Il primo Jamie Vardy: quando era costretto a giocare con una cavigliera elettronica

Jamie Vardy
Goal
Arrestato per rissa, Jamie Vardy è stato costretto a giocare con una cavigliera elettronica. E a lasciare il campo anzitempo per via del coprifuoco.

“Dal nulla”. Quando nel 2016 Jamie Vardy, fresco vincitore della Premier più incredibile della storia con il Leicester, pubblicò la sua autobiografia, non avrebbe potuto scegliere un titolo più azzeccato.

Perchè è proprio “dal nulla” che è nata la sua carriera. È proprio dal nulla che un ragazzo di Hillsborough innamorato dello Sheffield Wednesday è partito, per arrivare ad essere improvvisamente l’attaccante più forte d’Inghilterra.

Tanti calciatori sono partiti dal basso per poi riuscire a coronare il loro sogno di diventare atleti professionisti e stimati, ma la storia di Jamie Vardy è quanto di più surreale possibile, tenuto conto del fatto che all’età di 25 anni giocava ancora in sesta serie e invece, tre anni dopo, avrebbe conquistato la Premier League da assoluto protagonista.

Dell’exploit di Jamie Vardy si è detto e scritto tanto negli ultimi anni, ma – come detto – la sua carriera è stata assolutamente sui generis e contraddistinta da episodi ai limiti dell’incredibile.

Nel 2007, ad esempio, all’età di 20 anni, fu arrestato in seguito ad una rissa avvenuta fuori da un locale. All’epoca Vardy lavorava alla “Trulife” come operaio e, davanti al pub Leadmill, intervenne per difendere l’amico, collega di lavoro e compagno di squadra tra i dilettanti, Chris Szpajer. Sordo dalla nascita, il ragazzo era stato preso di mira da due ragazzi e si era difeso colpendone uno dei due con una bottigliata: da lì il parapiglia fermato soltanto dall’intervento della polizia.

La condanna per Vardy fu esemplare: dodici mesi di carcere con la condizionale, sei mesi di libertà vigilata, 280 ore di servizi sociali e una cavigliera elettronica necessaria per monitorarne eventuali spostamenti irregolari o durante  il coprifuoco, fissato per le 18.

Aveva però il permesso per allenarsi e giocare le partite, ovviamente rispettando l’orario limite. E così, niente partite serali e niente trasferte troppo lontane che non gli avrebbero permesso di rientrare in tempo per le 18.

“Se si giocava a più di due ore di macchina di distanza non partivo nemmeno, se era meno potevo andare e giocare sessanta minuti circa; il mister mi sosstituiva nei primi minuti del secondo tempo e la mia uscita era pianificata con assoluta precisione: mi preparavo la borsa nell’intervallo e la portavo in macchina, in modo che qualcuno potesse porgerla ai miei genitori, che la caricavano in macchina e preparavano tutto per partire all’istante. Poi c’era la corsa contro il tempo per arrivare a casa”.

Ma non sempre tutto filava per il verso giusto e, bastava ritardare di qualche minuto la sostituzione che la corsa contro il tempo iniziava già sul terreno di gioco.

“A quelli che non sapevano che indossavo una cavigliera doveva sembrare tutto a dir poco strano: c’era stata una partita a Belper in cui mi avevano sostituito e io ero uscito di corsa, avevo saltato una staccionata all’estremità del campo ed ero scattato verso la macchina perchè avevo giocato più del solito. Fu simile a una scena della partita di football in Forrest Gump. Uno di giocatori dell’altra squadra disse semplicemente: “Dove diavolo sta andando quello?””

Chiaramente non tutti i giocatori avversari si limitavano alle domande.

“La cavigliera sembrava una parte di parastinco, ma una volta un tizio che conosceva un mio amico aveva gridato ai compagni ‘Ha una cavigliera elettronica, colpitelo lì”. Mi guardò, io guardai lui, ci mettemmo a ridere e la partita proseguì; indossare la cavigliera durante le partite non era così male, per certi versi, potevo sistemarla in modo che mi proteggesse la caviglia dai calci”.

Insomma, anche in quel caso aveva fatto di necessità virtù. Come accaduto in tantissimi altri episodi della sua vita e della sua carriera. Dal nulla, Jamie Vardy.

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