Goal Economy - Il caso Palermo e l'incapacità 'difensiva' del calcio italiano

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Il caso riguardante la cessione del Palermo è l'ennesima dimostrazione che in Italia non esistono regole che tutelino il club ed i tifosi.

Bellinazzo

Le ultime notizie da Palermo ancora una volta dimostrano l’assoluta incapacità difensiva del calcio italiano. Non stiamo parlando di tattica, ovviamente, ma di regole federali in grado di tutelare gli asset più preziosi di un movimento sportivo: la proprietà dei club e la passione dei tifosi. Un’amara costatazione che tocca ripetere ogni volta che si approssima la cessione di un club professionistico della Penisola e ci si ritrova a che fare con vicende tutt’altro che trasparenti.

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Come se il caso Manenti-Parma (per citarne solo uno fra i tantissimi) non avesse insegnato nulla. Dopo anni di annunci a vuoto, di compratori arabi, russi, americani e l’ultima telenovela con Paul Baccaglini, dopo un’istanza fallimentare respinta dal tribunale in una procedura sulla cui regolarità la Procura di Caltanissetta sta indagando, dopo strategie contabili con plurime cessioni del marchio a società dello stesso Gruppo, il presidente Zamparini il 1°dicembre scorso annuncia di aver venduto, per 10 euro, il club rosanero, in piena lotta per risalire in Serie A, a un gruppo inglese quotato.

Qualche giorno dopo viene organizzata una conferenza stampa per presentare gli acquirenti: la Global Futures Sports & Entertainment Ltd, società con base a Londra, rappresentata dal Ceo Clive Richardson e dall’ec calciatore David Platt. Per Zamparini e Platt sarebbe pronto un posto nell’advisory board che la nuova proprietà intende costituire per affiancare la dirigenza del Palermo. Della Global si scopre che ha deliberato un aumento di capitale di 200 sterline il 21 novembre 2018, che ha tre azionisti. Richardson detiene il maggior numero di quote e parla di Cifre che di un investimento complessivo da “oltre venti milioni di sterline”.

Tempo una settimana e lo scenario cambia. La Global Futures Sports & Entertainment, fa sapere in un comunicato diffuso 9 dicembre tramite Instagram e il proprio sito web di non essere altro che una società incaricata di mettere assieme investitori interessati all’affare e che «una volta completata la due diligence, saremo nelle condizioni di rivolgerci a tutte le parti interessate alla transazione», fornendo quindi le dovute rassicurazioni «al Comune di Palermo e alla Figc».

La Global Futures Sports & Entertainment rende noto inoltre che «Maurizio Zamparini non sarà coinvolto nella gestione della squadra a nessun titolo» e che «il compito affidato a David Platt è stato portato a compimento». A parte la bizzarra prospettiva di una due diligence postuma evocata nel comunicato, è evidente che allo stato non esiste un effettivo proprietario del club siciliano alternativo a Zamparini.

Dunque quale atto il patron abbia firmato nella serata del 30 novembre a Londra, come annunciato in un comunicato dell’Us Città di Palermo, resta un mistero. Così come quello che si addensa sul futuro del club su cui pendono le conseguenze del caso Alyssa. Zamparini infatti avrebbe ceduto alla nuova proprietà la società Mepal, proprietaria del marchio rosanero, con l’impegno al pagamento a saldo del credito residuo del Palermo di 22,8 milioni di euro, come “garanzia serena di gestione economica”.

Quella cifra dovrebbe versarla al Palermo Alyssa, società lussemburghese che fa riferimento allo stesso Zamparini, alla quale è stata ceduta Mepal per 40 milioni, cifra mai riscossa fino al 31 dicembre 2017 e parzialmente recuperata negli scorsi mesi.

Un’operazione che ha portato all’avvio di un’istanza di fallimento da parte della Procura di Palermo, poi respinta dal Tribunale, e come detto a successive indagini da Caltanissetta per una presunta fuga di notizie e corruzione, nelle quali sono coinvolti Zamparini, l’ex presidente Giammarva, l’avvocato Di Trapani e il giudice Sidoti. In tutto questo delirio Figc e Leghe di Serie A e di B non hanno ancora detto nulla. Né potrebbero d’altro canto. Le regole varate dalla Figc dopo la pantomima della cessione del Parma a una fantomatica cordata russo-cipriota prima e a un tal Giampietro Mamenti, sono poco efficaci di fronte alla complessità che assumono certe operazioni.

Oggi chi acquista una quota superiore al 10% di un club professionistico è tenuto a presentare una serie di garanzie, dal certificato penale alla dichiarazione di un istituto di credito di primaria importanza nazionale e/o estera, con il quale abbia rapporti economici da almeno un anno, che attesti la disponibilità di “una buona base finanziaria”. Si tratta di una sorta di patente di affidabilità economica che implica sia la certificazione del possesso delle risorse necessarie a far fronte all’investimento sia, in chiave anti-riciclaggio, della provenienza di queste risorse dall’attività economico-sociale svolta dell’acquirente ovvero da altre fonti lecite.

Tuttavia il controllo della Figc, come testimonia il recente caso Milan-Yonghong Li, è inutile in quanto avviene dopo la vendita e non si capisce a quali sanzioni possa realmente condurre. I controlli poi appaiono meramente formali e sono facilmente aggirati mentre tutte le norme anti-elusive a livello fiscale e antiriciclaggio internazionalmente riconosciute fanno ormai prevalere la sostanza sulla forma delle operazioni e impongono, quando necessario, di salvaguardare la prima a discapito la seconda.

I club meritano una maggiore vigilanza, anche in chiave preventiva. Siamo certamente in un ambito privatistico, ma le squadre hanno una tale rilevanza pubblica, dato il loro radicamento territoriale e comunitario, da indurre a ritenere rilevante in chiave amministrativa l’interesse alla loro tutela da parte delle istituzioni dell’ordinamento sportivo. E ciò dovrebbe avvenire anche in una fase antecedente al passaggio definitivo della proprietà.

Come può essere appunto quella in cui si sigla un contratto preliminare. All’altezza del quale potrebbe essere già pretesa la disclosure degli aspiranti proprietari e la verifica delle loro possibilità economiche da parte di un soggetto indipendente e terzo. Oppure come avviene in altri Paesi la vendita una volta effettuata potrebbe essere “sospesa” e condizionata al via libera della Lega di riferimento che, senza dover essere costretta a verifiche bancarie e penali per le quali non detiene i necessari poteri, potrebbe però negare l’iscrizione alla propria associazione e di conseguenza al campionato ad acquirenti che non dimostrino oltre ogni ragionevole dubbio di essere portatori di proposte serie e sostenibili.

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