MAZSARRI

I due volti del Derby della Mole

Primo derby della Mole con il confronto tra Walter Mazzarri e Maurizio Sarri. Una stracittadina che, specialmente per il tecnico di San Vincenzo, potrebbe significare molto se non tutto. Una città, due sponde. Aria tesa in casa Torino, dovuta alla brutta sconfitta con la Lazio. Juventus capolista, ma con qualche affanno dopo aver superato il Genoa al fotofinish. In comune, tra i due allenatori, diverse cose: il DNA toscano, la gavetta, Napoli che tanto ha dato a entrambi, Londra. Usi e costumi differenti, ma con la stessa voglia di arrivare. Ora, nel derby, la prova del nove. Da una parte, per uscire da una crisi di risultati impronosticabile. Dall’altra, per consolidare la vetta della classifica. Motivazioni al potere, vietato sbagliare.

Napoli, terra di consacrazione

“Tutto è azzurro a Napoli. Anche la malinconia è azzurra”. Parola di Libero Bovio, poeta partenopeo nato nel 1883 e scomparso nel 1942. E quel colore, di diritto, è diventato uno dei preferiti sia di Mazzarri sia di Sarri. Entrambi, infatti, hanno avuto il merito di ottimizzare al massimo il proprio percorso sotto il Vesuvio, accendendo passione nella passione. Quattro stagioni per Walter, tre per Maurizio. Con il primo capace di conquistare una Coppa Italia e di riportare la truppa campana per la prima volta nella moderna Champions League, con il secondo a un passo dallo scudetto.

Visioni di calcio differenti, accomunate dal concetto di vittoria. Amati e rispettati in maniera viscerale da un popolo che, se gli garantisci impegno e professionalità, ti dà tutto: anche ciò che non ha. Mazzarri, dopo un proficuo apprendistato, a Napoli ha trovato la consacrazione. Idee chiare, identità ben definita e individualità al potere: Cavani, Hamsik e Lavezzi. Tre giocatori che hanno fatto le fortune del tecnico toscano e, parallelamente, quelle di patron Aurelio De Laurentiis.

Sarri, invece, nel capoluogo campano è sbarcato tra lo scetticismo generale, salvo poi creare un giocattolo dannatamente bello. Un’avventura andata oltre, a tal punto da entrare nella Treccani tra i neologismi con la parola “Sarrismo”, termine coniato per definire la spettacolare filosofia di gioco proposta proprio dall’attuale tecnico juventino. Ah, la Signora. Un’egemonia irrefrenabile, messa seriamente in discussione proprio da colui che – scherzi del destino – ha ereditato la panchina di Allegri. La zuccata di Koulibaly allo Stadium, per momento e rivalità, l’apice di un triennio denso di emozioni. Insomma, esperienze formative a confronto.

Numeri e contrapposizioni

Che sia 3-5-2, 3-4-3 o 3-4-2-1, la sostanza non cambia: il pacchetto arretrato composto da tre interpreti rappresenta per Mazzarri la base su cui sviluppare l’intero piano tattico. Una passione, questa, nata fin dalla fase embrionale della carriera del tecnico di San Vincenzo, il quale però ha avuto modo di addentrarsi in dinamiche che contemplassero anche la difesa a quattro e, con sfumature apposite, persino a cinque. In definitiva, pensare che il mister del Torino sappia giocare esclusivamente in una determinata maniera non corrisponde alla realtà dei fatti. Sebbene, risultati alla mano, con questo modo di interpretare il calcio, Mazzarri sia spesso riuscito a centrare obiettivi prestigiosi. 

"La difesa a 3 per me è difficilmente proponibile..."

"La difesa a 3 per me è difficilmente proponibile..."

Dal passato all’attualità, con la formazione granata che – rispetto alla scorsa stagione – sembra aver smarrito concetti e, in generale, certezze. Le stesse, invece, con cui al derby della Mole si presenterà Sarri, fresco di successo sul Genoa. Ecco, dall’altra parte del Po i tre dietro non vanno di moda. Affatto. Amante del gioco tecnico e arioso, il “Comandante” reputa la prima linea tanto fondamentale quanto preposta a sviluppare determinati meccanismi: "La difesa a tre per me è improponibile, anche perché non mi risolverebbe la questione sulle fasce". Così il condottiero bianconero, così una convinzione che non cambierà. Tuttavia, pure in questo caso, la sperimentazione non è mancata. Dalla Seconda Categoria all’élite assoluta, innumerevoli chilometri macinati e molteplici moduli proposti. Con la consacrazione arrivata tra 4-3-1-2 e 4-3-3, abiti tattici sfoggiati pure dalla Signora del nuovo corso.   

London calling

Mazzarri e Sarri non hanno in comune solo una storia d’amore con il Napoli, ma anche un’esperienza in Inghilterra. Più precisamente: Londra. O meglio, Watford per il primo e Chelsea per il secondo. Da una parte, una città costruita su una collina a quindici minuti di treno dalla capitale inglese. Dall’altra, un esclusivo distretto situato nel Royal Borough. Walter, scelto nel 2016 dalla famiglia Pozzo, in Premier League si è fatto conoscere per pragmatismo e cultura del lavoro. Detto ciò, le critiche non sono mancate. All’attuale allenatore del Toro non è stato perdonato il suo carattere schivo e introverso. Così come, da usi e costumi locali, non è stato apprezzato il fatto che – pur sapendola – Mazzarri non parlasse la lingua del posto. In definitiva, ostracismo totale. Anche da parte di alcuni giocatori che, poco inclini a determinate metodologie, avrebbero spinto per un nuovo staff tecnico. Accontentati. Ciononostante, obiettivo (ampiamente) raggiunto: salvezza.

Sarri, anch’egli protagonista di una sola annata in UK, ha vissuto varie fasi. Accoglienza da urlo: #SarriBall. Poi, regressione progressiva con picco più basso sfociato nel crollo, 6-0, contro il Manchester City. E, si sa, ciò che non ti uccide ti rende più forte. Ecco il trionfo in Europa League contro l’Arsenal, un traguardo ottenuto attraverso il duro lavoro, perfetto per congedarsi in grande stile. Si vocifera che la zarina dei Blues, Marina Granovskaia, sarebbe voluta andare avanti con il coach italiano. Nulla da fare. Un solo anno di Londra, alle volte, può bastare.

Gavetta. Parola d’ordine per Walter e Maurizio. Nulla di regalato, tutto sudato. Mazzarri e i suoi primi passi in qualità di assistente di Renzo Ulivieri al Bologna. Sarri e la sala cambi, rigorosamente in giacca e cravatta, quando fare l’allenatore rappresentava poco più di un hobby. Mondi diversi, ma fondamentalmente uguali. Con la stessa voglia di arrivare. Con un entusiasmo contagioso da esternare con i rispettivi caratteri. Ambedue toscani purosangue, nonostante Sarri sia nato a Napoli e abbia trascorso i suoi primi tre anni di vita a Bagnoli, dove il papà lavorava sulle gru. Maniacali della tattica, con alle spalle una carriera calcistica non di primo piano. Accostato ai tempi della Fiorentina Primavera a Giancarlo Antognoni, Mazzarri s’è limitato a vivacchiare qua e là comprendendo e accogliendo con entusiasmo la vocazione della panchina. Copione analogo per Sarri, che nel 2006 si diploma presso il Centro Tecnico di Coverciano con la tesi “La preparazione settimanale della partita”. Alti e bassi, mai paura di non farcela. Mai. Nemmeno quando Mazzarri sgomitava tra l’Acireale e la Pistoiese prima di ricevere la chiamata del Livorno. Nemmeno quando Sarri veniva esonerato dall’Arezzo. Il destino, a chi è bravo, solitamente un’occasione la concede. Miracolo Reggina per Mazzarri, maestosità Empoli per Sarri. Ora, il faccia a faccia nella stracittadina torinese. Quanta strada per arrivare fin qui…