee più avanzate.

    La ricerca scientifica, in questo schema, entrava così nella struttura quotidiana del calcio italiano.

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  • CENTRI FEDERALI E STRUTTURE

    Accanto alla riforma formativa e alla digitalizzazione, il dossier dedicava ampio spazio alle strutture. Baggio indicava la necessità di dotare il sistema di “strutture sportive adeguate” e di un centinaio di centri federali distribuiti sul territorio, capaci di sostenere allenamenti, test, attività didattiche e monitoraggio dei giovani.

    Questa rete infrastrutturale avrebbe dovuto affiancare il lavoro dei distretti e garantire standard più uniformi in tutto il Paese.

    La proposta mirava a rafforzare la presenza federale sul territorio e a creare punti di riferimento permanenti per lo sviluppo dei ragazzi. Non si trattava solo di campi o edifici, ma di un sistema di supporto alla formazione tecnica, educativa e scientifica del movimento.

  • LE DIMISSIONI DI BAGGIO

    Il dossier, però, non entrò mai davvero in attuazione. La FIGC aveva anche stanziato fondi per il progetto, ma il lavoro venne progressivamente accantonato.

    Baggio raccontò che dopo la consegna del progetto erano passati dieci mesi senza risposta e che, a parte un’iniziativa in Toscana giudicata positiva e frequentata anche da club come Pisa e Pontedera, non era più successo nulla. Nel gennaio 2013 arrivarono le dimissioni.

    Al Tg1, l’ex fuoriclasse mostrò il dossier e disse: “900 pagine, una ricerca e un programma per rinnovare il calcio italiano. L’ho presentato nel 2011 ed è rimasto per un anno lì. Ho tratto le conclusioni. Io non amo occupare le poltrone, ma amo fare”.

    In un’altra dichiarazione aggiunse: “Ho provato a esercitare il ruolo che mi era stato affidato, non mi è stato consentito”, spiegando di aver lavorato per “rinnovare la formazione dalle fondamenta” e di aver deciso di lasciare “a malincuore”.


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  • UN PROGETTO INCOMPIUTO

    Il contenuto attribuito al dossier Baggio ruotava attorno a pochi assi coerenti: centralità del talento, riforma dei vivai, formazione tecnica e morale, selezione più rigorosa degli allenatori, scouting capillare, centri federali, digitalizzazione, archivio dati e collaborazione con università e ricerca.

    Le 900 pagine preparate tra il 2010 e il 2011 dovevano diventare la base di una riforma strutturale del calcio italiano.

    Invece sono rimaste, per usare le parole con cui l’ex numero 10 descrisse la sorte del progetto, “lettera morta”.