Il manager del Liverpool Jurgen Klopp si domanda ancora perchè. Si chiede come si sarebbe sentito. Cercò di immaginarsi lo sguardo in faccia a suo figlio. Perchè ai cancelli della scuola, mancava un papà ad accogliere il figlio dopo il suo primo giorno. Klopp passò invece la giornata allenandosi con la sua squadra di seconda serie, il Mainz.

Ha sempre provato rimorso per aver seguito il richiamo del dovere. Ma da ognuna delle sue disavventure, Jurgen Klopp ha cercato di imparare qualcosa, di crescere. Così, circa 10 anni dopo, quando Klopp era diventato il capo, il centrocampista Fabian Gerber ottenne una giornata libera per stare accanto alla madre il giorno del suo compleanno, nonostante i prevedibili commenti dell’ala più “machista” del calcio tedesco

Klopp si comporta così. Vuol far sentire bene i suoi giocatori. Li vuol far sentire liberi, dall’ansia dell’approvazione degli altri. E’ un aspetto chiave del suo stile manageriale.

“Il lavoro di calciatore non è bello tutti I giorni,” ha raccontato il 50enne a Goal.

“Se ti senti come un numero, sarai apprezzato solo quando sarai al tuo meglio, e non va bene. Voglio rendere i giocatori immuni alle critiche dall’esterno. 

“Le critiche sono importanti. Ma a mio parere sono sempre o troppo negative, o troppo positive. Segni tre goal. E tutti dicono “Fantastico! Come ci si sente?” e così via. A nessuno importa del giocatore che ha costruito l’azione o fatto l’assist”.

“Da allenatore, so già che quell giocatore non segnerà tre goal anche nella prossima partita. Bisogna esserne consapevoli. Ecco perchè li aiuto a essere indipendenti, fiduciosi, solidi: è una parte importante del mio lavoro quotidiano con la squadra”

Stoppare critiche o applausi eccessivi è qualcosa che Klopp ha dovuto fare spesso durante I suoi 17 anni di carriera, che gli hanno portato tanti trionfi - una storica promozione con il Mainz, due campionati vinti con il Borussia Dortmund – ma anche momenti complicati, come la tribolata stagione 2014-15 passata in zona retrocessione con il Borussia. “E’ stato terribile”, confessa.

La convinzione di Klopp nei suoi metodi non ha mai vacillato. “Ho detto: ‘Non penso di aver commesso molti errori’. La gente dice: ‘Ha completamente perso la testa’. Ho detto anche di considerarmi un allenatore migliore rispetto a tre anni fa. Nessuno vuole sentirlo, ma non importa. Eravamo convinti di fare la cosa giusta e siamo rimasti uniti fin quando non siamo ripartiti”.

Il Dortmund riuscì a chiudere il campionato al settimo posto dopo una grande rimonta, abbastanza in alto da ottenere la qualificazione per l’Europa League. Pochi mesi dopo il dipartimento statistiche del Liverpool gli mostrò come quella del Dortmund fu la “stagione più strana di sempre”, numeri alla mano: il Borussia vantava il secondo miglior dato come occasioni create e tiri concessi, ma non riusciva a tradurlo con efficacia in termini di goal realizzati e subiti.

“Nessun dubbio,” sottolinea. “Bisogna sempre porsi domande ma mai avere dubbi. Mi pongo domande anche quando vinco. Non mi aspetto la perfezione, nè da me nè dalla mia squadra, ma è normale porsi domande”. 

Anche dopo una vittoria ci chiediamo immediatamente come dovremmo approcciare alla partita successive, come mantenere la forma e così via. Non vedo questo come un dubbio. Non si arriva mai al punto in cui penso ‘Oddio, cosa posso dire ora?’. Ci sono sempre spiegazioni e risposte”.

L’ispirazione per una mentalità così solida arriva da una fonte inaspettata. Da giovane Klopp amava leggere ‘Mort and Phil’, un fumetto che aveva come protagonisti due agenti segreti alle prese con continue disavventure dalle quali uscivano puntualmente indenni, imparando qualcosa che sarebbe tornato utile nelle storie successive.

“Il tempo necessario a questi personaggi per rigenerarsi era qualcosa di fantastico” ha spiegato ai tempi del Mainz nel 2005. “Non importa che fossero stati schiacciati da un rullo compressore o precipitati per centinaia di metri da un dirupo – si riusciva sempre ad andare avanti”. In altre parole: c’è sempre la prossima partita per fare meglio. 

Ma ci saranno di certo dei giorni in cui quella positività diminuisce, anche se lievemente? Non c’è alcun elemento di spettacolarità nell’essere un manager, nel proiettare un costante ottimismo?

 Klopp, che da giovane ha affinato il suo talento nel raccontare barzellette mentre ascoltava le cassette dei comici e quando era membro del gruppo teatrale della scuola nella Foresta Nera, nega che sia necessario recitare un ruolo nello spogliatoio.

“Non recito mai”, dice, ricordando il giorno in cui nel febbraio 2001 passò da giocatore ad allenatore a Mainz, durante la notte, nel bel mezzo di una lotta retrocessione apparentemente senza speranze. “Ricordo di aver detto che quella era la miglior squadra del Mainz nella quale avessi mai giocato e che per me sarebbe stato difficile trovare posto in campo come giocatore. Ero davvero convinto della qualità che c’era, quindi non dovevo recitare. Dovevo solo dire quello che pensavo davvero e alla fine hanno iniziato a credermi”.

Dopo che Klopp aveva reinstallato l’allora rivoluzionario sistema di marcatura a zona del suo mentore, l’ex allenatore del Mainz Wolfgang Frank, il club di Magonza evitò la retrocessione in quella stagione e mancò per poco la promozione, due anni prima di arrivare in Bundesliga al terzo tentativo.

“Mi sono reso conto di non avere esperienza [come allenatore] ma ero così entusiasta dell’opportunità che il pensiero di dimettermi non mi è mai passato per la testa. Ho realizzato solo anni dopo che nessuno mi avrebbe mai dato una seconda possibilità se il Mainz mi avesse licenziato. Era una missione un po’ suicida.

Ascoltando l’entusiasmo di Klopp per questo gioco, è difficile immaginare che ci sia stato un tempo in cui non gli piaceva affatto. Giocatore dal talento modesto, ha giocato come attaccante e difensore nelle categorie inferiori della Bundesliga 2 negli anni ’80 e ’90, e ha vissuto il calcio come una “battaglia di sopravvivenza”.

“Non avevo un altro lavoro. Dovevo imparare ad affrontare quella pressione e anche a fronteggiare quella battaglia interiore dovuta all’essere costantemente frustrato per la mancanza di abilità”, racconta. Dopo aver brillato durante l’infanzia e l’adolescenza nei club locali, il TSV Glatten nella Foresta Nera e nel TuS Ergenzingen, Klopp aveva capito in fretta quanto sarebbe stata dura la lotta per diventare un professionista. 

“Sono andato a un provino dell’Eintracht Francoforte e mi sono guardato attorno. ‘Oh, sono bravi’. Ho visto Andy Moller. Aveva la mia stessa età all’epoca, 19 anni. Ho pensato, ‘se questo è calcio, io sto giocando a un gioco completamente diverso’. Era un fuoriclasse. Mentre io... non avevo neanche classe”.

Klopp ha scoperto la sua vera vocazione solo dopo aver scambiato le sue scarpette per una lavagna tattica, creando quello che in Germania chiamano Gesamtkunstwerk: un mix esplosivo composto da un calcio offensivo elettrizzante, un legame speciale nello spogliatoio e una tifoseria che sostiene la squadra urlando a squarciagola. E’ successo a Mainz, è successo a Dortmund e sta accadendo anche ad Anfield.

“Creare una situazione dove tutti si sentono importanti, si divertono, conoscono il proprio ruolo, si sentono rispettati e necessari – è così che la vita dovrebbe essere”, spiega Klopp sul suo tentativo di riunire l’intero club in uno sforzo congiunto per raggiungere la vetta.

“E’ così che deve essere ricordato il tempo che hai trascorso in un club. Capisco che la vita è una collezione di esperienze, positive e negative. Ho la pelle d’ora pensando a quelle positive. E’ davvero bello. Forse è una specie di capacità di sopravvivenza. Se anche gli altri la pensano così significa fare un grande viaggio insieme e guardando indietro non possiamo fare a meno di sorridere”.

“E’ per questo che hai bisogno di dare l’opportunità a tutti di sentirsi davvero parte del progetto. E’ facile per me perchè so che i tifosi sono molto importanti. Forse gli altri vedono le cose diversamente e a volte si dimenticano di loro, ma io non dimentico mai le persone che sono importanti per noi. E’ facile per me mostrargli il rispetto che meritano”.

Jurgen Klopp è protagonista della nuova campagna New Balance Fearlessly Independent Since 1906. Clicca qui per scoprire di più.