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Serie A

Juventus, Matuidi torna sui 'buu' razzisti a Cagliari: "Volevo lasciare il campo"

16:20 CEST 11/06/19
Blaise Matuidi Cagliari Juventus
Da sempre in lotta contro il razzismo, Matuidi torna a parlare dei fatti di Cagliari: "Noi perdoniamo una volta, forse due, ma se ricominci... ".

Diviso tra gli impegni con la Juventus, prima, e con la Francia, ora, Blaise Matuidi riesce comunque a trovare il tempo per portare avanti la sua lotta contro il razzismo. La discriminazione razziale è infatti un tema molto caro al centrocampista della Juventus, il quale ha deciso di parlarne anche in un'intervista per 'France Football'.

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Vissuti sulla propria pelle alcuni atti discriminatori durante l'ultima stagione in Serie A, come quando a Cagliari si infuriò con quella parte di pubblico che iniziò a ricorpire il compagno di squadra Moise Kean di 'buu', Matuidi ha voluto sottolineare come nel mondo del calcio non ci debba più essere spazio per dei comportamenti simili.

"Non ho mai provato odio per nessuno e nemmeno rabbia. Il razzismo non c'entra niente con gli stadi di calcio e infatti non dovrebbe esserci. Invece purtroppo c'è e si vede spesso in tutto il mondo, nella vita. È disgustoso, questo non è calcio. Quando assisti ad una partita, puoi provare emozioni positive se vinci, negative se perdi ma alla fine siamo tutti uguali".

Il francese ha poi continuato parlando del tema del perdono e di come a volte ciò non sia sufficiente.

"La mia è una famiglia di credenti e quindi accettiamo sempre il perdono. Ma quando sei perdonato, significa che non devi farlo di nuovo. Noi perdoniamo una volta, forse due, ma se ricominci, vuol dire che non hai capito o che non hai accettato il mio perdono. L'amore è più forte dell'odio, naturalmente".

Tornando poi a parlare dei fatti di Cagliari, avvenuti nel corso della gara in scena lo scorso 2 aprile tra i rossoblù e la Juventus, Matuidi ha rivelato come la sua prima idea fosse stata quella di lasciare il campo.

"Quest'anno a Cagliari ho pensato di lasciare il campo ma non volevo mettere in difficoltà i miei compagni di squadra, perché avevamo una partita da giocare. Ora posso dire di aver avuto ragione. Abbandonare il campo non è la soluzione migliore, anche se questo è solo il mio punto di vista chiaramente e altri possono pensarla diversamente. Smettere di giocare significherebbe che hanno vinto loro [i razzisti]. In questa lotta a dover vincere siamo invece noi, i buoni".