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La leggenda di Roberto Dinamite, il centravanti mancato del Brasile nel 1982

16:38 CET 08/01/23
Roberto Dinamite GFX
Idolo massimo del Vasco, Roberto Dinamite ha giocato solo per pochi mesi al Barcellona. Nell'82 gli fu preferito Serginho: "La mia grande delusione".
Garoto-dinamite explodiu”

La mattina del 26 novembre 1971, gli sportivi brasiliani si recano in edicola e si imbattono in un titolo sensazionale. La sera precedente il paese ha visto con i propri occhi, oppure ascoltato attraverso la radio, la prodezza di un ragazzino di cui da tempo si dice un gran bene. Gioca nel Vasco da Gama, ha 17 anni appena e di mestiere fa l'attaccante. Si chiama Carlos Roberto de Oliveira, ma per tutti è Calu. Ha iniziato dalla panchina la partita di campionato contro l'Internacional, è entrato nel secondo tempo e, al primo pallone toccato, ha saltato quattro avversari sparando direttamente in rete un tiro portentoso. Alla dinamite, appunto.

L'apelido, il soprannome del ragazzino, non è esclusiva di quella serata. Due giornalisti del Jornal dos Sports, Eliomário Valente e Aparício Pires, gliel'hanno progressivamente appiccicato addosso sin dai tempi delle giovanili del Vasco. Ma inizialmente in pochi ci hanno fatto caso. Fino a quel 25 novembre, la sera della grande folgorazione collettiva al Maracanã. Quando tutti, in pratica, iniziano a rendersi conto di aver a che fare con un potenziale campione.

La leggenda di Roberto Dinamite nasce così. Basta qualche dato per capire chi sia e che cosa rappresenti per il Brasile e per il Vasco da Gama, il club dove ha militato per quasi tutta la carriera (1110 presenze, l'unico brasiliano assieme a Pelé e Rogério Ceni ad aver passato quota 1000 con la stessa squadra). È il miglior marcatore della storia cruzmaltina, con 708 reti. Ma anche del campionato brasiliano (190) e di quello carioca (284). E pure dello stadio São Januário, l'impianto che ospita le partite casalinghe del Vasco. È considerato quasi senza discussioni il più grande idolo che abbia indossato la maglia bianconera.

E dire che i sogni di gloria del giovane Calu rischiano di essere spezzati sin da subito. Da piccolino viene colpito da un tumore a una coscia, tanto da dover essere operato per due volte. Non ha nemmeno 12 anni e un futuro nel mondo del pallone gli sembra lontano quanto la luna. Poi guarisce. E nonostante le proibizioni della madre, terrorizzata dallo scenario di una possibile ricaduta, riprende di nascosto confidenza con un pallone in un campo dietro casa, “posizionandomi in un punto in cui non potevo essere visto dalla finestra”.

È stato un miracolo – ha raccontato a 'SporTv' nel 2014 – A otto anni sono rimasto per tre mesi praticamente sempre a letto. Ero molto magro. Mi sento un privilegiato”.

È bravo, Roberto. Tanto da essere preso dal São Bento, piccolo club del distretto di Duque de Caxias. E tanto da essere notato dal Vasco da Gama, che nel 1968 lo inserisce nelle proprie giovanili. Certo, il peso inferiore alla media è un problema: appena 52 chili. Ma in poco tempo il ragazzino ne mette su una quindicina. E in campo vola: il primo anno mette assieme l'incredibile bottino di 46 reti, iniziando a farsi notare anche dai tecnici della prima squadra. Fino a esordire a 17 anni, nel '71. Fino al destro dinamitardo contro l'Inter, alla sua terza partita con i grandi.

È l'inizio di una storia d'amore che durerà più di 20 anni, intervallata da rapide separazioni. E solo a tratti condizionata in maniera negativa da alcuni episodi extra campo. Come quando Roberto conosce Jurema Crispin, una vedova con un figlio a carico, e se ne innamora. Lui ha 18 anni, lei 24. La relazione viene osteggiata da tutti, dalla famiglia del ragazzo e pure dai tifosi del Vasco. Ma i due vanno avanti per la propria strada. E dentro il campo il centravanti, ormai titolare, non si fa condizionare: nel 1974, a soli 20 anni, si laurea capocannoniere del campionato nazionale con 16 reti, regalando al Gigante da Colina il suo primo titolo.

Ma la vita privata, nonostante l'idolatria della gente e il suo ruolo di guida del Vasco, non è rose e fiori. Un anno più tardi, dopo aver litigato con il fratello di Jurema, Dinamite si chiude in casa e assume una dose esagerata di tranquillanti, una ventina. Lo trova la compagna, che lo porta in ospedale. Roberto vi rimane per cinque giorni, anche in terapia intensiva, e si salva. Il centravanti ha tentato di suicidarsi, si dirà in seguito. Ma è una versione che il diretto interessato ha sempre smentito.

Vivevo nell'angoscia e la tenevo solo per me – dirà qualche anno più tardi alla rivista PLACAR – e confesso di aver assunto una dose massiccia di tranquillanti. Ma non avevo intenzione di suicidarmi, come si è detto. Ho raggiunto il mio obiettivo, che era quello di dormire per due giorni di fila per staccarmi da tutto”.

Una volta superati i propri problemi personali, Roberto Dinamite torna a far quel che meglio gli riesce: giocare e segnare. In quel 1975 stabilisce una media di 0,79 reti per partita, che diventerà 0,88 nel 1979. In quegli anni i trofei di rilievo arrivano col contagocce, in realtà: appena un campionato carioca nel 1977. Ma il suo nome è già marchiato con lettere d'oro nella storia del Vasco da Gama.

Le reti arrivano in ogni modo: di potenza, di testa, su calcio di punizione. Numero 10 sulle spalle, Dinamite è l'uomo guida dell'attacco del Vasco. Nel 1976 mette a segno in un 2-1 al Botafogo, per la Taça Guanabara, quello che viene quasi unanimemente considerato il gioiello della sua carriera: al 90' Zanata crossa un pallone lento dalla destra e Roberto stoppa di petto in area, scavalca il difensore avversario Osmar con un pallonetto al volo (un lençol, detto alla brasiliana) e, sempre senza lasciar cadere la palla a terra, fulmina il portiere Wendell in acrobazia. Nel 2002 quella prodezza è diventato un murale all'entrata del Maracanã. L'anno successivo ha trionfato nel sondaggio indetto dalla Globo sul goal più bello realizzato nello stadio intitolato a Mário Filho.

Un golaço meraviglioso del mostro che abita a Caxias!”, lo esalta il radiocronista Vitorino Vieira, della Rádio Nacional di Rio de Janeiro.
Considerata la bellezza dell'azione, oltre al fatto che mancava un minuto alla fine, è una rete che mi ha segnato particolarmente. La più bella della mia carriera. Un momento unico e speciale”, dirà Dinamite.

Nemmeno l'Europa, pure in un'epoca in cui le notizie dall'altra parte dell'Oceano arrivano in maniera frammentata, rimane insensibile al talento di Roberto. Che intanto si è fatto notare anche con la Seleção, segnando tre volte ai Mondiali argentini del 1978 e sfiorando la finale, negata solo dalla marmelada peruana, lo storico e controverso 6-0 dei padroni di casa al Perú. E così, il 1979 è l'anno in cui l'idolo vascaíno riempie le valigie e va a giocare nel Barcellona. Che non è il Barcellona odierno, anche se ha appena conquistato la Coppa delle Coppe: non vince la Liga da cinque anni, è costretto a sopportare il dominio casalingo del Real Madrid e si ritrova con l'ingrato compito di sostituire l'austriaco Krankl.

In realtà inizia bene, il brasiliano. All'esordio contro l'Almeria segna la doppietta che consente al Barcellona di imporsi per 2-0. Poi, improvvisamente, si blocca. La sostituzione in panchina di Laszlo Kubala col 'Mago' Helenio Herrera è la prima crepa nel rapporto col club catalano. L'ex allenatore dell'Inter non lo ama, ricambiato. E il rendimento in campo ne risente: Dinamite andrà a segno solo un'altra volta, in Supercoppa Europea contro il Nottingham Forest. Poi, più nulla. Il biglietto di sola andata si trasforma in biglietto di ritorno. Di nuovo per Rio de Janeiro.

Herrera non amava i giocatori sudamericani – dirà Roberto – perché gli era rimasto un trauma molto grande quando aveva affrontato il Santos di Pelé, ai tempi in cui allenava l'Inter”.

La curiosità è che ad attenderlo a Rio, in un primo momento, non è il suo Vasco da Gama: è il Flamengo. Che, in pratica, trova un accordo col Barcellona. Tutto salta per la rivolta della tifoseria bianconera, che costringe il club a far saltare l'affare. Il debito di 700mila dollari che il Barça ancora deve ai cruzmaltinos fa il resto. L'impensabile affare Dinamite-Fla non rimane che un'illusione, un what if. E così Roberto fa rientro al Vasco.

C'era la possibilità di lasciare il Barcellona per andare in Inghilterra – racconterà Dinamite al sito oGol – In seguito il Flamengo si è recato a Barcellona, mostrandosi interessato. Il che ha provocato una reazione nella tifoseria del Vasco, che non volevano che io andassi al Flamengo. In quell'occasione ha parlato il cuore. Anche se giocare con Zico sarebbe stato un piacere”.

A proposito di Zico: i due sono stati grandi amici. Assieme al Galinho, Dinamite gioca i già citati Mondiali del 1978. Nel 1982, invece, guarderà mestamente dalla tribuna il simbolo del Flamengo e i suoi compagni affondare contro ogni previsione contro l'Italia. Nel 1993 lo stesso Zico presenzierà alla partita d'addio di Dinamite, una sfida amichevole tra Deportivo La Coruña e Vasco da Gama nella quale, per l'occasione, indosserà la camisa bianca e nera. Un'immagine entrata rapidamente nella storia.

Zico rimane però un simbolo del Flamengo, come Dinamite torna ad essere il trascinatore del Vasco da Gama. Sin da subito. Il 4 maggio 1980 sono in 100000 al Maracanã a presenziare al secondo esordio dell'idolo con la maglia cruzmaltina. Di fronte c'è il Corinthians. Il Vasco vince per 5-2 e tutte e cinque le reti – tutte! – sono opera sua.

È stata la partita della mia vita – ha raccontato nel 2020 al sito del club – Tornare in Brasile, ritrovare la torcida del Vasco, giocare un Vasco-Corinthians, in un Maracanã con più di 100000 persone e segnare cinque goal? Tutto questo ha avuto un significato speciale, principalmente come calciatore e professionista, perché tornavo nella mia casa e nel mio club. Quel giorno ha funzionato tutto. L'unica volta in cui ho segnato cinque volte in una partita”.

Si riparte. Dinamite torna a segnare a pioggia. Il 1981 è l'anno migliore della sua carriera, nel quale colleziona l'impressionante bottino di 62 reti. Una delle quali è il “gol da poça” contro il Flamengo, un destro ravvicinato su un campo impraticabile e con il pallone zuppo d'acqua. Ma la Seleção lo ignora. Strano ma vero: solo un infortunio di Antonio Careca gli consentirà di salire sull'aereo per la Spagna l'estate successiva. E in ogni caso il centravanti titolare di Telê Santana è Serginho, del San Paolo. Che non è scarso, tutt'altro: tutt'oggi è il miglior marcatore della storia del club paulista, con 242 goal. Ma nella memoria collettiva italiana non rimangono che i suoi impacci, la fama di brocco, la celebre zappata davanti a Dino Zoff nel primo tempo del Sarriá.

Di solito non porto rancore contro gli allenatori – dirà nel 2013 Dinamite, che col Brasile ha collezionato 47 partite e 26 reti, al sito della CBF – ma non aver giocato i Mondiali del 1982, quand'ero all'apice della mia forma, rappresenta la mia grande delusione con la Seleção. Telê mi ha chiamato al posto di Careca, che si era infortunato alla vigilia del Mondiale, ma non mi ha portato in panchina nemmeno una volta. Con quella Nazionale, quella squadra spettacolare, credo che avrei fatto bene e avrei segnato i miei goal. Ma come dicono i tifosi, il 'credo' e il 'se' non giocano”.

Al Vasco, Dinamite rimarrà fino al 1989. Senza imporsi a livello nazionale, ma conquistando per altre quattro volte il Carioca, che ai tempi è un torneo dal valore altissimo. Nel 1987 fa coppia con un giovane Romário, un piccoletto che in campo diventa infernale. In coppia, i due segnano 31 reti in altrettante partite. Con il Vasco che, complessivamente, ne realizza addirittura 61, laureandosi campione statale.

Dinamite chiude proprio al Vasco, che nel 1992 non gli nega la possibilità di ritirarsi con la maglia della sua vita. Pur al termine di un paio di esperienze altrove, nella Portuguesa e nel Campo Grande. Una volta torna avversario con la maglia della Lusa paulista e al São Januário si emozionano tutti: lui, la gente, gli ex compagni. “Se dovesse segnare – dice in quell'occasione il radiocronista di Rádio Globo Washington Rodrígues – l'arbitro dovrebbe considerarla autorete”. Ma lo scenario non si concretizza.

Tornerà al Vasco da Gama una quindicina d'anni più tardi, Roberto. Questa volta da presidente. Nel 2008 vince le elezioni spodestando il padre-padrone Eurico Miranda, al quale nel 1982, dopo aver segnato la rete numero 500 contro il Volta Redonda, aveva riservato una dedica speciale “per avermi portato qui”. Ma le cose si mettono subito male, perché al termine di quell'anno la squadra retrocede in Serie B per la prima volta nella propria storia. Altro giro e altra retrocessione, questa volta nel 2013. E in mezzo la Copa do Brasil del 2011, l'unico trofeo nazionale conquistato dal Vasco negli ultimi 20 anni.

Roberto, il più grande idolo nella storia del Vasco da Gama, riesce nell'impresa di rovinare parzialmente la propria reputazione. Però tutti si sono uniti in un unico abbraccio nel 2021, quando l'ex garoto-dinamite ha rivelato di essere stato colpito da un tumore. E tutti si sono commossi alla notizia della sua morte, l'8 gennaio del 2023. La sua gente, quella cruzmaltina. E coloro – tanti – che ha fatto penare in due decenni di carriera. Quasi impossibile contarli tutti.