Pirlo Series:
celebrazione di un Maestro

Nell'anno del ritiro di uno dei più grandi giocatori della storia del calcio italiano, ripercorriamo insieme i momenti chiave di una carriera inimitabile

VOLUME 1 - BRESCIA, DOVE NACQUE LA LEGGENDA
(di Marco Trombetta)

Nelle giornate di vento, se ti ritrovi a passeggiare per le vie di Brescia e vedi un fazzoletto volare pensi subito ad Andrea Pirlo. Perché è da lì che tutto è partito, è da lì che è nata la leggenda.

In pochi, tuttavia, si immaginavano che quel ragazzino taciturno e con la chioma fluente sarebbe diventato uno dei giocatori più forti della storia del calcio. Ma tra quei pochi c'era Antonio Filippini.

"Il primo giorno che lo vidi in campo - ha raccontato a Goal - dissi subito che sarebbe diventato uno dei più forti. Era come se volasse, aveva una delicatezza fuori dal comune".
C'era soltanto un problema: Pirlo si sentiva un trequartista e fu proprio in quel ruolo che debuttò in Serie A il 21 maggio nel 1995, subentrando a Schenardi negli ultimi minuti della sfida persa contro la Reggiana: "Sono contento di avergli lasciato il posto - ci ha detto lo stesso Schenardi ridendo - perché a suo modo mi ha fatto entrare nella storia. Ormai la gente si ricorda di me perché sono quello che gli ha lasciato il posto nel giorno del suo esordio".

E non è un caso, forse, che la Reggiana fu la stessa squadra contro cui un anno prima Del Piero segnò il suo primo goal con la Juventus. Qualche anno più tardi i due avrebbero vinto un Mondiale e uno Scudetto insieme, ma la storia e la carriera di Pirlo cambiaraono molto prima che tutto questo succedesse: "Era un martedì pomeriggio - ricorda Antonio Filippini - Mazzone gli disse che aveva intenzione di metterlo davanti alla difesa con me e mio fratello ai suoi lati. Gli disse che quello era il suo ruolo e Pirlo lo accettò sin da subito".

Poteva rifiutarsi, fare la prima donna, ma non sarebbe mai diventato Andrea Pirlo: "A quei tempi era un giocatore totalmente diverso da quello che conosciamo - ha spiegato Emanuele Filippini a Goal - era una mezza punta, aveva 16 anni e una grandissima tecnica. Sembrava un fazzoletto che girava col vento con movenze cadenzate".

Antonio ed Emanuele Filippini sono stati un po' le sue chiocce, i suoi scudieri in un percorso di crescita che lo ha portato alla definitiva consacrazione nella stagione 1997/98, quando nonostante la retrocessione del Brescia riuscì a guadagnarsi la chiamata dell'Inter grazie alle prime vere prestazioni da Pirlo.

In nerazzurro, però, non riuscì mai a trovare la vera identità e fu ancora una volta Mazzone a ribadirgli quale fosse la sua strada quando tornò in prestito al Brescia nel 2000: "Davanti ho già Baggio che fa il tuo ruolo, tu mi servi dietro, devi fare il regista". Pirlo e Baggio insieme, a pensarci adesso viene la pelle d'oca. E' un po' come se Caravaggio e Picasso avessero dipinto un unico fantastico quadro.

Insieme hanno giocato poche partite, ma quanto basta per far capire a Pirlo che in quel ruolo sarebbe stato ancor più protagonista: "Se si fosse intestardito, probabilmente, si sarebbe perso come tanti - ci ha detto ancora Emanuele Filippini - invece ha capito che era fondamentale in quella zona del campo. Quando mi chiedono di Pirlo rispondo che la sua grandezza è stata quella di accettare il cambio di ruolo e capire che lì sarebbe diventato uno dei più grandi".

L'umiltà e la maturità, due virtù che sono nate con Pirlo. Già a 16 anni ha imparato ad essere uomo: "In camera, prima delle partite - ci racconta Antonio Filippini - io ero teso mentre invece lui era tranquillo e beato, uguale a come è in campo. Poteva succede qualsiasi cosa, niente lo turbava".

Ma chi pensa che Pirlo non si sapesse divertire non conosce la storia che ci ha raccontato Emanuele Filippini: "Per la promozione in Serie A organizzamo un concerto con la mia band, le 'Rondinelle Rock, con cantante Maurizio Neri. Ricordo che invitammo tutti i giocatori a cantare e alla fine ognugno di loro si buttava tra la folla, ma quando venne il turno di Pirlo la gente si spostò e Andrea cadde per terra".

Oggi, probabilmente, gli avrebbero steso un tappeto rosso. Ma anche quando cadde da quel palco, Pirlo si rialzò come se niente fosse. Il suo unico obiettivo era diventare grande e alla fine è diventato il più grande al mondo nel suo ruolo, quello che non doveva essere nemmeno il suo.

VOLUME 2 - IL TALENTO MAI ESPRESSO ALL'INTER, LA RINASCITA ALLA REGGINA
(di Renato Maisani)

Andrea Pirlo è da ormai quasi vent’anni uno dei più grandi rimpianti dell’Inter “morattiana” . Le sole 22 apparizioni in Serie A, 40 complessive in maglia nerazzurra tenendo conto delle coppe, rappresentano un bottino davvero misero per la squadra che, per prima tra le tradizionali “big”, lo aveva notato ed era poi riuscito a strapparlo al Brescia.

Per i tifosi della ‘Beneamata’, Pirlo è ancora una ferita aperta. Per ciò che avrebbe potuto dare alla squadra nerazzurra, specialmente negli anni sfortunati di inizio millennio, e soprattutto per quanto di buono ha invece fatto con le maglie delle rivali di sempre Milan e Juventus.

Quello tra Pirlo e l’Inter può essere definito il classico “amore maledetto”, frenato da contingenze sempre diverse che ne impediscono l’esplosione. L’Inter di fine secolo, del resto, non era certo la squadra più facile del mondo nella quale ambientarsi in fretta, specialmente per un giovane. Basti pensare che, nel periodo della militanza di Pirlo in nerazzurro – durata complessivamente 18 mesi – il club è stato guidato da ben 6 allenatori diversi.

Da Simoni a Tardelli, con in mezzo Lucescu, Castellini, Hodgson e Marcello Lippi. Ed uno solo tra questi, forse il più insospettabile, vale a dire Mircea Lucescu, a credere davvero in lui. Ma su questo ci torneremo tra poco.
A volerla dir tutta, Lippi – col quale poi Pirlo alzerà al cielo il trofeo più prestigioso della sua carriera a Berlino – si incrociò con l’allora giovane trequartista per una sola gara di campionato, il famoso Reggina-Inter conclusosi con la vittoria dei calabresi e al quale seguì l’amaro sfogo che a Lippi costò l’esonero. Pirlo, appena iniziato il suo "Inter bis" , quel giorno non sedeva nemmeno in panchina. Non andò meglio con Tardelli, il quale riservò al suo numero 11 (sì, avete letto bene, 11), appena quattro spezzoni di gara – tutti da subentrato – prima di rispedirlo a Brescia nella finestra invernale di mercato . Giusto in tempo per risparimargli l’onta del celebre 0-6 subìto nel derby .

La stagione in questione, 2000-2001, è una tra quelle di cui i tifosi nerazzurri conservano i ricordi peggiori. Per Pirlo sarebbe dovuto essere l’anno del riscatto, dopo l’ottima parentesi a Reggio Calabria , ma così non fu. Anzi, se possibile, andò addirittura peggio rispetto alla sua prima stagione da interista, quella tra 1998 e 1999, quella dei "4 allenatori".

Quando approda per la prima volta alla Pinetina, nell’estate del ’98, sulla panchina dell’Inter siede Gigi Simoni. È un’Inter ancora amareggiata dal testa a testa Scudetto con la Juventus (sì, quello del contatto Ronaldo-Iuliano ), ma è pur sempre la squadra che annovera tra le proprie fila Baggio e Ronaldo, Zanetti e Simeone, Bergomi e Pagliuca.

Ma l’annata va come peggio non potrebbe: Ronaldo, reduce dalla poi divenuta nota “crisi” pre-finale dei Mondiali, gioca a singhiozzi, l’Inter fa fatica e Simoni viene sostituito a novembre da Lucescu. Ed è proprio Lucescu, l’uomo che aveva già notato un giovanissimo Pirlo ai tempi degli Allievi del Brescia, a lanciarlo. Per ben 13 volte, nelle 15 gare di campionato nelle quali a guidare l'Inter è il tecnico rumeno, Pirlo scende in campo. A poche settimane dal termine della stagione, però, anche Lucescu pagherà i risultati deludenti della squadra e verrà sostituito da Castellini che, a sua volta, lascerà la panchina a Hodgson. Una stagione tormentata per l’Inter che, di conseguenza, non favorisce certo l’inserimento dell’allora 19enne Pirlo. “La mattina mi svegliavo e non mi ricordavo chi ci allenasse” , racconterà qualche anno dopo, a proposito di quella stagione, nella sua autobiografia “Penso quindi gioco”.

In mezzo alle due stagioni più travagliate della sua carriera, c’è però l’oasi Reggina. Il club calabrese, in vista della prima avventura in Serie A, decide di affidarsi alla qualità dei giovani Pirlo e Baronio e riesce a conquistare una storica salvezza.

“Era sempre il primo ad arrivare agli allenamenti e l'ultimo ad andarsene. E che non si dica che non faccia la fase difensiva! E' un centrocampista completo come pochi al mondo. Lo era già allora, anche se poi con il tempo è migliorato, ovviamente”, raccontò proprio Franco Colomba ai nostri microfoni qualche anno fa.

Il peso specifico di Pirlo, quell’anno, è determinante. Ben 6 sono a fine stagione i goal del numero 30 amaranto : tre di essi decisivi in altrettante sfide concluse in parità, altri due determinanti per le vittorie della squadra guidata da Colomba contro Bologna e Lecce. L'unica squadra alla quale Pirlo riesce a segnare sia all'andata che al ritorno, ironia della sorte, è proprio il Milan.

Quei 6 goal, valsi 7 punti, risultano decisivi per il raggiungimento dell’obiettivo salvezza , con la Reggina che raggiunge quota 40, chiudendo con 4 punti in più rispetto al Torino quartultimo. Quell’estate qualcuno lo invoca persino agli Europei del 2000, ma Pirlo ha un’ultima missione da compiere con la sua amata Under 21 e il 4 giugno, guidato proprio da quel Tardelli che l’anno dopo si “dimenticherà di lui” a Milano, porta gli Azzurrini alla conquista del Campionato Europeo di categoria realizzando una doppietta in finale prima di partire per le Olimpiadi di Sydney. Ma quello è un altro capitolo.

Tutto sembra pronto per la sua definitiva consacrazione ma, com’è noto, gli saranno necessari ancora un paio d’anni per riuscire a mostrare tutto il suo valore...

VOLUME 3 - IL SUO MILAN: NASCITA E FINE DI UN AMORE
(di Simone Gambino)

Dieci anni, 401 partite con i colori che lo hanno reso un’icona mondiale: un lungo amore, nato quasi per caso, costellato di gioie, terminato con amarezza. Andrea Pirlo e il Milan, un binomio che sembrava indissolubile ma che è diventato antitetico quando il cuore ha ceduto il passo alla ragione. Una fortuna per Andrea, un tremendo rimpianto per il Diavolo.

Sogni e speranze, voglia di riscatto e grandi ambizioni: l’estate del 2002 vede il Milan assoluto protagonista del calciomercato. Arrivano Rivaldo, pallino da anni di Berlusconi, e Tomasson a costo zero, Seedorf nello scambio con Coco che ancora oggi ha dell’incredibile e sul gong la ciliegina sulla torta, Alessandro Nesta, il colpo da copertina di un Diavolo che vuole tornare ad essere padrone del calcio italiano ed internazionale. Eppure l’uomo della svolta Ancelotti lo aveva già in casa.

18 Agosto 2002, in 50mila a San Siro per il classico dei classici: Milan-Juventus, Trofeo Berlusconi, la passerella più glamour dell’estate. E’ la sera che cambia la vita di Pirlo, l’inizio della leggenda. Ancelotti sorprende tutti, arretrando Andrea, decisivo per la conquista del 4° posto nella stagione precedente giocando da mezzapunta, in cabina di regia, da vertice basso nel rombo completato da Gattuso, Seedorf e Rivaldo (sostituito nella ripresa da Rui Costa). Il risultato? Una gioia per gli occhi. Pirlo dipinge, illumina, ‘spiega’ calcio. Un professore, come lo definì Ancelotti.

E pensare che quell’estate Andrea sembrava destinato a fare le valigie. Dalla rivalità con Rui Costa, accentuata dalle parole di Ancelotti ( “Li schiererò insieme quando potremo giocare in 12”) , alla nuova insidia chiamata Rivaldo, candidato extralusso al ruolo di trequartista. Su di lui c’era il Perugia di Cosmi, che dopo il Trofeo Berlusconi si trovò a ripiegare su Baronio. Perchè in quella calda notte agostana Pirlo e il Milan si innamorarono perdutamente.

Quello che sembrava solo una scommessa estiva, un azzardo estemporaneo, divenne il segreto del successo dei futuri Campioni d'Europa. Pirlo - che raccontò di aver proposto lui stesso ad Ancelotti di giocare in posizione più arretrata durante il ritiro precampionato - è la luce del gioco rossonero, l'insostituibile, in quanto unico nel suo genere, un modello impossibile da imitare.

“Sono sincero: io non sapevo chi fosse – raccontò Rivaldo alla ‘Gazzetta dello Sport’ - Poi in campo ho capito subito che ero davanti a qualcosa di veramente notevole. Ogni partita migliora: è un fuoriclasse assoluto. I suoi tocchi e i suoi lanci sono sbalorditivi. Andrea sembra nato in Brasile: ha l'istinto, la classe per giocare in tutte le squadre del mondo, anche nella Seleçao” . “Uno Zico davanti alla difesa, un regista con la classe di una mezzapunta”, la descrizione di Trapattoni, che in poco tempo lo mette al centro della sua Italia.

Ma la cattedra del ‘professor Pirlo’ è rossonera: fondamentale tanto per il trionfo in Champions League quanto per il 3° posto in Serie A. Tra lanci millimetrici e assist al bacio anche 9 goal in campionato, con un notevole 8 su 8 dagli undici metri. Perchè tra i vari Shevchenko, Rivaldo, Rui Costa, Seedorf e Inzaghi la scelta ricade sempre su Andrea, anche quando non è in campo.

Come in quel 2 Febbraio 2003: minuto 77 di Milan-Modena, calcio di rigore per i rossoneri sul punteggio di 0-0. Tomasson è pronto a calciare ma Ancelotti ferma tutto: fuori Redondo, dentro Pirlo, dalla panchina direttamente sul dischetto . “Mi sono sentito importante – il racconto di Andrea - Un riconoscimento, perché si vede che tutti hanno fiducia nel sottoscritto. Entrare e vedere che i vari Rivaldo, Inzaghi, Rui Costa, Maldini mi aspettano e mi guardano con rispetto è una bella sensazione. La cosa più bella me l'ha sussurrata Ancelotti: "Oh, se lo sbagliavi ci facevano neri tutt'e due...”.
Da lì in avanti arriveranno trofei su trofei, tante gioie e qualche cicatrice indelebile. Col passare degli anni la fiamma si indebolisce e il Milan di Pirlo diventa un ricordo. Ancelotti lascia, il rombo diventa un ardito triangolo nel 4-2-Fantasia di Leonardo, imperniato più su Seedorf e Ronaldinho, prima dell’arrivo di Allegri, kryptonite rossonera per Andrea. E così anche il più grande amore finisce quando il cuore si ferma a pensare.

Il 2011 è stato un anno di grandi riflessioni per Pirlo. In scadenza di contratto con il Milan, ‘sfrattato’ dalla sua cattedra, sminuito da un chiaro diktat societario: niente rinnovi pluriennali agli over 30. E così anche una storia di 10 anni può finire in poco meno di mezzora. Tanto è durato l’incontro con Galliani a fine stagione per discutere del suo futuro. “Dieci anni di Milan andati così. Comunque, ho sorriso. Perché io so ridere, tanto e bene. 'E grazie di tutto, Andrea'. (...) Mi stavano tirando giù dalla cornice, ma non a forza. La noia da Milan era il rischio che non volevo correre, ecco perché alla fine di quell'ultimo incontro ero dispiaciuto, ma il giusto. Come me, Galliani. Ci siamo lasciati senza rimorso”.

“Quando si ama serve tempo, quando il sentimento muore può aiutare una scusa” , ammette lo stesso Pirlo nella sua autobiografia. Perchè non poteva accettare di essere messo in un angolo (a sinistra) da Allegri, che davanti alla difesa preferiva la solidità di Van Bommel alla qualità del regista bresciano; non voleva sentirsi uno dei tanti, un ‘vecchietto’ da rottamare, ma un giocatore importante, al centro del progetto. E non c’entrano i soldi, non c’entra la tentazione Juventus, il resto vien da sé. Perchè quando ti accorgi che il tuo amore preferisce stare con un altro in fondo è meglio così, è meglio voltar pagina. A 32 anni Pirlo lascia il Milan, e viceversa. Lo status cambia: Andrea diventa il rivale del Diavolo. Un divorzio che avrà un solo vincitore...

VOLUME 4 - JUVENTUS, LA RIVINCITA DEL MAESTRO
(di Romeo Agresti)

Il Maestro, il genio, l'esteta del calcio. Tre etichette tutte racchiudibili in un solo nome e cognome: Andrea Pirlo. Uno di quei giocatori che nascono a epoche, un tesoro prezioso, un fuoriclasse che ha saputo incantare, adorato da tutti gli amanti del calcio. A prescindere dalla casacca indossata.

Un interprete trasversale. Unico. Il suo arrivo alla Juventus, dopo aver vinto tanto e tutto con la maglia del Milan e il Mondiale 2006 con la Nazionale italiana, è eclatante. E, a proposito di azzurri vincenti, ecco le parole di Luca Toni a Goal Italia: Giocare con Andrea è stato veramente un onore e un piacere. Nel suo ruolo è stato il migliore, anche perché l'ha inventato lui. Una grandissima carriera, ha vinto tanto, si ritira un altro grande campione. Adesso, sicuramente, farà qualcos'altro di importante. Abbiamo bisogno di gente come lui nel calcio che conta”.

La società rossonera lo lascia partire senza muovere un muscolo, convinta che Van Bommel possa ampiamente supplire alla sua dipartita. La dirigenza Juventus lo corteggia, lo fa sentire importante con una dichiarazione ormai passata agli annali: Abbiamo bisogno di te” . Il fuoriclasse bresciano ha tante richieste pressanti ma sceglie Torino, convinto dal progetto e dalla voglia di riscatto della società bianconera, che arriva da due settimi posti in campionato caratterizzati da magrissime figure.

La scelta si rivela subito azzeccatissima. La Signora, in quel periodo, ha deciso di svoltare energicamente con il passato recente. Antonio Conte è il nuovo condottiero in panchina. E lo stesso allenatore salentino, quando si ritrova Pirlo in rosa, storce un po’ il naso. Il suo credo per rilanciare la storia della Vecchia Signora è l’applicazione di un 4-2-4 tutto energia, muscoli e sprint. In questo contesto, dunque, dove mettere il regista bresciano dai piedi fatati? Il tecnico leccese si ingegna e trova la soluzione, cambia sistema di gioco e sposta in cabina di comando l'allora 32enne che lo ripagherà di ogni piccolo scetticismo.

E' l'estate del 2011, comincia una nuova saga juventina con Pirlo a fare le veci del classico metronomo. Alla prima partita casalinga della stagione si inaugura lo Stadium in gare ufficiali, avversario il Parma. Pirlo conia subito una giocata che diventerà un marchio di fabbrica conclamato: taglio veloce per l’inserimento di Lichtsteiner da destra, e rete che si scuote inghiottendo la sfera; una pensata, una giocata che diventerà consuetudine e spaccherà in mille frammenti le resistenze delle difese avversarie. Presenti, in quella squadra, Paolo De Ceglie: “E' stato un onore giocare con Andrea e sarà un peccato non vedere più in campo un calciatore unico e insostituibile”. E Marco Motta: "Ha reso semplice qualunque giocata. E' un campione dentro e fuori dal rettangolo di gioco, è stato un compagno vero: pronto ad aiutare tutti attraverso consigli preziosi".

Pirlo diventa un punto fermo attorno al quale ruota tutta la Juventus. Il pubblico che gremisce gli spalti, dopo qualche iniziale titubanza per i suoi trascorsi con maglie nerazzurre e rossonere, non proprio stimate in quel di Torino, lo esalta, lo incorona e non smette di sostenerlo quasi fosse una bandiera di lunga data fuoriuscita dal settore giovanile.

Andrea dalla provincia di Brescia diviene un nuovo eroe in maglietta strisciata di bianconero. Lui, nonostante piedi divini, non è un individualista e sa sempre mettersi al servizio dei compagni. Alla Juventus, inoltre, si perfeziona anche in fase di copertura rincorrendo gli avversari da mediano muscolare, strappando la sfera dai piedi avversari e riproponendo con lampi accecanti di classe. Appunto, la classe. Mostrata anche in allenamento, come spiegato da Rubinho, ex portiere juventino: “Mi piaceva molto mangiare con lui, perché non diceva mai parole a caso. Mi ha segnato tantissimi calci di punizione, quando si metteva in testa di fare goal non c'era nulla da fare”.

Si impegna nelle due fasi con l’entusiasmo di un ragazzino, dall’alto di quel suo stile di corsa quasi saltellante ma tremendamente efficace. Poi, quando partono i traccianti dai suoi piedi, si compie l'incanto. Se non è marcatura poco ci manca, se non sono assist letali ci va sempre molto vicino. Nella capitale sabauda Pirlo vive una seconda giovinezza con tanti cambiamenti; compresa la vita privata. E quella barba folta che si lascia crescere lo incorona come Maestro. Un’immagine nuova, sostenuta dalla sacralità della saggezza. "Andrea è un maestro - ci spiega Simone Pepe -. Ciò fa capire quanto sia stato importante per la storia del calcio. Ha incancato generazioni e ci mancherà".

Pirlo trascorre quattro stagioni sotto la Mole, un periodo straordinario. In bianconero si aggiudica 4 Scudetti, 1 Coppa Italia e 2 Supercoppe italiane, andando pure vicino alla riconquista della Champions League con la finale di Berlino del 2015 con una Juventus che giunge in finale da outsider, contro un Barcellona nettamente più forte. Era targata, scherzi del destino, Max Allegri. Additato come l'artefice della separazione meneghina, il mister livornese ottimizza al meglio le qualità del Pirlo bianconero, spedendo nel dimenticatoio rancori e chiacchiericci. Rapporto solido, equilibrato e produttivo. D'altronde, si sa, la Juventus è capace di rigenerare tutto e tutti.

Le sue lacrime a fine partita sono il condensato di un campione che sa di aver consumato l’ultima chance fornita dal fato, per salire sul tetto d’Europa, con i colori che gli hanno servito una rivincita imponderabile. Pirlo ha lasciato un segno indelebile nei cuori dei tifosi juventini non solo per le movenze e le giocate di classe, ma pure per goal di rara bellezza e soprattutto decisivi nell’economia delle annate vissute a Vinovo. Storia: 119 presenze, 16 reti, alcune entrate nell’iconografia della leggenda juventina.

La “maledetta”, la sua punizione imprevedibile è divenuta una griffe internazionale. Calciata a giro, colpita con tre dita dritta e violenta nel sette, o ancora rasoterra e astuta, ma il Pirlo nazionale ha mostrato di saper andare in buca in tutti i modi, con azioni in movimento o più semplicemente dal dischetto, sfruttando le due doti strepitose di tiro, posizionamento e vista periferica. Celeberrima la sua punizione all'88' in quel di Genova. Madama non gioca bene contro il Grifone, ma ci pensa lui con una parabola imprendibile che, sorvola la staccionata di uomini, e si insacca alle spalle di Perin.

Poderoso il sussulto rimasto nell'immaginario collettivo del tifoso della Signora – quando al fotofinish di un derby – punisce il Toro con una staffilata di destro che fa esplodere lo Stadium. Pirlo è rimasto nella leggenda di casa Juventus e, ora che ha deciso di ritirarsi, chissà cosa farà. A questo straordinario campione vanno ascritti due notevoli meriti: coraggio e consapevolezza. Il coraggio di dire basta con le scarpe bullonate e il prato verde quando non ci si sente più in linea con le gesta compiute; la consapevolezza che esiste una vita sportiva, oltre a quella quotidiana, anche dopo il ritiro definitivo. Segno che anche l’uomo non è inferiore alla sua fama mondiale.

VOLUME 5 - UN AMORE CHIAMATO NAZIONALE
(di Federico Casotti)

Prima dei riflettori, prima degli stadi stracolmi, prima di tutto, dobbiamo partire da Katerini, nella Grecia rurale, dove il 22 luglio 1995 si giocò la finalissima dell’Europeo Under 18. Si sfidarono Italia e Spagna, preludio a una serie infinita di incroci un po’ a tutti i livelli. Gli azzurrini allenati da Sergio Vatta persero con un sonoro 1-4 e Andrea Pirlo (che un paio di mesi prima aveva esordito in Serie A in un Reggiana-Brescia) ebbe l’ingrato compito di entrare a partita abbondantemente compromessa, con il compito di arginare il punteggio entro proporzioni dignitose.

Tuttavia, guardando a posteriori la formazione di quell’Italia così severamente battuta, notiamo come dei 14 ragazzi scesi in campo, pressochè tutti siano riusciti a fare carriera tra i professionisti. Tre di loro hanno sostanzialmente scritto la storia dei 20 anni successivi del calcio italiano (Pirlo, Totti, Buffon), uno ha alzato 2 Champions League (Ambrosini), un altro ha messo assieme più di 400 presenze in Serie A (De Sanctis), altri ancora hanno reso al di sotto delle attese, ma pur sempre in un contesto di Serie A (Zanchi, Zauri, Mutarelli, Longo, Ventola).

E non manca nemmeno chi, come Margiotta, è partito dall’Under 18 italiana per giocare, dieci anni dopo, la Copa America con il Venezuela. Solo Bernardi e Magnani, dopo un avvio promettente, sono finiti rapidamente nel gorgo delle promesse non mantenute.

Quel 22 luglio di 22 anni fa, il fenomeno in campo era spagnolo, segnò 3 goal e si chiamava Carlos Dominguez Dominguez, per tutti Carlitos. 11 anni dopo, mentre Buffon, Totti e Pirlo alzavano la Coppa del mondo sotto il cielo di Berlino, “Carlitos” era svincolato, reduce da una poco fortunata esperienza in Segunda Division all’Hercules Alicante. Pochi mesi dopo avrebbe definitivamente lasciato il calcio.

Cinque anni più tardi, molto è cambiato nella vita di Andrea Pirlo. Nel più classico dei clichè sui giovani e il calcio italiano, ha vissuto tutte le tipiche fasi: il debutto giovanissimo e l’aura del predestinato, il ritorno da bravo bambino in Primavera - stai lì e vola basso - , l’acquisto a peso d’oro del grande club, il grande club che nonostante le belle parole non ti dà mai una vera possibilità, il prestito in provincia “per farsi le ossa”.

Ed è proprio al termine di una stagione pazzesca alla Reggina, insieme ad altri giovanotti di belle speranza come il “gemello” Baronio e Mohammed Kallon che Andrea Pirlo si trova a guidare la Nazionale Under 21 alla fase finale dell’Europeo. E’ una Under 21 buona, con tre futuri campioni del mondo (Pirlo ovviamente, Perrotta e Gattuso) ma che in attacco mette insieme due delle più atroci promesse mancate, per le ragioni più svariate, di quella generazione: Nicola Ventola e Gianni Comandini.

Pirlo di quella squadra è il faro indiscusso, il leader silenzioso ma visibile di un gruppo che, parole sue, vede come “la mia squadra, casa mia, il posto in cui mi sento più a mio agio”. Simoni appena un anno prima lo aveva definito il “nuovo Rivera”, salvo poi trovargli pochissimo spazio in campo. Insomma, gli unici che ci credono davvero sono Franco Colomba, che però dopo averlo allenato alla Reggina deve restituirlo al mittente, e Marco Tardelli.

Eppure fino alla finale è un Europeo altalenante per Pirlo. Segna il rigore del raddoppio contro l’Inghilterra, ma poi si fa espellere per doppia ammonizione contro la Slovacchia. Anche senza di lui, l’Italia riesce comunque a vincere il girone e issarsi in finale, a Bratislava, contro la Repubblica Ceca.

Contro i pari età cechi, che schierano tra gli altri Milan Baros e Marek Jankulovski, entrambi destinati a una buonissima carriera di club, Pirlo prima sblocca il risultato al 42’ su rigore, ma soprattutto a 9’ dalla fine evita i supplementari ai quali tutti sembravano ormai rassegnati dopo il pareggio di Dosek. La sua punizione a giro non è una sorpresa per i tifosi della Reggina, che ne avevano viste parecchie nei mesi precedenti, ma un conto è vederle nel penultimo servizio di 90° minuto, un altro in diretta su Canale 5 (che eccezionalmente trasmise quelle partite al posto della RAI) in prima serata. Pirlo con quella punizione diventa ufficialmente un calciatore adulto.

Di tutti i giocatori con cui mi sono allenato e ho giocato, nessuno ha mai avuto la freddezza e la tranquillità in campo di Andrea Pirlo”. Parola di Cristian Zaccardo, uno dei magnifici 23 partiti per la Germania tra polemiche e scetticismo e infine tornati un mese e mezzo dopo con la Coppa. I momenti di Pirlo al Mondiale sono essenzialmente tre.

Il 12 giugno 2006 l’Italia affronta il Ghana e dopo 40’ belli carichi, Andrea Pirlo prende palla da un calcio d’angolo di Totti, controlla e da oltre 25 metri fa partire un destro a giro che – grazie anche al provvidenziale riflesso di Gilardino, che si abbassa appena in tempo – fa secco Kingson. Fabio Caressa, telecronista Sky, riporta una frase detta da Pirlo pochi giorni prima: Ho provato il pallone, non è come quello che uso nel Milan, ma so farlo girare lo stesso”.

Il secondo è il più iconico, il più raccontato, il più vivisezionato, l'espressione più sublime del concetto di "assist che vale tanto quanto segnare un goal". La sera del 4 luglio 2006, al Westfalenstadion di Dortmund, al minuto 118 della semifinale con la Germania, un calcio d'angolo di Del Piero viene allontanato di testa da Friedrich, che ha la sfortuna di consegnare il pallone direttamente sui piedi di Pirlo. Il Nostro controlla, fa qualche passo e letteralmente dal nulla consegna a Grosso il biglietto per entrare nella Storia del Calcio.

Che per Pirlo il pallone sia l’ultimo dei problemi, lo si capisce anche il 9 luglio, quando dopo 120’ tirati e in ogni caso consegnati alla storia da Zidane e Materazzi, si va ai rigori. Lippi individua in Pirlo il rigorista chiamato a rompere il ghiaccio, a calciare per primo. “Mi disse che lo avrebbe calciato centrale, perchè tanto era sicuro che Barthez si sarebbe mosso in una direzione o nell’altra” ricorda a Goal Cristian Zaccardo. E infatti: tiro centrale, con Barthez che “battezza” un angolo prima ancora di realizzare di esser stato beffato. Come è andata a finire, lo sapete tutti.

Da un rigore all’altro, quello del 24 giugno 2012 è la fotografia del punto a cui è arrivato Andrea Pirlo in quel momento: a 33 anni, rigenerato dalla prima stagione alla Juventus dopo l’addio al Milan, diventa il leader della Nazionale, l’uomo al quale Prandelli ha consegnato le chiavi della squadra, un Maestro la cui classe è riconosciuta a livello universale.

Nel quarto contro l’Inghilterra, l’Italia gioca bene, meriterebbe ai punti la vittoria ben prima del 120’, ma con lo 0-0 persistente non c’è altra strada che i rigori. Gli inglesi segnano i primi due con Gerrard e Rooney, l’Italia segna il primo con Balotelli e va sotto per l’errore di Montolivo. Pirlo si trova nella scomoda posizione di dover tenere a galla la squadra, e a quel punto, da fuoriclasse quale è, decide di alzare la posta: non solo pensare a restare in partita, ma cercare di fiaccare gli avversari. E farlo battendo il proprio rigore "a cucchiaio".

Vedevo Hart molto sicuro di sè – commenterà qualche giorno dopo in conferenza stampa – e volevo fargli abbassare le arie. Mi sentivo semplicemente di farlo”. La non premeditazione del gesto sarà confermata anche due anni dopo in un’intervista a “Il sole-24 ore”: “Non ho fatto come Totti che lo disse prima a Maldini, ho deciso all’ultimo secondo: Hart si muoveva e ho fatto la mia scelta. Un gesto simile non puoi farlo in allenamento e pensare di riprodurlo in partita. Se lo fai, o sei stupido, o sei veggente... o sei Totti”.

Non a caso quel goal cambia definitivamente la serie di rigori: due errori di fila degli inglesi spianano la strada alla vittoria azzurra. “Ci ha dato la fiducia per finire il lavoro – riconosce Buffon in conferenza stampa – Dopo quel rigore gli inglesi avevano l’aria frustrata. Una parte della loro determinazione era stata persa per strada”. Efficace, sornione, irriverente, ma con classe. (Anche) questo è stato Andrea Pirlo.

VOLUME 6 - NEW YORK CITY FC, UNA SFIDA DENTRO E FUORI DAL CAMPO
(di Max Cristina)

A ogni calcio d'angolo battuto da Pirlo, tutto il settore vicino alla bandierina si alzava in piedi ad osannarlo. Allo Yankee Stadium come a San Siro, tutto il mondo è paese e poco importa se l'America è così lontana - anche calcisticamente - rispetto a tutto ciò con cui Pirlo ha sempre convissuto e a cui era abituato.

New York come Milano, ma anche come Torino e Berlino o Atene, Brescia, Reggio Calabria e via dicendo, perché se è vero che niente come la Grande Mela incarna lo spirito del sogno americano, là dove tutto è possibile, la lingua del calcio è riconosciuta in tutto il mondo e pur senza i successi e gli sfarzi di una Champions League o di uno scudetto, Andrea Pirlo ha saputo mettere la sua firma anche nel "nuovo calcio".

"The Maestro" con la maglia del New York City FC non ha stupito, non ne aveva più bisogno del resto, ma ha lasciato il segno sulla Major League Soccer e sulla città di New York, trasformando lo Yankee Stadium e il Bronx in qualcosa di diverso dalle solite notti da lupi cantate in passato.

Oggi passando da quelle parti, se vi doveste imbattere in un uomo barbuto e dall'espressione imperturbabile è colpa sua: un'icona contemporanea, arte pura come quella disegnata in carriera dai suoi piedi e impressa sui bus che divorano traffico nei dintorni dello Yankee Stadium.

Sì perché l'ultimo capitolo della carriera, Pirlo, ha voluto scriverlo in maniera diversa e a suo modo coraggiosa in MLS, pur dall'alto di un ricchissimo stipendio: "Volevo continuare a giocare, ma con meno stress. Ho deciso più con la testa che con il fisico". Una sfida verso se stesso dentro, ma soprattutto fuori dal campo. Un campionato in crescita come quello nordamericano, non a livello dei maggiori torneo europei ma nemmeno così poco sviluppato da potersi arrangiare con qualche apparizione da stella mondiale, anzi. Il tutto reso ancora più intrigante dal lancio di una nuova franchigia come è stata nel 2015 il New York City FC, a fianco di altri campioni come Villa e Lampard. Il più interessante però per gli americani è stato senza dubbio lui, l'Architetto e il Maestro del calcio mondiale, reduce dalla finale di Champions con la Juventus persa tra le lacrime a Berlino.

Un matrimonio perfetto, un business di rara intelligenza che nel corso delle due stagioni e mezza con la numero 21 sulle spalle ha diviso - e non poco - gli appassionati di questo sport. Una dicotomia inevitabile tra chi si aspettava sul campo tutta la differenza del mondo e chi, invece, criticava la scelta come puramente opportunistica per strappare l'ultimo grande contratto in un campionato considerato - anacronisticamente - come il cimitero degli elefanti.

Il binomio Pirlo-New York City è andato ben oltre e la MLS lo sa bene. Il Pirlo come brand ha spopolato dal primo all'ultimo giorno, dividendo e creando discussione, ma aiutando la lega nel suo processo di crescita e avvicinando i mezzi-tifosi e gli scettici al campionato. Perché? Perché c'era Pirlo, un patrimonio calcistico mondiale. Pur non giocando benissimo, va detto, per gli appassionati del "soccer" è rimasto un qualcosa di unico da apprezzare ed incitare.

"Se il New York City FC sta diventando grande è inutile negare che buona parte del merito lo hanno avuto Villa e soprattutto Pirlo - ci ha raccontato Andrea Previati, studente italiano alla St John's University e tifoso di NYCFC che non si è perso una partita allo Yankee Stadium, facendo anche da interprete al fuoriclasse italiano durante qualche intervista -. Non ha mai giocato ai livelli che ci ha abituato in carriera, ma i tifosi qui lo hanno sempre apprezzato perché non si è mai tirato indietro nel fare le cose".

"Ha sempre dato il massimo dentro e fuori dal campo, aiutando la squadra, la società e il campionato a crescere con la sua personalità. New York aveva bisogno di un giocatore come lui per far sì che una squadra nuova si ritagliasse il proprio spazio in una città dove la concorrenza non manca e sì, con tutte le critiche del caso, possiamo dire che Pirlo ha lasciato qualcosa al calcio americano. Il bilancio è sicuramente positivo e il City è stato bravo a far vedere un lato diverso del giocatore mostrandone alcune caratteristiche che anche in Italia conoscevamo poco".

Il problema, semmai, è che è mancato un punto di incontro tra il modo di giocare del fuoriclasse bresciano e l'attuale calcio giocato in MLS, più fisico che tattico. In sessantadue partite giocate, Pirlo ha segnato un solo gol (su punizione contro Philadelphia al secondo anno in MLS) fornendo 18 assist, ma dando una buona versione di sé solo nel 2016. In quest'ultima annata complice qualche acciacco di troppo e le scelte di Vieira, il suo rendimento (16 partite, 0 gol, 2 assist) si è abbassato come ammesso da lui stesso: "Non si deve giocare per forza fino a 50 anni. I problemi aumentano ed è giusto che il coach faccia giocare i ragazzi più giovani. Io li sto aiutando a migliorare in allenamento".

Del resto da sempre Andrea Pirlo è stato un lusso che una squadra doveva poter sostenere. Un fuoriclasse, un genio del pallone in grado di rendere il gioco più semplice e uno spettacolo da ammirare per il pubblico, migliorando i compagni di squadra con il suo modo evoluto di interpretare il calcio e la sua calma olimpica. Niente a che vedere con la schizofrenia del calcio nordamericano che, seppur in via di affinamento tecnico-tattico, resta ancora basato su una fisicità dirompente che spesso ha finito col travolgerlo, da incompreso.

Proprio come l'ultima immagine che avremo di lui su un campo di calcio, negli ultimi minuti di New York City-Columbus Crew valida per la semifinale di Eastern Conference: un lancio lungo nel vuoto, frutto di un malinteso coi compagni. Non capito a fondo esattamente come il suo passaggio in MLS.

Ed è lì che Pirlo ha fatto il salto di qualità personale guardando al futuro ben oltre il pallone, pur avendo dichiarato di non sapere cosa questo gli riserverà. Il Maestro - complice anche la MLS e il NYCFC - ha saputo far innamorare gli americani dell'idea di se stesso, creando un personaggio che andasse oltre ai novanta minuti sul campo ben più di quanto mai fatto in carriera.

La celebrazione del Pirlo che fu e di quello che sarà, dimenticandosi del presente ma costruendo un qualcosa che possa durare anche fuori dal rettangolo verde, con un bicchiere del suo vino in mano e quell'espressione così enigmatica, esaltazione del pensiero contro la fisicità, sublimazione del tocco palla contro la corsa. Personalità dirompente, personaggio che non ha illuminato in campo, ma che tra qualche anno sarà ricordato come passaggio chiave della Major League Soccer che verrà.