“I bambini avrebbero seguito Jordan ovunque, era come il capobanda, davvero”, ricorda Norman Dawkins, l’uomo che per primo ha visto questo sfacciato bambino di 6 anni sul campo di cemento nel sud di Londra da lui supervisionato. “Ci sarebbe sempre stato un gruppo che lo seguiva. Se usciva per fare jogging erano lì a correre con lui”.

Jadon Sancho, come si vede, si è sempre distinto. All’età di 18 anni è uno dei migliori prospetti del calcio mondiale, cresciuto in un club europeo come il Borussia Dortmund, è il primo giocatore nato in questo millennio a giocare per l’Inghilterra e potenzialmente anche il primo giocatore inglese da 100 milioni di sterline.

“Ho sempre desiderato diventare un calciatore professionista, fare in modo che la gente mi guardasse e dicesse “wow” come quando io guardavo Ronaldinho e dicevo “wow”. Vorrei essere come lui un giorno”, dice lo stesso Sancho a Goal.

“Non posso parlare per tutti, posso parlare solo della mia situazione. La mia situazione era che volevo solo giocare a calcio”.

Il vincitore della Goal’s NxGn 2019 – che classifica i 50 migliori adolescenti del mondo nati in questo millennio – riconosce che ha ancora molta strada da fare nella sua carriera ma per portare la gente a dire “wow” ha già fatto molte cose.

Lo sta facendo da anni.

“Lui era abituato a persone ‘impazzite’, si sentivano solo i bambini che dicevano: “Wow, come hai fatto?”, dice Norman che lavorava al Frederick’s Adventure Playground, proprio dietro la casa dove aveva trascorso la sua infanzia Sancho.

“Ha fatto di tutto, da quando era giovane. Lo ha fatto anche contro i ragazzi più grandi. Penso che sia ciò che lo ha reso forte. Se subiva un tackle, si rialzava e continuava a giocare. Ha giocato contro gli adulti ed era così bravo… Tutti volevano giocare insieme a lui”.

Sancho non ha mai visto l’età come una barriera; si è presentato per la prima volta al Frederick’s all’età di sei anni e si è subito distinto come qualcuno di speciale. Peter LeAndre, che ha lavorato con Norman, era un’altra delle vittime del giovane talento: “Aveva quell’abilità, vedevi che stava facendo dei piccoli numeri in quel momento, stava provando a fare un tunnel a me o ad altri giocatori”.

“C’erano momenti in cui giocavamo a calcio contro di lui e faceva cose per cui avrei pensato, “Questo era un po’ pazzo, per cosa me lo stai facendo?!” Giocavo a calcio, giocavo al Luton, per cui so giocare, ma lui mi faceva delle cose che non avevo mai visto. Era come se avesse degli elastici ai piedi. Era proprio assurdo. Quel ragazzo era unico”.

Oltre al suo lavoro nei servizi per bambini, Norman era un allenatore di calcio, quindi quando arrivarono i tornei giovanili ovviamente coinvolse Sancho. Ma c’era un’altra arma segreta.

“Il suo amico è Reiss Nelson, che è all’Hoffenheim”, dice. “Mi è stato detto di metterli insieme al raggiungimento della giusta età, intorno agli otto anni. E’ stata la migliore cosa uscita fuori.

“Quando avevano 10 e 11 anni giocarono i Suffolk Youth Games. C’erano 32 quartieri e vinsero loro. Segnarono 24 goal in due in circa 10 partite”.

“E soprattutto ai London Youth Games al Crystal Palace nel 2011 tutti sapevano chi erano Jadon e Reiss. Erano tre ragazze e tre ragazzi, non abbiamo perso neanche una partita e in finale abbiamo vinto 2-0”.

A questo punto Sancho era già nelle liste del Watford, dove ha beneficiato di allenamento professionale e probabilmente del fatto di vivere lontano dalla sua famiglia negli alloggi della Harefield Academy, una scuola a 30 miglia da dove era cresciuto.

“Ha collezionato più di qualche trucchetto per la sua età”, aggiunge Peter, “quindi quando a sette-otto anni andò al Watford divenne un giocatore molto più bravo”.

Si è allenato con gli Hornets per un paio d’anni prima che potesse firmare il suo primo contratto scolastico all’età di otto anni. Dave Godley, un allenatore giovanile al club, era molto preoccupato che il giovane talento potesse essere soffiato da club come Arsenal o Chelsea, prese quindi Jadon e la sua famiglia dalla stazione ferroviaria e li portò lui stesso al campo di allenamento.

“La mia prima impressione è stata che fosse tecnicamente migliore degli altri ragazzi, ma non aveva esperienza di calcio giocato a livello locale, non aveva giocato in una squadra, dato che di solito giocava in strada un calcio disorganizzato”, racconta Godley a Goal.

"Ha ovviamente grandi abilità e sicurezza nei propri mezzi per natura, ma ha fatto molta pratica, era sempre con la palla. A me sembrava che giocasse costantemente a calcio, ed è per questo che è bravo tecnicamente".

Dave e i suoi colleghi furono presto anche i destinatari delle giocate spettacolari di Sancho. "Nelle gare faceva cose che gli altri bambini non erano in grado di fare. Il mio collega andò in porta in una partita di allenamento una volta, era lì solo per fare numero, stavamo giocando in porte da calcio a 5 che arrivano sotto la spalla per un adulto e scavalcò Dennis con un pallonetto nell’angolo più lontano".

Sancho sarebbe voluto diventare come Ronaldinho, la superstar brasiliana che ha fatto innamorare tutti a Barcellona, ma Godley ha in mente un'altra leggenda.

"Non penso che sia un talento naturale", aggiunge. "Se guardi qualcuno come Diego Maradona, la gente dice: 'Oh, è nato per essere un calciatore', ma ci sono documentari su di lui in cui gioca sempre a calcio. Sta giocando a calcio costantemente, è costantemente con la palla ai piedi proprio come Jadon.

"Quindi dal punto di vista atletico, fisico e mentale è nato con gli attributi che lo hanno aiutato, ma alla fine ha ripetutamente rincorso giocatori in allenamento e per le strade, ha più volte provato a fare un tunnel a qualcuno, ha ripetutamente provato a scuotersi, così alla fine ha trovato un modo che funziona e lo ha assorbito per trovarsi pronto su posizioni e varie cose. Ne ha fatto tesoro e ha continuato a lavorarci”.

L'educazione calcistica di Sancho non si è limitata alle squadre giovanili del Watford. Ha giocato quei tornei con Norman nei weekend e quando non c'era più nulla da fare, tornava a divertirsi fuori per le strade.

"Mi definirei un calciatore di strada, ovviamente è da lì che è iniziato tutto, per la strada", dice Sancho.

"Facevo molti allenamenti con i miei amici quando ero a Londra, ovviamente è lì che abbiamo messo in pratica le nostre capacità, giocavamo 5 contro 5 per la strada ed è lì che di solito ci allenavamo".

Rhian Brewster sa tutto di questo. L'attaccante del Liverpool, nato a Londra, è diventato amico di Sancho negli ultimi anni e riesce a individuare l'influenza della strada ad un miglio di distanza.

"Quando vieni da quel tipo di aree, fai un sacco di calcio in gabbia", dice a Goal. "Giochi con i tuoi amici. Mi ricorda il gioco FIFA Street, dove fai rimbalzare il pallone sui muri per lavorare sulle tue abilità e cose del genere.

“Per me, questo ti aiuta quando si tratta di giocare partite vere e proprie. Hai quel tocco e quell'immaginazione, non hai paura di provare giochetti e colpi di classe. E tutto arriva da questo tipo di crescita, giocare in quegli ambienti ti porta ad essere incoraggiato a lavorare e migliorare le tue abilità tecniche”.

Non che Sancho abbia bisogno di molti incoraggiamenti, se quei primi racconti su tunnel e pallonetti sono qualcosa di affidabile. E se la sua abilità tecnica non è mai stata in discussione, la sua attitudine ha sorpreso chiunque abbia lavorato con lui.

“Ho giocato con lui e so cos'è capace di fare, quando lo vedo segnare e giocare così bene, non mi sorprende per niente”, Brewster aggiunge. “Dovrebbe fare molto di più per stupirmi, a dire il vero”.

Ci sono due caratteristiche fondamentali che si sono quasi mescolate l'una con l'altra e lo hanno messo in luce: un'incredibile fiducia nelle sue qualità; ed una totale assenza di paura.

“La sua mentalità era semplicemente essere il migliore”, aggiunge Godley. “Quindi, lui vuole essere quello più tecnico, quello che segna più goal, vuole essere in pratica il miglior giocatore”.

“Ma le persone parlano di forza mentale come se fosse solo questione di coraggio, tenacia e roba di questo tipo, ma quello che aveva Jadon era che non aveva paura di commettere errori. Quando i padri richiamavano i figli dicendo 'Cosa stai facendo?' i bambini intimoriti guardavano dal campo i loro padri tutte le volte, lui invece non aveva assolutamente paura”.

“Quando noi giocavamo contro Chelsea e Arsenal, tanti bambini guardavano fuori dalla finestra e dicevano, 'Oh il Chelsea è qui, o mio Dio', e noi dovevamo dirgli, 'Ragazzi, sarà semplicemente una partita di cinque bambini contro cinque bambini, è solo che loro hanno una maglia blu e voi gialla'.”

“Jadon invece era come se guardasse fuori dalla finestra, dicendo, 'Vi siete cacciati nei guai, state per giocare contro di me oggi. Lui era così fiducioso in sé stesso, questa è la differenza. È il suo atteggiamento”.

Sancho ripensa ai giorni passati in quei campi. “Credo sia solo una cosa che viene da dentro”, dice. “Probabilmente è dovuto al fatto che quando ero più piccolo giocavo sempre con i ragazzi più grandi, stavo bene e volevo giocare con loro. Mi sentivo sempre più fiducioso”.

“Ho sempre pensato che se avessi lavorato più duramente di tutti, sarei arrivato”.

Inevitabilmente, c'era un lato cocciuto del carattere che faceva crescere la sua autostima. “Se ha qualcosa da dirti, lui te la dirà”, Norman afferma. “Lui ascoltava me, ma se qualcun altro ci provava, non c'erano speranze. Se non gli piace qualcosa, lui te lo fa sapere”.

Ma questa attitudine lo ha solo spinto ad essere il migliore possibile. Godley dice che c'erano lati grezzi del suo carattere che bisognava smussare, ma questo non è mai stato un problema: “Voglio dire ad esempio che nell'Under 9 aveva il vizio di portare troppo il pallone e complicare le cose, ma già a 10 e 11 anni considerava di più gli altri compagni e faceva le scelte giuste”.

Si fece notare molto presto, fino al punto che Godley e i suoi colleghi si trovassero costretti a nasconderlo in gruppi di età più grande, oppure lo facessero giocare fuori ruolo, così che non si mettesse troppo in evidenza nelle partite contro i club più grandi e ricchi d’Inghilterra.

“Gli agenti avrebbero iniziato a seguirlo. Ha iniziato a giocare bene e i club lo guardavano pensando ‘questo ragazzo è bravino!’. Ricordo che iniziò a ricevere scarpe da calcio mandate dai vari club, le persone gli spedivano dei regali soltanto per attirare la sua attenzione e provare ad entrare in contatto con lui.”

Ma c’era poco da fare per impedirgli di distinguersi.

“In una partita voleva fare di tutto”, aggiunge Godley. “Voleva fare un paio di passaggi di classe mondiale, voleva provare a scavalcare il portiere, voleva tirare da lontano, voleva fare un gioco di prestigio”.

“Era come se ogni partita avesse una sua storia; avrebbe avuto ogni capitolo che si possa immaginare. C’era una parte di tutta tecnica, una parte di tutto dribbling, una in cui tirava molto”.

“Circa nel periodo in cui è andato al Manchester City, era semplicemente caldissimo ogni singola settimana. Ricordo che avevo visto alcune riprese di una sua partita contro l’Arsenal e sembrava una barzelletta. Correva tra i giocatori, spezzava in due la difesa ogni volta che aveva la palla, saltava avversari o faceva finta di tirare facendoli cadere tutti a terra”.

Sancho aveva solo 14 anni quando venne portato nel Nord, a Manchester, e le cose iniziarono a cambiare: la cifra di 66mila sterline (meno di 80mila euro) si sarebbe rivelata un affare per il City.

Del periodo di Sancho nel club i diretti interessati ne parlano a bassa voce, ma per la sua crescita è stato cruciale. Ancora una volta, le sue capacità e la sua attitudine sono subito state evidenti a tutti quelli con cui è entrato in contatto. E gli allenatori, parlando fuori microfono, insistono raccontando quanto lavorasse duro in allenamento, proprio come faceva nel Watford.

Potrebbe essere stato uno scontro impari a scuola o al campo d’allenamento nella sua adolescenza, ma era sempre considerato da tutti più concentrato di tutti i suoi compagni. Mentre loro affittavano appartamenti nel centro città per fare festa nel weekend, lui tornava a Londra e spesso passava del tempo insieme a Reiss Nelson.

Anche Phil Foden, che è anche tuttora un suo amico stretto, non frequentava quelle feste, e questo è uno dei motivi per cui per entrambi erano stati indicati per un futuro brillante con il Manchester City.

L’altra ragione è la loro qualità. Anche il City era sorpreso di quanto era talentoso Sancho già dai suoi primi mesi al club. Poi, dopo un anno dalla firma, è arrivato Pep Guardiola. Poco dopo Sancho è stato coinvolto nelle sessioni d’allenamento della prima squadra. Se molti giovani prospetti erano stati chiamati per allenarsi coi grandi, pochi di questi erano riusciti a impressionare Guardiola con la stessa attitudine che aveva Sancho.

Ed è accaduto nel corso di una di quelle sessioni quando si è avvicinato a Raheem Sterling. Infatti, ha fatto di Sterling un’altra vittima delle sue finte.

Godley ha spiegato come ci è riuscito: “Sembra che lui abbia sviluppato una sorta di difesa naturale, ed è una grande cosa da apprendere. Lui prende palla, il suo corpo è ovunque, tu pensi di averlo lì, ma poi ti sfila via”.

“Lui sa come girarsi e rigirarsi, non fa cose folli, fa dei movimenti non convenzionali e quando pensi di sapere da che parte sta andando, lui fa un piccolo doppio tocco e ti uccide”. Questo è quello che è successo a Sterling nel corso di una sessione particolare. Non che l’abbia presa sul personale.

“Non penso che lui lo faccia di proposito, è solo un ragazzo che vuole esprimersi”, ha spiegato Sterling in esclusiva a Goal. “A fine giornata, si può avere la sensazione che possa aver messo qualcuno in imbarazzo, ma non lo fa per cercare di mettersi in mostra o altro, è solo una cosa che fa parte del suo gioco. E’ una gioia vederlo in azione.

“Aveva grande fiducia con la palla. Voleva solo mostrare quali erano le sue qualità. E’ un grande talento e lavora realmente sodo”.

I due sono stati a così stretto contatto negli ultimi anni che Sancho considera il suo ex compagno di squadra un giocatore che ha avuto su di lui una grande influenza.

“Marco Reus e Raheem Sterling sono coloro che hanno avuto l’impatto maggiore nella mia vita”, ha ammesso il giovane talento.

“Reus mi ha aiutato a maturare come calciatore, sa dirmi quando sto facendo il mio calcio e quando non lo sto facendo. Fuori dal campo, ci divertiamo molto insieme, parliamo tanto, ci rilassiamo. E’ questo che rende il nostro rapporto così buono sia dentro che fuori dal campo”.

“Sterling viene da Londra come me, ha fatto così tanto già in giovanissima età, sentivo di potermi relazionare con lui perchè veniamo dalla stessa città, dallo stesso calcio di strada, abbiamo un sacco di cose in comune”.

Sterling insiste sul fatto che il suo giovane collega non abbia bisogno di troppi consigli, ma gli ha comunque trasmesso alcune pillole di saggezza legate a cose che forse lui stesso avrebbe potuto fare alla sua età.

"Gli ho mandato dei messaggi in passato dicendogli di non fare certe cose che stava facendo", rivela Sterling.

"Gli ho detto di svegliarsi prima, io mi son svegliato un po' troppo tardi, l'ho fatto a 20 o 21 anni ed ho realizzato che dovevo fare alcune cose fuori dal campo, sto cercando di dargli il vantaggio fin da subito per quanto è possibile".

I due sarebbero ancora compagni di squadra nel City adesso, se non fosse per una questione contrattuale che, forse inutilmente, è andata fuori controllo. A Sancho fu offerto un contratto da 35.000 sterline a settimana, che era poco meno di quello che era appena arrivato nel suo conto in banca. Non voleva firmare, e Guardiola, nonostante fosse un suo grande ammiratore, si rifiutò di portarlo in un tour-pre stagionale negli USA.

La situazione si deteriorò e mentre il City aveva un piano per portarlo in prima squadra, così come Foden, Sancho non fu convinto. Smise di andare agli allenamenti ed in questo modo il City decise che non c'era altra soluzione che venderlo.

Un trasferimento in Premier League non era contemplato, ed il Dortmund, che in quel frangente stava esplorando il mercato alla ricerca di talenti inglesi poco utilizzati, si attivò subito per far firmare Sancho.

Ed in questo modo ha colto al volo l'occasione non solo di trasferirsi in un altro paese, ma anche di indossare la maglia numero 7.

"E' molto equilibrato, è anche lui un leader", afferma Brewster. "Per lui ottenere tutto cio che ha, e per farlo in fretta, lo sta facendo nel mondo giusto. Non è spaventato da nulla, credetemi".

Quanto è seguito è stato una serie di storie di successo senza fine. Ha fatto parte della squadra Under 17 che ha vinto nello stesso anno la Coppa del Mondo (anche se è stato richiamato dal Dortmund dopo la fase a gironi), ha fatto il suo esordio in Bundesliga a 17 anni ed in questa stagione, a 18 anni, è diventato uno dei giocatori fondamentali della prima squadra tedesca.

Allo stato attuale è il giocatore più giovane nella storia della Bundesliga ad aver segnato nove goal e non c'è una settimana dove non viene pubblicato su Twitter un 'tweet' dove si dice 'Wow' per le sue giocate. Proprio come ha sempre voluto.

Oltre a ciò, come ulteriore circostanza top, è stato convocato dalla nazionale inglese, e quando ha sostituito Sterling contro la Croazia lo scorso ottobre è diventato il primo 'millennial' a giocare per i Tre Leoni.

Sancho, come dice Brewster, non è stato minimamente disturbato da queste circostanze e rimane una presenza tranquilla all'interno dello spogliatoio: "Mi sento come se fossi di ghiaccio”.

È un ragazzo divertente, ma è anche tranquillo – Reus ha raccontato a Goal- Non è uno rumoroso nello spogliatoio. Tutti vanno d’accordo con lui. Si è integrato molto bene ed è a tutti gli effetti un membro del nostro team”.

E Sterling sarebbe entusiasta di rincontrarlo di nuovo. “Quando siamo nella Nazionale inglese passo sempre tempo con lui, e ridiamo e scherziamo insieme” ha dichiarato.

C’erano ovviamente anche conversazioni più serie da fare e sembrerebbe che nei prossimi anni Sancho trarrà beneficio dalla maturità dimostratagli da Sterling e dal suo crescente ruolo di modello da seguire.

“Quando ero in Inghilterra, mi parlava spesso e mi diceva cosa fare”, ha aggiunto Sancho. “Per evitare che le cose non andassero come volevo, e questo mi ha aiutato molto”.

E tuttavia adesso, Sancho è un modello da seguire per altri.

“Jadon ora è un riferimento per i più giovani” ha dichiarato Peter LeAndre. “So che ha solamente 18 anni ma sta già diventando un modello da seguire, infatti camminando nel sud di Londra la gente parla di Jadon”.

“Dicono ‘Sì, sì, Jadon viveva qui’, e quando torna in questa zona è sempre umile, non si da mai delle arie, parla con le persone che conosce e che sa che sono ancora lì, perchè è lì che è cresciuto, quella è casa sua”.

“Non importa in che parte del mondo sia ora, la sua casa è ancora nel sud di Londra”.

Nonostante tutto ciò, Sancho non si fa illusioni circa il suo futuro.

“Per come la vedo io, devo solo continuare a lavorare sodo e aiutare la mia squadra in ogni partita”, ha detto. “Penso che se resterà così potrò fare molte cose e poi quello che sarà sarà. Credo che il duro lavoro sia la chiave e la strada giusta da seguire.

“Mi prefiggo degli obiettivi personali. Giusto delle piccole cose, piccoli dettagli come lavorare sul mio piede sinistro, tirare con più velocità, arrivare prima dietro al difensore, più velocemente e apparire improvvisamente, sapendo quando tirare e quando passare la palla. Devo solo continuare a lavorare su questi aspetti, sperando che ciò mi aiuterà a migliorarmi come giocatore”.

Sancho ammette poi che il suo sogno è quello di vincere il Pallone d’Oro - “Penso che questo dovrebbe essere l’obiettivo finale di chiunque” – e se dovesse continuare a migliorare come sta già facendo, non mancherà tanto prima che venga davvero preso in considerazione per questo premio.

A quel punto diremo davvero “Wow”!