Sopraffatto dal dolore: Owen, Golden Boy che ha odiato il calcio

Owen PS
Goal
Un infortunio ai tempi del Liverpool ne ha limitato la carriera per sempre: dopo il Pallone d'Oro, il lungo declino per paura di nuovi k.o.

Per chi si è approcciato al calcio alla fine degli anni '90, per chi ha compiuto i primi -eci in quel periodo, la corsa di Michael Owen da centrocampo dopo aver stoppato op con l'esterno, svolta a destra e botta sotto l'incrocio è probabilmente uno dei ricordi più vividi, fidatevi. Era il Mondiale del 1998 e il Golden Boy metteva sotto scacco la difesa argentina per provare a riportare l'Inghilterra, realmente, tra le big. Un attaccante inglese rilassato, senza stranezze e scheletri nell'armadio, il giovane dal viso pulito. Che si è avvicinato al sole ed è caduto.

Immaginatevi Owen nel 2020. Anzi, diciamo 2019, visto che l'anno in chiusura è stato troppo triste per essere vero. Un 18enne che al Mondiale fa faville dopo aver giocato nel glorioso Liverpool da titolare segnando 18 goal in Premier League. Valutazione facile, base d'asta da 100 milioni di euro. Era il ragazzo dei record allora, Mik-O, scheggia impazzita, formica atomica, fuoriserie preziosa.

Dalla primavera del 1998 a quella del 2005, nelle ultime gare con il Real Madrid, Owen avrà sempre un dato unico e coinciso. Sempre in doppia cifra in campionato, prima in Premier League, poi in Liga. Un malloppo mai ottenuto per il rotto della cuffia, ma costruito nel corso del tempo con perseveranza, classe e testardaggine, la stessa che lo porteranno a vincere anche la Coppa UEFA/Europa League con il Liverpool.

Owen scatta, Owen esulta, Owen vince il Pallone d'Oro. Sorride, in quel dicembre 2001 dopo aver conquistato tutto. Ha 22 anni ed è il giocatore inglese più in vista, l'attaccante più forte al mondo secondo i giurati. Perchè non dobrebbe sorridere? Lo fa, esternamente, ma interiormente, comincia a consumarsi qualcosa. Già, perchè da allora per lui niente sarà lo stesso.

Consapevole di quello che è stato, pieno di rimpianti, di odio per il pallone. Durante metà della sua carriera. Tutto vero, parola di Owen. Che due anni prima del Pallone d'Oro subisce un brutto infortunio ai tendini. Un vero e proprio trauma per lui, letteralmente. Una paura incontrollata e ancestrale, che non riesce a superare. Non riuscirà a superare fino all'addio al calcio nel 2013, dopo anni di Newcastle, United, Stoke City.

Uno shock per molti, nel lungo periodo e senza ricordare il apssato, ma già allora, guardando bene si poteva intuire che nel suo gioco e nel suo sguardo qualcosa non andava:

"Fino a quando avevo 20 anni ero uno dei migliori calciatori della mia generazione ed è stato così per un bel periodo. Gli infortuni mi hanno rovinato. A 23 anni ero già in declino. Quando uno dei tendini si è rotto, niente è stato più come prima. Mi è successo a 19 anni, due anni prima che vincessi il Pallone d’Oro".

Michael Owen, Liverpool, Man Utd

Tendini, antenati degli adduttori, parlando degli infortuni di Owen. Perchè lasciato il Liverpool cerca nuove motivazioni che possano far rendere conto al ragazzo d'oro di come si possa continuare, comunque, anche senza dover per forza raggiungere il passato. Lascia il Real Madrid dei Galacticos di nome ma non di trofei, rifugiandosi al Newcastle. K.o agli adduttori, a 25 anni, endgame:

"In quel momento sono finito. Ho cambiato modo di giocare: prima saltavo gli avversari, scattavo nello spazio e crossavo o facevo grandi goal, ma negli ultimi 6-7 anni mi sono trasformato nel giocatore che riuscivo ad essere.

Ero terrorizzato alla sola idea di scattare, temevo che mi sarei strappato l'adduttore. Il mio istinto mi diceva di fare come sempre, sono nato per essere un calciatore, ma ogni volta che mi facevano un lancio in profondità tremavo e temevo l'infortunio''. 

E dire che la sua partenza al Newcastle è grandiosa, può tornare quello di prima, con l'Inghilterra, con i trofei ad orbitare attorno, spazzando via l'allora consapevolezza di essere già in declino. Una consapevolezza alla quale si aggiunge un carico da 90 per il nuovo infortunio che ne spezza la carriera e lo fa piombare nell'incubo:

"Ho perso tutto, per 6-7 anni ho odiato il calcio. Non vedevo l'ora di ritirarmi, perchè non ero io quello che scendeva in campo: la cosa peggiore è che sono entrato in depressione, non mi mettevo neanche nella condizione di scattare. E quindi mi nascondevo, andando in zone del campo in cui non sarei mai dovuto essere''.

Al Newcastle, al Manchester United e allo Stoke City, il fragile Owen letteralmente evita di scattare con decisione, a mo' di Francia '98, come avesse l'Argentina davanti. Non vuole più provare il dolore del primo infortunio newcastliano, aspettando la fine del calcio, delle sue regole fisiche, dei probabili infortuni. Non ce la fa, Michael, decide di rinunciare e salutare dopo anni da comparsa, fantasma che passava di lì.

E' il 2013 e a quasi 34 anni, da lì in avanti, Owen decide di dire la verità, nient'altro che la verità. Diventa opinionista un po' qui e un po' lì, parla del suo passato, elogia e attacca, martella e cerca di sorridere andando oltre il pallone, parlando di aneddoti più che di tattica, lasciando il pallone in una teca di adamantio, indistruttibile, senza possibilità di scavare nel suo passato e riprendere a toccare quel pallone che troppo male ha fatto alla sua persona dopo averla resa così grande, così stranamente altalenante.

Il dolore di quell'esperienza, intesa come vita, calcio, carriera, il dolore troppo forte mai sopportato, l'hanno spezzato. Lo sport raccontato sì e no, praticato, solo una volta, di nuovo. Senza il classico consiglio del 'datti all'ippica', ci ha provato veramente, diventando fantino per una gara di beneficenza. Qualcosa che ha sempre visto da vicino, senza mai provare a farne una seconda nuova professione, spinto via dai pericoli.

Nel 2017 partecipa alla gara The Prince Countryside Fund, riuscendo a piazzarsi al secondo posto. Visivamente dimagrito rispetto al periodo di bagordi post-calcio, premiato dal Principe Carlo e dalla moglie Camill, Owen ci scherza su, esternamente, ma soffrendo, realmente, internamente:

"Mi è piaciuto molto e lo rifarei ancora, ma ho quattro figli e non voglio farmi male".

Gli infortuni calcistici l'hanno segnato a vita, facendogli odiare la sua professione, tenendolo lontano dal dolore ad ogni costo, troppo forte, insopportabile.

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