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Marco Biagianti si racconta a Goal: "Dal calcio a 11 al calcio a 5, una vita legata ai colori del Catania"

10:00 CEST 19/04/21
Marco Biagianti
ESCLUSIVA - Marco Biagianti ha lasciato il Catania, ma non Catania: oggi gioca a calcio a 5 e produce birra. "Una carriera ricca di emozioni".

Non è affatto frequente vedere un atleta che, a un certo punto della propria carriera, decide di cambiare sport. Raramente chi ha dedicato la sua intera vita sportiva al calcio a 11 passa al calcio a 5. Non succede praticametne mai. Succede però quando il calcio fa parte della tua vita e tu non puoi farne a meno. È successo a Marco Biagianti che, pur di non indossare maglie diverse da quella del suo Catania, una volta concluso il rapporto col club siciliano, ha deciso di smettere con il calcio a 11 ma non con il calcio, iniziando una nuova avventura nel calcio a 5, con la Meta Catania, compagine del capoluogo etneo grazie alla quale può ancora vestirsi di rossazzurro.

“Non potevo immaginare di entrare in uno spogliatoio e indossare una maglia diversa da una numero 27 su sfondo rossazzurro”, ci racconta in esclusiva Biagianti in occasione di una chiacchierata che, in occasione del suo 37° compleanno, ci aiuta a ripercorrere per intero la sua carriera.

Una carriera iniziata nella sua Firenze nel settore giovanile della Fiorentina, squadra con la quale un giovanissimo Biagianti sognava da debuttare sin da bambino ma che, proprio sul più bello si sgretolò. Nel 2002, infatti, dopo la retrocessione in Serie B, il club viola fallisce ed è costretto a ripartire dalla Serie C2, col nome di Florentia Viola. E paradossalmente, è proprio quello a permettere a Biagianti di fare il debutto con la squadra della sua città.

“Potrò dire per sempre di aver giocato la prima storica partita della Florentia Viola – racconta Biagianti – Sfidammo il Pisa al Franchi, di fronte a quasi 40.000 spettatori. Purtroppo perdemmo 1-0, ma io giocai dall’inizio...”.

Una tappa storica, quella, specialmente per un fiorentino di nascita. “Quell’anno vincemmo il campionato, seppure io giocai solo in Coppa Italia restai tutto l’anno in prima squadra. Ma quella squadra mi insegnò tanto: l’allenatore era Vierchowood e c’erano giocatori come Quagliarella, Evacuo, Riganò... e persino Di Livio che aveva accettato di seguire la squadra in Serie C2. E da uno che veniva dalla Serie A e aveva avuto la sua carriera quello fu un insegnamento di vita importante: è stato uno di quegli esempi che mi sono portato dietro e che poi negli anni mi ha fatto fare tanti ragionamenti. Lui si era trovato bene con la squadra, con la città e coi tifosi e ha deciso di restare per dare il suo contributo. Non sono gesti scontati”.

Un gesto che Biagianti ha ripetuto, tornando a vestire la maglia del Catania in Serie C nell’estate del 2016 dopo un divorzio turbolento avvenuto nel 2013, proprio quando il club rossazzurro si accingeva a disputare la sua ottava e ultima stagione consecutiva in Serie A. “Mi dissero che ero fuori dal progetto e così andai via in maniera molto sofferta perché sarei voluto rimanere a Catania. Purtroppo la mancanza di sincerità mi portò ad allontanarmi dalla squadra così, dal giorno alla notte. Il Catania aveva un ottimo organico, ma probabilmente una gestione sbagliata e un po’ di confusione sono poi costate la retrocessione”.

Nelle otto storiche stagioni consecutive vissute in A dal Catania, Marco Biagianti è stato l’unico a disputare almeno una gara in ognuna di esse. Eppure la sua avventura a Catania non iniziò con una serata felicissima.

“Passai al Catania negli ultimi giorni di gennaio del 2007 e dopo neanche una settimana ci fu il famoso 2 febbraio. Quel venerdì è stato veramente difficile: dal campo non si capiva bene ciò che stava succedendo, restammo bloccati per ore nella zona pullman tra elicotteri, urla e sirene della polizia. È stata una giornata brutta per Catania e per il calcio”.

Dopo quegli avvenimenti il Catania fu costretto a giocare in campo neutro tutte le gare previste inizialmente al Massimino fino al termine della stagione e proprio in occasione dell’ultima, giocata a Bologna contro il Chievo e decisiva per la salvezza, Biagianti – che fino a quel momento aveva giocato appena pochi minuti complessivi, tutti nel finale della gara persa contro la Roma sul neutro di Lecce – si ritrova titolare.

“Mister Marino mi mandò in campo in maniera inaspettata in quel famoso 27 maggio: era una gara importantissima e per fortuna si è conclusa con il lieto fine”. Una giornata talmente memorabile da convincere Biagianti a fare di quel 27 il suo numero di maglia. “Sì, quell’anno giocavo con il numero 19 ma poi, in ricordo di quella giornata, decisi di scegliere il numero 27 che mi porterò per sempre perché mi ricorda quella vittoria indimenticabile”.

Nella sua prima avventura a Catania, tra il 2007 e il 2013, Biagianti ha avuto la possibilità di essere allenato da tecnici del calibro di Mihajlovic, Zenga, Montella e Simeone, giusto per citarne alcuni. “Ognuno di loro ha fatto o sta facendo dei grandi risultati, ma se devo dirti chi mi ha trasmesso di più ti dico Mihajlovic e Zenga, che secondo me erano quelli più predisposti nel cercare di creare un rapporto con i giocatori. Devo tanto anche a Marino che, ovviamente, mi ha regalato l’esordio e a Montella, che ci ha fatto conoscere tante nuove metodologie d’allenamento. Ma ovviamente anche Giampaolo, Simeone, Maran... tutti mi hanno dato tanto e sono stato fortunato ad avere così tanti allenatori di spessore”.

Non soltanto allenatori, ma anche compagni... “I migliori? Il ‘Papu’ Gomez era già fortissimo, ma era ancora all’inizio della sua carriera e poi il suo meglio l’ha dato più avanti. Il ‘Pitu’ Barrientos, invece, a Catania era al top della sua carriera ed era in grado davvero di disegnare calcio: giocare e soprattutto allenarmi con loro era una grande fortuna. Durante gli allenamenti Barrientos faceva delle cose incredibili, era un giocatore unico”.

A proposito di allenamenti, Biagianti sorride ancora nel ricordare gli scherzi che vedevano come vittima designata il giapponese Morimoto. “Con lui ci divertivamo moltissimo perché lui era quasi un fumetto. Magari stava per ore in silenzio e poi provava a parlare con l’accento siciliano. Mi fa ancora ridere pensare a quando, durante il torello, avevamo istituito la regola che al terzo errore chi sbagliava si prendeva uno scappellotto da tutti gli altri. I compagni più esperti passavano il pallone a Morimoto in maniera diversa, più difficile da controllare, magari glielo lanciavano con potenza di collo anziché di piatto e lui, per non sbagliare lo stop e non subire gli scappellotti, faceva il possibile per controllarlo comunque col petto: gliene tiravamo addosso talmente tanti che a fine allenamento aveva spesso il petto rosso e anche chi non partecipava a quel gioco veniva lì per assistere allo spettacolo... ma lui non si tirava indietro, è sempre stato un ragazzo divertente e autoironico”.

In quel Catania, soprattutto nelle ultime stagioni, dominava la colonia argentina. Biagianti, Marchese e Capuano erano spesso, alternati, i soli italiani in campo. “È stato un processo graduale: all’inizio erano pochi, poi sono andati pian piano ad aumentare. È inutile nascondere che, oltre alle tante cose belle che si sono viste sul campo, fuori dal campo non è stato facile soprattutto all’inizio perché inevitabilmente si sono formati dei gruppetti. Poi, pian piano durante il percorso, siam riusciti a capire a vicenda i nostri modi di fare e a creare un gruppo stupendo”.

Un gruppo che si è tolto tantissime soddisfazioni al punto da riuscire a convincere Marcello Lippi a convocare due di loro per un’amichevole con la Nazionale.Nel giugno del 2009 mister Lippi convocò me e Peppe Mascara per un’amichevole contro l’Irlanda del Nord disputata a Pisa. Fu una settimana ricca di emozioni, peraltro vissuta a Coverciano, praticamente a casa mia. È stata un’esperienza bellissima, uno splendido premio per noi e per la squadra”.

Con 281 presenze, Marco Biagianti è il secondo calciatore con più presenze nella storia del Catania. Davanti a lui soltanto Damiano Morra, centrocampista che a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80, riuscì a collezionare 39 gettoni in più. Tra i rimpianti di Biagianti, dopo il secondo turbolento divorzio col Catania, c’è in parte anche questo. “Mi sarebbe sicuramente piaciuto raggiungere questo obiettivo, ma quando ho deciso di tornare a Catania, in Serie C, l’ho fatto solo perché volevo dare il massimo per riportare la squadra almeno in Serie B. Col passare degli anni, chiaramente, mi sono avvicinato anche a quell’obiettivo che purtroppo però è svanito pochi mesi fa”.

Ciò che non svanirà, però, è uno dei murales che campeggia all’esterno dello Stadio Massimino e che immortala Biagianti, col suo inseparabile scaldacollo e la maglia rossazzurra addosso: “È molto emozionante, specialmente adesso che non gioco più. Quando ho deciso di chiudere col Catania sono andato lì a fare una foto ricordo con la mia famiglia perchè la cosa più bella è poter condividere con i miei figli ciò che ho costruito in queste 11-12 stagioni complessivamente vissute a Catania e tutte le volte che passerò davanti allo stadio vedendo quel murales mi verrà sempre un sorriso”.

Biagianti ha dovuto lasciare il Catania, ma non Catania. La decisione, mai in discussione anche in virtù delle origini della moglie Martina, è stata quella di continuare a vivere alle pendici dell’Etna. “Non ho mai avuto dubbi. Catania è ormai la mia città e quella famosa scelta di dire “mai al Palermo” è l’emblema di quanto io tenga a questi colori”.

E adesso nel suo presente c’è il calcio a 5: “Mi sono ritrovato in una dimensione che con conoscevo, ma sono davvero felice di farne parte. La società, la Meta Catania, è una società importante che crede nel suo progetto e lo porta avanti con entusiasmo e passione. In più, ho conosciuto uno sport altrettanto bello seppure non nascondo che all’inizio è stato complicato adattarsi, per motivi tecnici, tattici e fisici. È uno sport totalmente diverso dal calcio a 11: la velocità di pensiero è tutt’altra, la tecnica è tutto, devi stoppare con la suola, sei sempre in movimento, non ci sono pause... insomma adattarsi non è stato facile, specialmente all’inizio però adesso sono molto contento di averlo fatto”.

Non solo il calcio nella vita di Biagianti che, da qualche anno, si è lanciato in un’avventura imprenditoriale con la birra artigianale 729, nome dedicato immancabilmente all’anno di fondazione della città di Catania. “Io e Rosario Bucolo (ex centrocampista del Catania tra il 2016 e il 2019) abbiamo avviato questo percorso un po’ per gioco e adesso lo stiamo portando avanti, seppur tra le mille difficoltà che il Covid ha comportato per un’azienda che lavora principalmente con i ristoratori e i locali. Abbiamo iniziato appena tre anni fa, ma la gente ci apprezza, conosce già le etichette ed è un altro bel progetto al quale mi sto dedicando con passione, seguendo tutto in prima persona e sperando in futuro roseo”.

A proposito di futuro, immancabile provare a immaginare quello di Marco Biagianti nuovamente legato a quello del Catania, magari non appena il passaggio di proprietà sarà completato e il club passerà ufficialmente in mano a Joe Tacopina. “La ferita legata alla chiusura col Catania me la sto ancora portando dietro, quindi in questo momento sto pensando di progettare la mia vita pensando al Calcio Catania soltanto come tifoso. Sono legatissimo a questi colori, ma per il momento guardo al presente anche se, chiaramente, mai dire mai...”.