Lotta al razzismo, Boateng chiede di più: "Non bastano slogan e magliette"

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L’ex centrocampista del Milan, Kevin-Prince Boateng, torna ad affrontare il problema del razzismo: “In campo c’è chi mi ha chiamato f****** nero”.

Quello del razzismo è un problema con il quale molte volte il calcio si è trovato a dover fare i conti. Spesso infatti, negli stadi si possono udire cori, parole di scherno ed ululati vari rivolti ai giocatori di colore in campo.

Tra coloro che negli ultimi anni più si sono battuti al fine di sconfiggere il razzismo, Kevin-Prince Boateng. Il giocatore ghanese che oggi milita nell’Eintracht Francoforte, già ai tempi in cui giocava nel Milan lanciò più volte il suo grido d’allarme e famoso è l’episodio che lo vide protagonista nel 2013 quando nel corso di un’amichevole con la Pro Patria, decise di lasciare il campo in segno di protesta contro alcuni cori provenienti dagli spalti.

Boateng, parlando dal magazine ‘Jetzt’ della Suddeutsche Zeitung, ha spiegato come si augura che chi governa il calcio inizi a fare di più: “Non è sufficiente mostrare prima delle partite di Champions League il video con lo slogan ‘no to racism’, non è sufficiente indossare maglie con su scritto ‘no racism’ o ‘noi mostriamo un cartellino rosso contro il razzismo’. Non è permesso che qualcuno mi chiami ‘f****** nero’, questo è razzismo, ma mi è comunque successo in campo che avversari si siano rivolti in questo modo a me”.

Boateng ha parlato del suo rapporto con il razzismo quando era più giovane: “Sai benissimo che l’obiettivo è quello di ferire un bambino di sette o otto anni, una cosa che quando ero piccolo ho sempre cercato di sopprimere”.

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