Juventus, salvate il soldato Pjanic: troppe critiche, i numeri sono dalla sua

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Luci ed ombre, sinora, a caratterizzare i primi mesi di Miralem Pjanic alla Juventus. Ma, complessivamente, è l'intera manovra bianconera ad essere in difficoltà.

Che Miralem Pjanic non fosse un campione di continuità lo si sapeva e non fa notizia. Che Miralem Pjanic sia diventato un ibrido, invece, è pura realtà e merita una riflessione. Acquistato per mantenere elevato il tasso tecnico del centrocampo, parallelamente alla dolorosa cessione di Paul Pogba al Manchester United, il bosniaco nei suoi primi mesi di Juventus ha messo in mostra lampi di classe nel bel mezzo di tanta nebbia tattica.

A detta di Massimiliano Allegri, uno che non ha nessun motivo di schierare i suoi giocatori fuori ruolo, l'ex giallorosso potrebbe diventare un ottimo punto di riferimento davanti alla difesa. E in effetti l'identikit combacia perfettamente: piedi sopraffini, ottima visione di gioco, qualità tecniche eccelse e buone letture in impostazione.

Ma schierato in cabina di regia, per cercare di sopperire all'assenza di Claudio Marchisio, il numero 5 della Vecchia Signora ha tutto fuorché brillato. Tanto da essere stato spostato prontamente come mezz'ala e, seppur sporadicamente, anche come trequartista.

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Resta da chiedersi perché. Perché decidere di investire 32 milioni per un altro potenziale regista? Perché, seguendo il pensiero calcistico allegriano, non portare a casa un profilo con caratteristiche differenti; più, appunto, mezz'ala o trequartista? La risposta è semplice: occasione. Cifra congrua per un giocatore di tale livello, impossibile non farsi ingolosire perlopiù indebolendo una diretta concorrente.

D'altronde, concetto ribadito più volte, Allegri non si fossilizza oltremisura sui ruoli, bensì predilige la qualità dei singoli. Insomma, meglio un elemento tecnico da disciplinare anziché uno grezzo da sgrezzare. Nel classico tiro al bersaglio, sport nazionale quando le cose non vanno bene, Pjanic vanta la cima della hit parade. Al posto numero uno, anche in piena barca da salvare come accaduto a Genova, finisce sempre il 26enne di Tuzla.

Eppure, analizzando sin qui il contributo individuale proposto, i dati non appaiono così avversi: 5 goal, 4 assist, il tutto in 15 presenze complessive. Ora, questi non saranno numeri né da Pelè né da Maradona, ma c'è di peggio. E se i dati spalleggiano l'offensiva estiva messa in atto dagli uomini di corso Galileo Ferraris, l'aspetto che ancora non convince è quello tattico.

Nessuno ha ancora capito in quale posizione del campo - e con quale sistema di gioco - Pjanic potrebbe ben figurare con costanza. Come play basso, e al netto della condizione atletica i risultati sono sotto gli occhi di tutti, ci pensa Marchisio.

Dietro le punte, agendo in maniera old school, il bosniaco non sembra avere i tempi giusti, a maggior ragione (non) supportato da una linea metodista senza passo e con poca interdizione. Ecco allora il centrocampo a tre, mezzo-sinistro o mezzo-destro, una partita da 7 in pagella e un'altra da 5, croce e delizia.

Insomma, il rischio che Pjanic diventi un campione di discontinuità esiste, a maggior se le cose non dovessero cambiare a livello globale in termini di centrocampo; reparto apparso sinora cagionevole di salute e, sopra ogni cosa, di idee.

La finestra di riparazione, e in questo caso il sostantivo è pienamente azzeccato, dovrebbe agevolare la crescita di Pjanic sotto la Mole. Spazio ad un innesto sicuro, da non escludere persino il doppio colpo. La filosofia calcistica allegriana si basa su determinati concetti, ma essenzialmente tutto ruota attorno a un unico fattore: la qualità. E qui, dall'alto di un'immensa e inestimabile classe, l'ex faro della Roma sa il fatto suo. Eccome.

Morale della favola. Le critiche piovute sul bosniaco, a tratti anche corrette, globalmente appaiono eccessive ed ingenerose. Si può e si deve fare meglio; a patto, però, che l'identità sia ben definita. Altrimenti, alla fine della fiera, a pagare il conto sarà solamente ed esclusivamente Pjanic.

 

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