All’esordio della scorsa stagione, Aston Villa e Newcastle hanno ospitato un coro unanime: «Premier League, corrotta da morire!». Il motivo del disprezzo era chiaro. Entrambe le squadre si consideravano, insieme ai loro tifosi, le principali vittime delle «Profit & Sustainability Rules» (PSR) della Premier League.
Alla vigilia di quel match al Villa Park, l’allora tecnico dei Magpies Eddie Howe aveva dichiarato: «Queste restrizioni ci costringono a vendere giocatori che vorremmo tenere e a non poter acquistare chi servirebbe per rinnovare la rosa. E il problema non sparirà».
Lo stesso pessimismo era condiviso dall’allenatore dell’Aston Villa, Unai Emery, che nelle note del programma di gara ha chiesto una revisione delle norme.
«Non possiamo negare che l’estate sia stata impegnativa perché le norme finanziarie hanno condizionato i nostri investimenti nella rosa», ha scritto lo spagnolo. «Le norme di controllo finanziario sono nate per evitare fallimenti e insolvenze, ma ora limitano i club ben gestiti che vogliono puntare in alto, perché gli introiti, chiave di queste regole, arrivano solo dopo il successo sportivo».
In parte Emery ha ottenuto ciò che voleva: la Premier League ha varato un nuovo sistema finanziario valido dalla stagione 2026-27. Come recita un vecchio detto, però, bisogna sempre stare attenti a ciò che si desidera: c’è chi ritiene che l’introduzione dello Squad Cost Ratio (SCR) e del Sustainability and Systemic Resilience (SSR) non migliorerà le possibilità dell’Aston Villa e di altre squadre ambiziose di colmare il divario economico rispetto all’élite della Premier League; anzi, alcuni sospettano che tale divario possa aumentare nei prossimi anni.





