
di Romeo Agresti
È tempo di Lione-Juventus. Ma anche di Juninho Pernambucano e Miralem Pjanic. No, nessuna sfida in campo. E non potrebbe essere altrimenti, considerando come il brasiliano abbia appeso le scarpe al chiodo già da qualche tempo. Diventando, attualmente, il direttore sportivo dell’OL. Famoso per le sue punizioni, l’ex centrocampista di Recife ha rappresentato per il bosniaco – a inizio carriera – il centro del mondo. Ripetizioni gratuite di calcio a stretto contatto con un piede più unico che raro. Il tutto, senza pagare. Fortuna vera.
Arte. Non ci sono altri modi per descrivere le prodezze di Juninho e Pjanic. Così diversi, così uniti dai calci da fermo. Con una città in comune: Lione. Là, nella Francia sud-orientale, dove il brasiliano ha dipinto calcio dal 2001 al 2009, vincendo 7 campionati, 6 Supercoppe locali e 1 Coppa di Lega. Un’epopea trionfale, caratterizzata dalle geometrie di un centrocampista moderno divenuto – nei calci da fermo – uno spietato specialista. Si scrive destro, si legge infallibile. Imitato proprio dal regista bosniaco, che la maglia dall’OL l’ha vestita per tre stagioni (più tre partite nell’agosto 2011 prima di passare alla Roma). Il maestro e l’allievo, che lavora tutt’ora alacremente affinché si possa consumare il passaggio di consegne. Il tutto, dettando i tempi della linea mediana juventina. Il rispetto, tra i due, non è mai mancato. E non potrebbe essere altrimenti. Perché la qualità non ha età. E Juninho quella di Pjanic l’ha riconosciuta immediatamente.
“Miralem arrivò molto giovane, ma già allora mostrava tanta personalità e si capiva chiaramente che avrebbe avuto un futuro molto importante. Ha tre doti che fanno di lui un giocatore top: talento, personalità e amore per il calcio. Lo considero uno dei migliori centrocampisti d’Europa: tecnico e molto duttile”.
Parole al miele, ricambiate affettuosamente in più circostanze dal genio di Tuzla, che dal tutto-fosforo brasiliano ha imparato molto se non tutto.
“E’ stato grandioso lavorare con lui, vedere come si allenava e come colpiva la palla. Noi, spettatori e giocatori – io per primo – sapevamo Juninho avrebbe potuto sbloccare la partita in qualsiasi momento con un calcio di punizione”.
Magia.

Avvio graduale. Approdato all’OL dal Metz, Pjanic ha vissuto un’inevitabile fase di ambientamento nella fase di cambiamento. Doti mai in discussione, tanto da ottenere immediatamente presenze importanti, culminate nella seconda annata al Lione in 53 presenze e 11 goal. Altro passo rispetto alle linee guida da rispettare nella sempre tattica Serie A, con un ruolo ibrido dannatamente efficace nella zona del campo. Insomma, anni in cui Miralem mai avrebbe pensato di finire davanti alla difesa. Eppure, però, punizioni pennellate con l’OL decisamente poche. Per la precisione: due. Una, in occasione dei preliminari di Champions 2009-2010, ad aprire le marcature del 5-1 del Lione rifilato all’Anderlecht. L’altra, nella stessa annata nell’Europa che conta, rifilata al Debrecen nel 4-0 in trasferta imposto dai francesi. Gerarchie differenti, con maggiore concentrazione rivolta ad altri fondamentali. Gli stessi che hanno portato Pjanic a diventare un calciatore completo, nonché apprezzato su scala mondiale. A partire proprio dal suo mentore Juninho.
“Nelle punizioni aveva qualità e oggi è diventato uno dei più bravi. Adesso Miralem è al livello di Cristiano Ronaldo, Messi e Bale: gente che tira in maniera eccellente”.
Non a caso, tra Roma e Juve, l’incisività in chiave punizioni è aumentata progressivamente: 12 esultanze in giallorosso, 7 in bianconero. E il meglio, probabilmente, deve ancora venire.

I numeri non hanno bisogno di ulteriori spiegazioni: Juninho tra le fila dell’OL ha segnato 44 volte su punizione. In totale, in carriera, ben 135 goal da calcio piazzato. Insomma, una sentenza. A prescindere dai portieri e dalle barriere, l’ex mediano verdeoro ha (quasi) sempre trovato la chiave vincente, studiando in maniera dogmatica attimo per attimo. Lato sinistro, destro o centrale. Posizione ravvicinata o meno. Nulla da fare. Un uragano di emozioni concentrate in una pennellata d’autore, rigorosamente a tre dita. Un destro soave, velenoso ed efficace. Analizzato da un altro Fenomeno del calcio, Andrea Pirlo, direttamente nella sua biografia.
“Juninho? Un direttore d’orchestra montato al contrario, con la bacchetta tra i piedi, uno che il segno OK lo faceva con l’alluce, non con il pollice. Uno scherzo ben riuscito dell’Ikea. L’ho studiato, ho raccolto CD, DVD, addirittura vecchie fotografie delle sue partite”.
Statistiche da urlo, inimmaginabili per i comuni mortali: quasi il 50 per cento di punizioni trasformate in goal, più dell’80 per cento finite quanto meno nello specchio della porta. La più bella? Tante. Alla memoria resta il capolavoro contro il Nizza, nel 2008, da 48 metri. Senza dimenticare la famosa traiettoria a beffare Oliver Kahn, il portiere del Bayern Monaco nella Champions 2003-2004. Meglio una punizione anziché un rigore. Chi ha tifato le squadre in cui ha militato Juninho, infatti, s’è abituato a una corrente di pensiero ideata dall’unicità in persona. Fallo, Pernambucano sulla palla. E puoi già esultare.

Pjanic torna a Lione da avversario. E sarà una seconda volta. La prima, infatti, è andata in scena il 18 ottobre 2016, nell’Europa che conta, con la Juventus a vincere – in inferiorità numerica – trascinata da un lampo di Cuadrado. Uomo gara: Buffon con diversi miracoli. Ora, tuttavia, è tutt’altra Juve: negli uomini e pure nell’interpretazione. Il 5 bianconero, in quella gara, scendeva in campo in un 3-5-2 con Khedira e Lemina (espulso) a supportarlo. E se il gabonese nel corso degli anni è finito prima al Southampton e ora al Galatasaray, il tedesco c’è sempre ma al ‘Parc OL’ questa volta non partirà dall’inizio. Mentre il bosniaco, seppur non al top della condizione atletica, dovrebbe ottenere una maglia da titolare. Miralem al Lione deve molto. Una piazza che ha saputo sgrezzare un diamante sopraffino, sfociato in un’evoluzione globale con tanto di approdo in uno dei club più forti al mondo. E se sotto la gestione Allegri le cose sono andate piuttosto bene, con tanto di approdo definitivo in cabina di regia, con Sarri la massima espressione non è stata ancora proposta: ottimo inizio, regressione progressiva. Vuoi per una condizione atletica non ottimale, vuoi perché la Signora cerca ancora un’identità tecnico-tattica ben definita. Detto ciò, il bicchiere resta mezzo pieno. Alla ricerca di una grande prestazione per ritrovare il ritmo. Magari da sfoggiare proprio a Lione.

